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‘Filorosso Revolution’, i big vanno in vacanza ma il talk vive anche d’estate

Federico Ruffo 

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Multischermo / Federico Ruffo conduce il programma di inchieste e approfondimenti su Rai 3
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Il talk show estivo viene vissuto come una sorta di compito per le vacanze. E vale sia per chi li realizza che per gli spettatori, a occhio. Una prova è questo Filorosso Revolution (titolo oltremodo impegnativo) che in queste settimane occupa quel campo minato che da anni è il martedì sera di Rai 3, d’estate ma soprattutto nelle altre stagioni. Non si finisce mai di provare stupore per le aspettative che molti riversano ancora sul genere, nel senso che il talk dovrebbe essere così o cosà e bisognerebbe cambiare questo o rifare quello: il genere è, stancamente, solidificato nella modernità televisiva. Filorosso va in diretta – conduce Federico Ruffo, ricordandolo spesso e tentando di trasmettere il brivido del live, con vivacità d’eloquio – e alla fine si rivela un Piazzapulita con altri protagonisti – e non c’è niente di male, s’intende.

Temi di puntata: la siccità in Sicilia – una catastrofe altrettanto live e quotidiana – gli orsi da eliminare o da salvare, i borseggiatori in metrò…

Il talk show estivo viene vissuto come una sorta di compito per le vacanze. E vale sia per chi li realizza che per gli spettatori, a occhio. Una prova è questo Filorosso Revolution (titolo oltremodo impegnativo) che in queste settimane occupa quel campo minato che da anni è il martedì sera di Rai 3, d’estate ma soprattutto nelle altre stagioni. Non si finisce mai di provare stupore per le aspettative che molti riversano ancora sul genere, nel senso che il talk dovrebbe essere così o cosà e bisognerebbe cambiare questo o rifare quello: il genere è, stancamente, solidificato nella modernità televisiva. Filorosso va in diretta – conduce Federico Ruffo, ricordandolo spesso e tentando di trasmettere il brivido del live, con vivacità d’eloquio – e alla fine si rivela un Piazzapulita con altri protagonisti – e non c’è niente di male, s’intende.

Temi di puntata: la siccità in Sicilia – una catastrofe altrettanto live e quotidiana – gli orsi da eliminare o da salvare, i borseggiatori in metrò. E non si scappa: ogni discussione – encomiabile il numero limitato di ospiti – e illustrazione di problema si conclude con “ci vogliono più investimenti”. Ovvero, se ne parla stando un po’ in bilico sulle posizioni – ma se non si è scorretti il pubblico non si scalda – e l’unico momento che può finire a Blob è un dissidio di un paio di minuti tra ospiti sulla liceità del termine “zingari”. Le inchieste, se sono corpose e intense sembrano sempre belle – stavolta sulla siccità, nella prima puntata su certi problemini con le basi militari in Sardegna - finché riparte la discussione e si finisce a concludere che non ci sono soldi.

Va così, d’estate: in autunno torneranno i big del settore, la speranza è che quel dieci per cento fisso, nel totale, che ogni sera vuole il talk non trovi mai alternative più accattivanti. Che non ci sono anche perché, va da sé, i soldi scarseggiano.

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Tutti i programmi tv soffrono la potenza delle Olimpiadi, tutti i televisivi si consolano pensando che succede una volta ogni quattro anni. Ce ne vorrebbero quattro all’anno, invece.

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