Sin dal 1977 propone al suo pubblico un rendez-vous, da organizzare magari tomorrow, e Amanda Lear ne avrà uno a Ballando con le stelle, puntata di sabato 30 novembre, dove sarà ballerina per una notte. Icona, modella, cantante dalla voce inconfondibile, conduttrice dall’altrettanto inconfondibile stile, attrice di cinema e teatro, Queen of Chinatown (dal titolo di un altro suo brano), musa, spirito libero, artista e, ora, danzatrice: impossibile riassumere tutte le vite vissute da Lear che, in questi suoi primi ottantaquattro anni (presunti, perché la sua età, proprio come tanti altri dettagli della sua vita, rimangono avvolti nel mistero), è stata tutto fuorché monotona.
L’incontro con Dalì
Nata – forse - nel 1939 nell’attuale Ho Chi Minh come Amanda, o forse ad Hong Kong come Peki d’Oslo (ancora aleggia la storia, smentita più volte, sul suo essere nata uomo), diventata Lear grazie a Salvador Dalì, figura indissolubilmente legata alla sua vita sin da quel loro primo incontro a Parigi nel 1965: “Nella primavera del 1965 mio padre era appena morto e io, studentessa di Belle arti, per pagarmi le lezioni di disegno e l’affitto del mio appartamento in Sloane Avenue, a Chelsea, posavo per delle foto di moda – si legge nella sua opera La mia vita con Dalì (2023), dove racconta qualche dettaglio della sua giovinezza – alla scuola di Belle arti avevo cominciato a interessarmi al surrealismo, in particolare a De Chirico e Magritte. Essendo stata una bambina introversa, figlia di genitori divorziati, mi sembrava di riconoscermi nelle scene teatrali e angoscianti del primo e nella poesia solitaria del secondo. Dalì non godeva di particolare considerazione presso la maggior parte dei miei insegnanti (…) ma i primi hippy stravedevano per lui: lo trovavano psichedelico nonostante il suo stile di vita borghese e il suo senso degli affari. Per farla breve, Dalì era uno di noi e io non potei resistere all’idea di incontrarlo in carne e ossa”.
“Da questo momento non ci lasceremo mai” la frase dettale dall’artista, che la fece diventare sua musa ispiratrice e la introdusse nel suo mondo surreale. Fino all’incontro con un altro artista altrettanto famoso, questa volta David Bowie, che la spinse nel mondo della musica: ecco allora la trasformazione del camaleonte in regina (e leopardo, dal video di Tomorrow) della disco, con una serie di brani entrati non solo nelle rotazioni delle radio, ma nell’immaginario collettivo.
Caratterizzata da una voce bassa e sensuale, unita al suo aspetto androgino seppur femminile al massimo, il nome Amanda Lear divenne ben presto noto e la sua stella iniziò a brillare. “Non avevo assolutamente mai preso lezioni di canto e non avevo nessuna intenzione di diventare una cantante, David Bowie mi pagò delle lezioni di canto e di ballo e mi mise sotto contratto – aveva raccontato qualche tempo fa – ma il primo disco, Star, non usciva mai. A forza di dirmi ‘più tardi, più tardi’, mi sono stufata e arrivò una proposta dalla Germania: nel ’77 questa major mi propose di andare a Monaco a incidere il primo disco”.
Da regina della disco alla tv
Il resto è storia. Mother, look what they’ve done to me un suo brano del ’79, “Mamma, guarda cosa mi hanno fatto”: una star, una “white queen of disco”. Bellezza, talento, sagacia e intelligenza non potevano però frenare la sua irrequietezza e voglia di rinnovarsi e così, giunti ai favolosi anni Ottanta, ecco un’altra trasformazione e la conquista di un nuovo terreno: il piccolo schermo. Che l’ha resa particolarmente nota proprio in Italia: Premiatissima con Claudio Cecchetto e Johnny Dorelli, W le donne con Andrea Giordana, Miss Italia e Il gioco dei 9 sono solo alcuni dei programmi nel suo lungo curriculum, a cui si sono poi aggiunti negli anni Novanta e Duemila Il brutto anatroccolo con Marco Balestri, Cocktail d’amore e proprio Ballando con le stelle, che l’ha vista come giurata nelle prime due edizioni.
"Soubrette del sabato sera di Berlusconi”
“Sono stata la prima soubrette del sabato sera di Berlusconi, per parecchi anni sono stata la punta di diamante di Canale 5” aveva detto a Alessandro Cattelan parlando dei suoi anni a Mediaset, ma per la poliedrica Amanda è stata proprio mamma Rai il suo terreno degli ultimi anni (Ciak… Si canta!, Si può fare, Sanremo Young, Non sono una signora), e dove ora è tornata per esibirsi in un ballo assieme a dei nuovi “boys” (come chiamava il suo corpo di ballo ne Il brutto anatroccolo) Simone Iannuzzi, Filippo Zara e Samuel Santarelli. Perché d’altronde “a casa mi annoio, ho bisogno di fare cose”: e quindi “I am the night / I am your fate / So follow me, just follow me” (Follow me, 1978).