Charlie Vickers, il cattivissimo degli ‘Anelli del potere’: “Sono diventato Sauron grazie a una risata”
di Arianna FinosLa bellezza romantica, barba e capelli scarmigliati, dell’umano Aragorn e quella algida dell’elfo Legolas unite in un solo personaggio double face. Aggiungete una risata sfrontata e un po’ maligna e avrete il Male Assoluto. Charlie Vickers – trentenne attore australiano – nella prima stagione di Gli anelli del potere era il re delle terre del Sud Halbrand, flirtava con Galadriel, rivelandosi alla fine come Sauron.
Nella seconda (dal 29 agosto su Prima video), più dark, ancor più ricca di intrighi, sottotrame e personaggi – è J.R.R. Tolkien, bellezza – il Signore Oscuro assume nuove sembianze e forgia nel fuoco quelle elfiche di Annatar, in una parabola sulla assuefazione del potere e manipolazione …
La bellezza romantica, barba e capelli scarmigliati, dell’umano Aragorn e quella algida dell’elfo Legolas unite in un solo personaggio double face. Aggiungete una risata sfrontata e un po’ maligna e avrete il Male Assoluto. Charlie Vickers – trentenne attore australiano – nella prima stagione di Gli anelli del potere era il re delle terre del Sud Halbrand, flirtava con Galadriel, rivelandosi alla fine come Sauron.
Nella seconda (dal 29 agosto su Prima video), più dark, ancor più ricca di intrighi, sottotrame e personaggi – è J.R.R. Tolkien, bellezza – il Signore Oscuro assume nuove sembianze e forgia nel fuoco quelle elfiche di Annatar, in una parabola sulla assuefazione del potere e manipolazione delle coscienze. Lo intervistiamo via Zoom.
Il suo incontro con il mondo del Signore degli anelli?
“Prima di essere scelto per la serie non avevo mai letto i libri. Ho conosciuto Il signore degli anelli solo attraverso i film di Peter Jackson. Quando sono arrivati in sala avevo l'età perfetta per innamorarmi di loro. Li guardavo molto, e giocavo anche ai giochi per PlayStation, che si è rivelata la mia ricerca extracurricolare su Tolkien, prima di essere scritturato nello show”.
Che audizione ha fatto?
“Ne ho fatte otto. Un paio su Halbrand, poi mi hanno spostato su un percorso diverso: altre audizioni con il direttore del casting, uno zoom con gli showrunner, poi mi hanno chiesto di preparare alcuni monologhi. Ancora, un test per valutare la chimica con Morfydd Clark, che è Galadriel, a Londra. E un test a Barcellona con il regista Bayona. Sì, è stato incredibilmente intenso e stressante per tutti noi”.
Quando ha iniziato a sospettare la vera natura del suo personaggio?
“Non mi hanno mai detto nulla formalmente, ma al momento dei dialoghi ho avuto sospetti: in uno ero Satana, nell’altro Riccardo III. Era chiaro che ci sarebbe stato un tono oscuro e malvagio nel personaggio, ma ho saputo di essere Sauron solo alla fine delle riprese del secondo episodio: ok, sei Sauron. La cosa è stata importante, perché ho potuto attingere all’enorme preparazione che avevo fatto su Tolkien”.
Ha capito perché hanno scelto lei?
“Penso che sia stato il regista J.A. (Bayona, ndr) che aveva visto i miei provini e ha pensato di mettermi alla prova. Ricordo un lungo monologo sull’essere feriti in battaglia e alla fine, come da subconscio, felice di essermi ricordato tutte le battute sono esploso in una serie di risate. Gli showrunner mi hanno detto poi ‘in quel momento abbiamo capito che eri giusto per il ruolo, perché c'era una meravigliosa sfacciataggine nelle tue risate’. Penso che il personaggio abbia questo lato malizioso che volevano far emergere, un cattivo machiavellico e sfacciato”.
A proposito di Machiavelli, lei è stato Guglielmo de’ Pazzi nella serie sui Medici.
“Il mio primo lavoro, appena finita la scuola di recitazione, ed è stato come vincere il jackpot, mi sono ritrovato con fantastici attori italiani e inglesi, far parte di un capitolo della storia, i Medici, con Dustin Hoffman, Sean Bean e Brian Cox. Ho imparato tutto lì, non avevo fatto tv prima. Mi sono fatto amici per la vita, è stato un sogno viaggiare per tre mesi tra Toscana e Roma, senza mai sbagliare una cena, peraltro, cibo meraviglioso”.
Le ha messo pressione diventare Sauron?
“Onestamente ho abbracciato la serie e il mio ruolo in modo così totalizzante che ora mi pare normale. Quando ho capito che ero Sauron ho letto tutto il possibile: il Silmarillion, i Racconti incompiuti, Lo Hobbit e altri. Mi sono concentrato in particolare su Il Silmarillion e sui capitoli che si riferiscono a questa serie. E anche le lettere di Tolkien che scrisse ad altre persone nella sua vita rivelano molto sui suoi pensieri su Sauron, sul bene e sul male e, la zona grigia nel mezzo. E l'ho trovato affascinante. Non ho lasciato nulla di intentato, spero di aver dato al personaggio quel che Tolkien avrebbe voluto, e un vero senso di scopo. Da questo punto di vista, è divertente giocare con gli elementi malvagi del personaggio, perché tutti provengono, credo, da una zona di verità”.
Come ha giocato con l’ambiguità?
“È interessante. Tolkien parla del pentimento di Sauron, all'inizio della Seconda Era, deve scusarsi davanti agli dèi, che teme. Ma non specifica mai se quel pentimento sia autentico o meno. Specula su questo. E da attore puoi vedere l'intero viaggio della stagione in due modi diversi, indipendentemente dal fatto che stia manipolando Galadriel o se pensi sinceramente di poter essere buono. Ho portato avanti l’ambiguità fino alla fine della stagione, quando poi lui decide di abbracciare il potere, si addentra e torna verso l'oscurità, perché questa idea lo consuma. Spero di aver dato al passaggio da Halbrand a Annatar quel collegamento psicologico immaginato da Tolkien”.
Quando è nella sua forma umana, Halbrand è umano, soffre fisicamente, e noi lo comprendiamo. Il fatto che non sia un occhio di fuoco o uno dei molteplici cattivi digitali dei kolossal aiuta.
“Tolkien è capace di contraddizioni. A volte racconta che le origini di Sauron non erano maligne, poi nelle lettere ne parla come della rappresentazione del male. Le due cose non si escludono. Ma Sauron come simbolo del male non mi è utile per avvicinarmici da attore. Lui non è umano, ma noi lo vediamo attraverso il filtro della nostra umanità. Perciò lo capisci quando all’inizio della stagione in qualche modo si ricostruisce. Lo capisci, anche se non sei dalla sua parte. Ma è divertente per il pubblico intraprendere un viaggio con lui”.
Tolkien era cattolico: Sauron - Annatar è un angelo caduto?
“Sì, ci sono questi elementi religiosi. Sauron è un semidio. Non volevo che si sentisse come un angelo convenzionale. Volevo che portasse con sé più saggezza e un livello di grandiosità. Ma Annatar ha un senso di saggezza e un’inquietante bellezza che immagino sia piuttosto angelica”.
Grandi trasformazioni fisiche e di linguaggio.
“Tanto duro lavoro, quello vocale, gli accenti, le lingue. La fisicità è stata la chiave, un approccio che mi piace. Ho persino attaccato pesi alle vesti di Annatar per farlo muovere quasi senza camminare, come un semidio. Con il rischio di inciampare scendendo le scale. Mica facile”.
Il mondo di Tolkien è antico e contemporaneo.
“Tolkien cercava un racconto universale e senza tempo. Nel corso della storia ci sono sempre il bene, il male, la perdita e la speranza. Anche in questa stagione. Questo è il motivo dei tanti adattamenti del suo lavoro in passato, e dei tanti altri che ci saranno”.
Questo ruolo le ha cambiato la vita?
“Radicalmente. La vita mi appaga anche fuori dal lavoro, ma è meraviglioso sentirsi realizzati professionalmente. Lo trovo rigoroso e stimolante, davvero gratificante. Questa esperienza mi ha fornito libertà e flessibilità professionale. Sarò grato per sempre a questo show”.
Quando ha iniziato a pensare di voler diventare un attore?
“Ho sempre amato la recitazione, le lezioni al liceo. E ho avuto l’insegnante che mi ha detto: potresti fare l'attore se vuoi. Vengo da una piccola città dell'Australia e l'idea di fare l'attore era assurda, non avevo legami col settore, non sapevo come funzionasse. Era un concetto estraneo. Mi sono messo a ridere, ma poi affrontando un provino per una scuola di recitazione anni dopo, la sua stima mi ha dato la convinzione e il coraggio. All’università sono entrato in una compagnia amatoriale, ho studiato e ho capito che avrei voluto farlo. E piano piano ho superato ogni ostacolo, perché ci credevo per davvero”.
Le reazioni dai fan di Tolkien al suo personaggio?
“Ho sempre avuto solo belle esperienze negli Stati Uniti, io poi non sono online, o sui social, non appartengo a quel mondo. Di persona incontro persone che amano lo show, ho avuto reazioni positive e non sono al punto in cui la fama influisce sulla mia vita quotidiana. Sono grato ai fan, quando vengono al Comic-Con di San Diego, e mi dicono quanto ci tengono, quanto significhi per loro”.
Lei è anche un appassionato sportivo.
“Mi piace mantenermi attivo. Penso sia una parte importante della mia vita. Anche come attore: il corpo è lo strumento. E poi sono ossessionato come spettatore, soprattutto di calcio. Non ho avuto il talento da poterlo giocare, ma lo vedo tantissimo. Quando ho vissuto a Roma sono anche andato allo stadio, ho visto una partita di Champions League. Amo la Roma, ma sono anche massicciamente tifoso del Tottenham Hotspur. La prossima volta che la Roma affronterà gli Spurs, magari in Europa League, non so chi tiferò”.