Marisa Laurito: “L’ironia spaventa gli uomini perché si fa beffe del potere”
di Silvia FumarolaROMA — «Devo tutto a Renzo Arbore, non finirò mai di ringraziarlo. Ho fatto tante cose nella vita, ma una cosa ce l’ho sempre avuta chiara: bisogna circondarsi di persone più intelligenti di te». Marisa Laurito arrota la erre e si fa una risata; davvero è sempre così ottimista e solare come appare? «Sempre. Nella vita bisogna vedere il bicchiere mezzo pieno, se no è la fine». A 73 l’attrice napoletana si gode il successo di Mina Settembre, la serie con Serena Rossi in onda la domenica su Rai 1: da quando interpreta Rosa, la fermano per dirle che vorrebbero tutti una zia come lei.
Le zie salveranno il mondo?
«Volesse il cielo, bastassero le zie. Il mondo potrebbe essere salvato con l’ottimismo e la buona volontà, energie pulite, ma purtroppo oggi non lo può salvare nessuno. Siamo burattini con i fili tirati dalle multinazionali ed enormi poteri. Per…
ROMA — «Devo tutto a Renzo Arbore, non finirò mai di ringraziarlo. Ho fatto tante cose nella vita, ma una cosa ce l’ho sempre avuta chiara: bisogna circondarsi di persone più intelligenti di te». Marisa Laurito arrota la erre e si fa una risata; davvero è sempre così ottimista e solare come appare? «Sempre. Nella vita bisogna vedere il bicchiere mezzo pieno, se no è la fine». A 73 l’attrice napoletana si gode il successo di Mina Settembre, la serie con Serena Rossi in onda la domenica su Rai 1: da quando interpreta Rosa, la fermano per dirle che vorrebbero tutti una zia come lei.
Le zie salveranno il mondo?
«Volesse il cielo, bastassero le zie. Il mondo potrebbe essere salvato con l’ottimismo e la buona volontà, energie pulite, ma purtroppo oggi non lo può salvare nessuno. Siamo burattini con i fili tirati dalle multinazionali ed enormi poteri. Però gli uomini di buona volontà non si devono arrendere».
Si riconosce nel personaggio?
«Molte caratteristiche di zia Rosa ce le ho anche io: andare incontro alle persone, capire le situazioni di tutti senza giudicare».
Quanto conta Napoli nella serie?
«Tanto. C’è uno sguardo diverso rispetto a quello portato dagli altri, in cui è buia, la Napoli dell’inferno. La regista Tiziana Aristarco, da milanese, rimaneva stupita dalla solidarietà, che nella mia città c’è ancora, ce n’è moltissima, non è solo il racconto di fantasia. De Crescenzo diceva che “Napoli è l’ultimo baluardo dell’umanità del mondo”» .
Cosa le ha insegnato Arbore?
«Mi ha dato la possibilità immensa di diventare Marisa Laurito, mi ha insegnato a improvvisare, mi ha regalato l’autorità per diventare un’autrice. Dopo avere lavorato con Renzo mi sono messa a scrivere».
Dirige il Teatro Trianon Viviani di Napoli, da donna fa più fatica?
«Ancora oggi devi combattere e dimostrare di saper fare le cose, alle donne non stendono i tappeti rossi. Dopo che hai dimostrato di saper fare tutto, ti dicono che sei brava. Il teatro è al centro di Napoli, zona popolare e faticosa, ci occupiamo anche del sociale: Davide Iodice fa laboratori per i ragazzi, è un luogo che accoglie. Ripetiamo che con la cultura si va avanti. Non facendo i furbi».
Da attrice cosa non le hanno riconosciuto?
«Le persone non sono attente, Renzo docet. Ripete le stesse cose, a volte gli dico: “Lo sappiamo che hai inventato una certa televisione”. E lui replica: “Bisogna farlo, la gente è disattenta”. Sono un’artista eclettica, le persone coglieranno una piccola parte delle cose che faccio. Paolo Villaggio diceva: “Il successo è importante, ma è una comfort zone”. Vero, un’artista non ha necessità estrema di successo, ha necessità di esprimersi».
Quindi si considera fortunata?
«Ho avuto una carriera bellissima, ho incontrato persone speciali: Renzo, Gianni Boncompagni, Gigi Proietti, persone che mi hanno scelta. Eduardo De Filippo mi ha insegnato il rigore e il rispetto. Ho imparato da Celentano».
Gli inizi a Roma?
«Abitavo con Marina Confalone, la casa era una comune dove passavano tutti attori squattrinati, non avevamo una lira. Il più ricco era Sergio Castellitto che lavorava al Cotral e sognava di diventare Al Pacino. Veniva Benigni, Eleonora Giorgi abitava di fronte, Massimo Ranieri veniva a mangiare pasta e fagioli».
In famiglia che dicevano?
«Non volevano che facessi l’attrice, quando ho lasciato Napoli e sono partita per Roma, dissi che andavo a fare i laboratori, che le cose andavano benissimo. Non era vero, facevo mille provini e mille lavori per mantenermi: la cameriera, la baby sitter. Preparavo le torte in casa e le vendevo nei cinema d’essai che avevano i bar. La casa era due camere e cucina, per guadagnare abbiamo anche organizzato i tè per gli anziani, tipo agenzia matrimoniale».
Mai subito molestie sul lavoro?
«In gioventù sempre. Era un metodo preciso di potere, gli uomini non volevano stare con te perché avevano voglia, ma per esercitare il potere. Io l’ho sempre vista così. Mi sono dovuta difendere. Una volta fui venduta a uno pseudo produttore, portata in omaggio il giorno del suo compleanno. Mi avevano detto che dovevo fare un provino».
E come si difendeva?
«Sbattendo la porta. Mio padre era una specie di generale in casa, sono passata nella compagnia di Eduardo, dove valevano gli stessi valori inattaccabili. Era inammissibile».
Oggi cosa conta per lei?
«L’impegno sociale: metterci la faccia. Ci sono storie che vanno gridate, quelle delle donne iraniane, delle afghane, delle italiane vittime dei femminicidi».
Nella sua esperienza, l’ironia fa scappare gli uomini?
«Normalmente scappavano. Ho un compagno da 25 anni, non so se oggi i giovani di fronte a una battuta scappano, fuggono di fronte a una donna intelligente. L’ironia è un plus, la leggerezza è basilare: bisogna vedere sempre il bicchiere mezzo pieno, mai mezzo vuoto».
Non è mai stata depressa?
«Mai. Mi rendo conto di essere molto fortunata, anche quando succede qualcosa di terribile, dico: passerà, poteva accadere di peggio. Bisogna sforzarsi, è tutta la vita che mi alleno. Quando una sta nella merda ed è difficile tirarsi fuori, ti puoi salvare solo tu».