Ayrton Senna, la serie. Il protagonista Gabriel Leone: “Un eroe tragico che vive in noi”
di Alessandra De Tommasi«Ci può essere un solo campione» e lui, il brasiliano Ayrton, si è guadagnato la cima del podio mondiale tre volte.
Parte così il racconto di Senna, dal 29 novembre su Netflix, anche se la morte in pista su quella curva del circuito di Imola nel 1994 ha infranto un sogno nato all’età di tre anni quando, da bambino, il papà gli ha costruito la prima macchinina. Il pilota, scomparso a 44 anni, è raccontato con grande minuzia di particolari perché Ayrton Senna è per il Brasile quello che Armando Maradona rappresenta per l’Argentina, un orgoglio nazionale, come dice il protagonista, il 31enne di Rio de Janeiro Gabriel Leone.
Chi è per lei Senna?
«Un eroe tragico che vive ancora nell’immaginario collettivo».
Come si è approcciato a un simile mito?
«La storia è un omaggio, un segno di rispetto ma anche una sfida. Interpretarlo – continua l’attore – non è stato facile, innanzitutto perché non gli somiglio molto fisicamente ma dovevo scomparire perché emergesse lui in me, senza farne un’imitazione. Anche se trovo stimolante adattare il mio fisico al ruolo ho avuto difficoltà enormi a trovarne la voce, la personalità, i movimenti, l’energia. Poi, all’improvviso, durante un camera test, qualcuno ha scattato una foto di me vicino al direttore della fotografia e guardandola ho capito di averlo trovato».
La ricetta vincente della serie?
«Aver trovato un equilibrio tra tecnicismi sportivi ed emozioni capaci di coinvolgere un pubblico non solo locale, ma proprio per la sua essenza latina, piena di passione e impulsività».
A dispetto di quanto possa pensare per modestia, a volte sullo schermo sembra davvero di rivedere Senna, non solo in gara ma anche prima e dopo. Perché Magic (così è chiamato in tutto il mondo) secondo lei ha lasciato un segno indelebile?
«Perché era speciale: le corse sono state l’amore della sua vita e conosceva tutto sulle automobili, come si capisce nelle scene in cui reagisce all’arrivo della pioggia durante una competizione. Non è solo talento ma duro lavoro, un impegno maggiore di chiunque altro».
Senna aveva origini siciliane, come lei. L’ha aiutata ad avvicinarsi a lui?
«Sento l’Italia come casa, non solo perché i miei bisnonni sono immigrati dalla Penisola e perché Roma è il mio posto preferito al mondo ma perché ormai rappresenta un valore simbolico. Nel 2022 sono stato per quattro mesi a Modena per girare Ferrari con un coach. E durante le riprese ho ricevuto la notizia di essere stato preso per interpretare Senna. Ho considerato un segno che l’ultimo giorno di riprese del film sia passato a Imola. Ho voluto visitare il luogo in cui è morto, e ho passato la pausa pranzo in un parco con la sua statua, con lui che guarda in basso con una rosa e lo sguardo malinconico. C’erano tanti bigliettini attaccati o lì vicino e omaggi e venivano da tutto il mondo per lui. È amato e lo è sempre stato. Allora ho scattato una foto per chiedere la sua benedizione sul progetto».
L’unico rimpianto è non essere mai sceso realmente in pista. Sì, perché lei non ha mai acceso il motore e percorso neppure mezzo giro di un circuito, vero?
«Purtroppo non ho guidato nessuna auto, il CGI ha fatto miracoli ed è stato affiancato da video reali e foto delle gare. Ho trascorso tre settimane in uno studio di Los Angeles, seduto in un’auto per filmare i “close up” (le inquadrature strette sul volto, ndr), per catturare il cuore di un recitando solo con gli occhi e attraverso un visore. Sembrava di essere in un videogame anche se la macchina non si muoveva».
Ogni eroe ha bisogno di un anti-eroe e in questo caso molto spazio viene riservato alla rivalità con il collega Alain Prost. Che ne pensa?
«Per me – conclude l’attore - non è un villain né nella serie e neppure nella vita vera. Lui e Senna erano rivali come sono i più grandi sanno essere, spingendosi a migliorare, ma sempre con rispetto, e peraltro gareggiavano nella stessa scuderia. Prost è tornato, è diventato suo amico e al funerale ne ha portato la bara a spalla. È l’antagonista, con quattro mondiali vinti, ma solo perché questo è il biopic di Ayrton e delle sue imprese straordinarie»
…come guidare 15 ore prima di una gara per recuperare un motore in un’altra nazione. E il racconto Netflix racchiude un’epopea intera in sei, intensissimi episodi, con pathos ma senza retorica, come merita un campione, anzi “il” campione.