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Giacomo Giorgio: “Devo tutto a mia nonna Melina, con la sua pensione andavo a fare i provini. Io piacione? Mai sul lavoro”

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L’attore, 26 anni, tra le star di “Mare fuori”, poi in tante altre serie e film, è sul set di “Morbo K” nel ruolo del medico che inventò una sindrome per salvare gli ebrei. E terrà una masterclass al Centro sperimentale di cinematografia. “Se penso a me diciassettenne... Non sapevo dove stavo di casa e come campare”
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È serio, misurato, voce profonda, riflette prima di rispondere. Meno male che alla fine ammette, sì, anche lui è un po’ piacione: «Nel privato», ride, «con le ragazze, non sul lavoro». Giacomo Giorgio, 26 anni, con Mare fuori ha spiccato il volo: Noi siamo leggenda, Doc, Per Elisa, Carosello, Belcanto, il cinema con i Manetti bros (Diabolik). Napoletano cresciuto a Milano, è andato dritto per la sua strada. «Per fare l’attore ci vuole passione, impegno e non pensare a diventare star ma a diventare bravi»: lo spiegherà al Centro Sperimentale, dove oggi e domani terrà una masterclass.

Ciro Ricci è il personaggio con cui Giacomo Giorgio ha spiccato il volo, tra i protagonisti della serie "Mare fuori" 

Sta girando per la Rai Morbo di K diretto da Francesco Patierno, ispirato alla storia vera del primario del Fatebenefratelli Giovanni Borromeo (lo Yad Vashem lo ha riconosciuto come Giusto), che n…

È serio, misurato, voce profonda, riflette prima di rispondere. Meno male che alla fine ammette, sì, anche lui è un po’ piacione: «Nel privato», ride, «con le ragazze, non sul lavoro». Giacomo Giorgio, 26 anni, con Mare fuori ha spiccato il volo: Noi siamo leggenda, Doc, Per Elisa, Carosello, Belcanto, il cinema con i Manetti bros (Diabolik). Napoletano cresciuto a Milano, è andato dritto per la sua strada. «Per fare l’attore ci vuole passione, impegno e non pensare a diventare star ma a diventare bravi»: lo spiegherà al Centro Sperimentale, dove oggi e domani terrà una masterclass.

Ciro Ricci è il personaggio con cui Giacomo Giorgio ha spiccato il volo, tra i protagonisti della serie "Mare fuori" 

Sta girando per la Rai Morbo di K diretto da Francesco Patierno, ispirato alla storia vera del primario del Fatebenefratelli Giovanni Borromeo (lo Yad Vashem lo ha riconosciuto come Giusto), che nel 1943 inventò il contagiosissimo morbo di K (dalle iniziali degli ufficiali nazisti Kesselring e Kappler), rinchiuse in un reparto dell’ospedale romano decine e decine di ebrei, salvando loro la vita. Fa una certa impressione vedere l’isola Tiberina, di fronte al Ghetto, invasa dalle comparse con le divise naziste.

Che si prova a vivere la Storia?

«Interpretare personaggi realmente vissuti è quasi un altro mestiere. Girare nei luoghi dove tutto è accaduto è molto emozionante».

Conosceva questo episodio?

«Non sapevo del morbo di K, ho letto di tutto e di più. Io e Vincenzo Ferrera interpretiamo quelli che nella realtà sono Borromeo e Adriano Ossicini, ma non si chiamano così nella fiction. Per me è come Schindler’s list o La vita è bella, ti fanno riflettere su quello che è giusto fare».

Quei medici fecero una scelta ammirevole: è una società egoista?

«Siamo persone autoriferite, individualiste e spesso agiamo per convenienza. Quei medici, stimati, che stavano bene e facevano il loro lavoro, potevano voltarsi dall’altra parte. Hanno agito secondo la propria coscienza, con coraggio».

Come nasce la passione per la recitazione?

«Da spettatore. La mia famiglia mi ha sempre portato al cinema: ricordo con nostalgia l’arena a Formia, con il muro ingiallito e le sedie di legno. Ricordo Papillon, l’ho visto a 11 anni. Mi ha segnato: ero convinto di essere lui, con quella sete di rivalsa».

Con Ciro di “Mare fuori” è diventato popolare: perché ha lasciato?

«Non ho mai voluto essere una star, non mi interessa. La serie è entrata nella storia della televisione e sono felice di averne fatto parte, ma ho studiato per fare l’attore e non puoi bloccarti in un ruolo — o nei cloni. Per questo ho lasciato, poi il mio Mare fuori non è quello di adesso».

Vuole dire che è tutto cambiato?

«Il mio Mare fuori non raccontava l’amore, che nel carcere minorile non esiste, ma una prigionia reale, dolorosa».

Che ha capito del suo mestiere?

«Francis Ford Coppola, alla masterclass a cui ho partecipato, ha detto: “Il mio mestiere è inutile, la cosa più importante sono la scrittura e la recitazione”. La sceneggiatura è fondamentale».

Ora terrà lei una masterclass di due giorni, un bel salto.

«Mi pare strano per l’età e il luogo, il Centro sperimentale. Me l’ha chiesto la preside. Proprio io? Poi mi sono detto: perché no? Se penso a me diciassettenne ai provini. Non sapevo dove stavo di casa e come campare».

L'attore nella serie tv "Doc - Nelle tue mani" 

Chi deve ringraziare?

«Mia nonna Melina. L’ho detto quando ho ricevuto il Nastro d’argento - Grandi serie, vengo da una famiglia modesta, il sogno di fare l’attore era complicato dal punto di vista economico. Fare i provini era costoso: gli spostamenti, il treno. Mia nonna aveva una pensione di 400 euro, me ne dava la metà. Teneva le monete a parte, sapeva che a Roma prendevo la metropolitana e preparava il sacchetto. Aveva fiducia in me: “Sono sicura che vincerai” ».

È riuscita a vedere il successo?

«No. Il destino è incredibile: è morta la mattina dopo l’ultima puntata».

Ha realizzato il suo sogno, ma aveva un piano B?

«Assolutamente no. Ho sempre pensato che l’unica maniera per arrivare a fare l’attore era non considerare un piano alternativo. Ci ho creduto, mi sono dato tempo, una vocina mi diceva: “Ce la puoi fare”. Ma ho avuto momenti di sconforto».

Nella serie diretta da Marco Pontecorvo "Per Elisa" è Luciano Claps, uno dei fratelli della ragazza scomparsa, il cui cadavere fu ritrovato 17 anni dopo, nel 2010 

Punti di riferimento?

«Mastroianni, così bravo e distaccato, dalla fama straordinariamente normale. E Marlon Brando, per ragioni diverse: imprevedibile, mitologico, ha stravolto le regole».

Come vive la popolarità?

«Non mi piace fare i selfie e scappare, i ragazzi mi raccontano i problemi. Sa quante mamme hanno fatto la foto con me prima della figlia?».

È un bel ragazzo e sarà piacione anche lei. O no?

«L’aspetto ha un peso nel privato, prescinde dalla recitazione. Posso fare il piacione con le ragazze. Ho le borse sotto gli occhi, alle truccatrici che vogliono coprirle dico sempre: lasciatele. L’imperfezione mi affascina. La bellezza è la crepa, la goffaggine che diventa romantica. Alcuni volti che definiresti “non belli”, davanti alla cinepresa diventano qualcosa».

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