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“Dostoevskij” dei fratelli D’Innocenzo, gli inferi in cui il delitto non ha castigo

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La serie debutta su Sky e Now il 27 novembre. Filippo Timi è un detective in equilibrio sull’orlo dell’abisso. Una storia che esplora il Male, e l’oscurità, centimetro per centimetro
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«Per semplificare lo chiamiamo Dostoevskij», dice a un certo punto — con quella voce tutta sua, baritonale, Filippo Timi nei panni di Enzo Vitello, detective. Si riferisce al serial killer, necessariamente misterioso, con cui dovrà fare i conti in una indagine che diventa una camminata sull’orlo dell’abisso. In senso nemmeno troppo figurato.

Per semplificare lo chiamiamo Dostoevskij, il tizio (o la tizia) che uccide e lascia accanto alle sue vittime letterine fitte, scritte a mano, in cui si auto-incarica di descrivere letterariamente gli omicidi. Usa parecchi aggettivi, cerca metafore. Vitello dice che sono stronzate, che lo stile è freddo, che si coglie un’ombra depressiva in quelle parole, e che la naturalezza è ingannevole. Nessun movente apparente: «L’unica motivazione dei delitti è la vita stessa». Così disse Vitello. Fornendo forse la chiave di lettura definitiva di questa nuova serie tv firmata dai fratelli Dami…

«Per semplificare lo chiamiamo Dostoevskij», dice a un certo punto — con quella voce tutta sua, baritonale, Filippo Timi nei panni di Enzo Vitello, detective. Si riferisce al serial killer, necessariamente misterioso, con cui dovrà fare i conti in una indagine che diventa una camminata sull’orlo dell’abisso. In senso nemmeno troppo figurato.

Per semplificare lo chiamiamo Dostoevskij, il tizio (o la tizia) che uccide e lascia accanto alle sue vittime letterine fitte, scritte a mano, in cui si auto-incarica di descrivere letterariamente gli omicidi. Usa parecchi aggettivi, cerca metafore. Vitello dice che sono stronzate, che lo stile è freddo, che si coglie un’ombra depressiva in quelle parole, e che la naturalezza è ingannevole. Nessun movente apparente: «L’unica motivazione dei delitti è la vita stessa». Così disse Vitello. Fornendo forse la chiave di lettura definitiva di questa nuova serie tv firmata dai fratelli Damiano e Fabio D’Innocenzo (su Sky e Now dal 27). Per semplificare la chiamiamo Dostoevskij, questo d’altra parte il titolo: e benché il grande russo non sia direttamente coinvolto, c’è margine per rimuginare sull’ipoteca ideale di un autore che non si limitava a costeggiare il male ma lo esplorava centimetro per centimetro.

Delitti senza ragione e castighi che coincidono con il puro vivere: l’essere al mondo come condanna. C’è un riscatto? Nell’autore dei Fratelli Karamazov sì, nei fratelli D’Innocenzo è difficile dirlo; tanto più che — fedeli a un iperrealismo che diventa espressionismo straniante, livido — c’è stavolta un buio denso che non è solo questione di fotografia. Anche: i personaggi sembrano scolpiti nel notturno, nel fioco, nell’opaco. I tratti dei volti sono illuminati appena, le loro vite deragliate sembrano confidare nell’assenza di luce. «Chi ti ha detto che devo vivere?» domanda stizzito Vitello a un suo interlocutore, segnato quanto lui dai traumi. E tuttavia vive, o prova a farlo, sapendo che ha già perso. Bisogna avere uno stomaco forte e una certa propensione alla pietà per seguire l’indagine: corpi morti e corpi vivi o semivivi ingombrano la scena, si manifestano nelle loro orbite fonde, nei loro umori, rigurgiti, saliva, lacrime, nei loro lembi di carne — esplorati in primissimo piano in una scena disturbante quanto (forse) metaforica.

Filippo Timi è il poliziotto di "Dostoevskij", la serie dei D'Innocenzo. L'intervista

È l’ingresso (letterale) in uno sfintere, e insieme — a voler usare le parole del Manganelli “infero” — lo sfintere del mondo. I D’Innocenzo richiamano nelle interviste, anche come ipotesi di progetti futuri, la fascinazione per il Pasolini di Petrolio e per il Moresco dei Canti del Caos. Si può capire anche qui qual è il punto, una discesa nel nero psichico che non si fa gradino per gradino, ma scivolando, precipitando, e senza più sapere come risalire. D’altra parte il Vitello sacrificato a quest’altare non è solo il poliziotto ruvido, che sa parlare alto, solenne ma anche greve e sprezzante: è anche un padre che ha abbandonato sua figlia. E si è macerato negli esiti emotivi di questo abbandono (le cui ragioni sono sconvolgenti).

Vitello pedina il fantasma del Dostoevskij o dei Dostoevskij, azzarda un dialogo a distanza — e diventa una tortuosa angosciante tenzone giocata sulle parole. Incrocia gente che potrebbe sapere, perlopiù adulti stravolti da un’infanzia marcia. Un’infanzia spezzata che ha lavorato contro di loro, contro la loro felicità. Arrivare in fondo alla serie significa fare i conti con questo tema pesantissimo: il potere di cui un adulto dispone per distruggere la vita futura di un bambino. Ovvero per rendere infelice e straziato l’adulto che sarà.

I D’Innocenzo non si risparmiano e non ci risparmiano niente, la loro estetica dello sgradevole è nutrita da un trionfo di sensazioni cupe, nette come stilettate, fastidiose come chi prema su un livido o passi un’unghia su una ferita. Si arrendono all’evidenza del male nell’umano: il nostro parossismo, potrebbero difendersi, è nelle cose, è là fuori, nella realtà, o là dentro, nella testa delle persone che ci camminano accanto. Loro sì — più di ogni sceneggiatore o regista pure pronto alla provocazione estrema — capaci dell’impensabile.

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