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Daniele Vicari: “Mai avere paura. Ecco cosa insegno ai giovani autori”

Daniele Vicari 

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Il regista e direttore della scuola di cinema Volontè è coproduttore della docuserie ‘Zona protetta’, in anteprima su RaiPlay
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Da sempre esponente di un cinema d’impegno civile, Daniele Vicari è coproduttore (con Andrea Porporati e Francesca Zanza) di Zona protetta, la docuserie in anteprima da venerdì 28 giugno su RaiPlay (e dal 7 luglio su Rai3 in terza serata), ideata da Paola Pannicelli, con la supervisione dello psicoanalista Tito Baldini prodotta da Rai fiction e Kon-Tiki Film.

Dieci storie di giovani dalle difficili esistenze che hanno trovato salvezza nelle Case-famiglia, diventate per loro zone protette. Vanessa è la giovane rom che torna nel campo lasciato anni prima, la Nigeriana Blessing sta per compiere 18 anni e affronta un futuro incerto, l’egiziano Mahmoud ha trovato la sua strada e torna alla Casa per condividere ricordi.
«Abbiamo voluto che a dirigere fossero registi coetanei di questi ragazzi», spiega Vicari — sono ex allievi della Volonté e della Civica di Milano, quindi di scuole pubbliche. Questi filmmaker si sono mischiati con i loro testimoni e hanno tirato fuori riprese di un’intensità…

Da sempre esponente di un cinema d’impegno civile, Daniele Vicari è coproduttore (con Andrea Porporati e Francesca Zanza) di Zona protetta, la docuserie in anteprima da venerdì 28 giugno su RaiPlay (e dal 7 luglio su Rai3 in terza serata), ideata da Paola Pannicelli, con la supervisione dello psicoanalista Tito Baldini prodotta da Rai fiction e Kon-Tiki Film.

Dieci storie di giovani dalle difficili esistenze che hanno trovato salvezza nelle Case-famiglia, diventate per loro zone protette. Vanessa è la giovane rom che torna nel campo lasciato anni prima, la Nigeriana Blessing sta per compiere 18 anni e affronta un futuro incerto, l’egiziano Mahmoud ha trovato la sua strada e torna alla Casa per condividere ricordi.
«Abbiamo voluto che a dirigere fossero registi coetanei di questi ragazzi», spiega Vicari — sono ex allievi della Volonté e della Civica di Milano, quindi di scuole pubbliche. Questi filmmaker si sono mischiati con i loro testimoni e hanno tirato fuori riprese di un’intensità incredibile e commovente. La nostra società è nata proprio per fare esordire dei giovani autori, montatori, direttori di fotografia». Si tratta di storie universali, «perché il problema della costruzione del futuro è gigantesco e riguarda la società, questi ragazzi vengono da esperienze particolari, ma le loro esperienze sono esemplificative delle vite di tutti noi».

Il regista Pietro Porporati 

Vicari non è solo riferimento dei giovani allievi, ma di tanti cineasti italiani, tra cui Michele Riondino: «Palazzina Laf è straordinario ed è anche una luce sul cinema italiano — dice Vicari — purtroppo la nostra cinematografia si è borghesizzata, c’è una parte del mondo che non viene raccontata. Michele ha rotto questo incantesimo, ha sviluppato un percorso che lo ha portato a non avere paura. Quando lo ascolto o guardo il suo film penso: ecco, lui non ha paura».

E quel film, come la serie Zona protetta, «si misura con storie concrete, con il fatto che gli esseri umani devono lavorare per mantenersi. Accanto al problema dei rapporti, i ragazzi hanno necessità di costruire il futuro attraverso il lavoro. Il nostro cinema non lo ritiene un tema centrale, ed è un impoverimento. I film di Riondino, Cento Domeniche di Albanese sono le risposte».

Nicoletta e Ilaria, protagoniste della docuserie Zona protetta 

Il cinema, la tv non devono dimenticarlo «per non diventare elitari». E non deve farlo chi ci governa: «Da anni la comunicazione ha sopraffatto la politica, ce ne disinteressiamo perché ne sentiamo il vuoto. Bisogna affrontare le questioni concrete, serie. Abbiamo una classe dirigente che non le sente urgenti. Percepisco un risveglio, anche nella politica, nella sinistra, ma è lento. Ed è importante che non si addormenti chi ha la responsabilità di raccontare, attraverso le storie, quel che succede». Il cinema ha una funzione politica rilevante: «Sono cresciuto da regista affrontando solo questioni nodali, controverse, che riguardano il conflitto sociale, di cui è difficile parlare — ragiona Vicari — Il cinema è fondamentale, sia quando racconta il passato, sia per analizzare il presente. Nonostante si dica che sia morto e che noi registi siamo inutili, credo che il film di Michele Riondino dimostri che non solo il cinema può essere utile, ma anche bello. E la bellezza, quando tocca questioni profonde, diventa anche un motore di cambiamento».

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