Renzo Arbore: “Tengo viva la memoria della comicità, ci insegna a leggere il presente”
di Silvia FumarolaROMA – «Sì, un pizzico di nostalgia c’è», ammette Renzo Arbore, «ma questa antologia della risata è anche un omaggio affettuoso a grandi artisti e ha uno scopo, uso una parolaccia, “educativo”: bisogna ricordare, la memoria è tutto». Dal 9 gennaio presenta con Gegè Telesforo su Rai 2 in seconda serata Come ridevamo, il nuovo programma ideato insieme a Ugo Porcelli, che raccoglie gli sketch migliori della tv. Da Carlo Verdone, esilarante, che racconta a modo suo le epiche avventure dei garibaldini («Ha fatto epoca» dice Arbore, «Bettino Craxi si fece mandare il video e lo mostrava agli amici»), a Gigi Proietti, da Aldo Fabrizi al trio Solenghi Marchesini Lopez, da Roberto Benigni a Massimo Troisi, da Giorgio Bracardi a Nino Frassica:120 scenette in venti puntate.
Con quale criterio ha scelto?
«Abbiamo scelto cose che ci facevano ridere, che ci fanno ridere e che ci faranno ancora ridere. A distanza di tempo, tanto materi…
ROMA – «Sì, un pizzico di nostalgia c’è», ammette Renzo Arbore, «ma questa antologia della risata è anche un omaggio affettuoso a grandi artisti e ha uno scopo, uso una parolaccia, “educativo”: bisogna ricordare, la memoria è tutto». Dal 9 gennaio presenta con Gegè Telesforo su Rai 2 in seconda serata Come ridevamo, il nuovo programma ideato insieme a Ugo Porcelli, che raccoglie gli sketch migliori della tv. Da Carlo Verdone, esilarante, che racconta a modo suo le epiche avventure dei garibaldini («Ha fatto epoca» dice Arbore, «Bettino Craxi si fece mandare il video e lo mostrava agli amici»), a Gigi Proietti, da Aldo Fabrizi al trio Solenghi Marchesini Lopez, da Roberto Benigni a Massimo Troisi, da Giorgio Bracardi a Nino Frassica:120 scenette in venti puntate.
Con quale criterio ha scelto?
«Abbiamo scelto cose che ci facevano ridere, che ci fanno ridere e che ci faranno ancora ridere. A distanza di tempo, tanto materiale non è più attuale, penso agli sketch sulla cronaca. Abbiamo scelto scenette, non so come chiamarle oggi, che ironizzano sul costume o che nascono dalla fantasia. Sono state rinnovate tecnicamente con la collaborazione preziosa di Rai Teche. Ho creato un piccolo gruppo di lavoro con Porcelli, Gegè Telesforo, Emiliano Portone e Gianluca Nannini: registriamo nello studio a casa mia, è un programma economico».
Sono pezzi di bravura che raccontano anche com’è cambiata l’Italia.
«Sono artisti, inventori di risate e di sorrisi. Faccio parte di quella generazione fortunata, discepola dei grandi attori del dopoguerra, erano veri inventori. Il programma mette insieme Paolo Villaggio, Mario Marenco, Corrado Guzzanti, Verdone, Troisi, dovrei fare tanti nomi. Abbiamo riscoperto Franco e Ciccio, Ric e Gian con i loro scioglilingua. Abbiamo fatto una bella ripassata, restaurando un repertorio che non invecchia».
In fondo è anche un’operazione nostalgia?
«Certo, perché è un’operazione un po’ educativa, parolaccia mi rendo conto, ma guardando come si faceva ridere si semina per i nuovi. I classici servono per rinnovare il modo di far ridere. E’ un’operazione mista, sì c’è anche un po’ di rimpianto ma si ride oggi come si rideva allora. Questo è confortante. Alla mia età cosa mi tocca fare? Un nuovo programma alla ricerca dell’ascolto? Mai. Mi sento in dovere di ricordare, commentando come sono nate le cose e spiegando come si faceva ridere in maniera cordiale e duratura».
Oggi manca un po’ di creatività?
«Quando con Gianni Boncompagni abbiamo fatto Alto gradimento, c’erano personaggi di fantasia, penso a Scarpantibus di Giorgio Bracardi, sono quelli che mancano un po’ oggi. Con Fiorello, che si è acquattato per un po’ di tempo, in Rai mancano sorrisi importanti e sinceri».
Pensa che, paradossalmente, prima ci fosse più libertà? I comici si lamentano per il politicamente corretto.
«Forse sì, pensi a Bracardi che faceva l’ex gerarca Catenacci. Oggi gli haters si attaccano a un aggettivo, ci sono molti stupidi che invidiano e dietro l’invidia spesso c’è la spinta a criticare ferocemente».
Ha lanciato tantissimi talenti. Li ha mai contati?
«Sì: se mettiamo insieme L’altra domenica, Indietro tutta e Quelli della notte, sono cento».
Maurizio Ferrini, Nino Frassica, Francesco Paolantoni, sono ancora grandi protagonisti.
«Continuano a far ridere. Fabio Fazio, che è molto attento con i suoi autori a cercare nuovi talenti, li ha adottati. Poi c’è la riscoperta da parte dei napoletani di Riccardo Pazzaglia, sul mio renzoarborechannel.tv. Me ne vado a fare il guru ha fatto quasi un milione di visite. Riccardo era una persona deliziosa».
Che si aspetta dal Festival di Sanremo?
«Una sana rassegna di quello che passa il convento, compresa qualche canzone tradizionale».
Che idea si è fatto della polemica su Tony Effe?
«Una volta chiamato, poi non puoi protestare. Posso dire che non fa parte dei miei codici. Il proibito alcune volte lo apprezzo, anche quelli che fanno stand up sono bravi ma, ripeto, sono lontani dai miei codici. Dopo la rivoluzione di Bandiera gialla, quando con Gianni avevamo scoperto la vena comica, ci eravamo resi conto che faceva più ridere il non detto - con i giochi di parole - che il detto. Comunque io resto un orgoglioso goliardico».
Fedele alla tradizione?
«E’ una tradizione che non posso rinnegare. Persino Eugenio Scalfari, con Marco Pannella, Umberto Eco, Lino Jannuzzi, faceva dell’ottima goliardia insieme a tutti i goliardici dell’Ugi. Mi piacerebbe fare giustizia all'aggettivo 'goliardico', che viene considerato spregiativo, mentre quella irriverenza verso le istituzioni ha avuto seguaci. Non lo sanno, ma molti comici, compresi tanti sceneggiatori, sono discendenti di quel tipo di ironia».