Un salto epocale talmente importante che, per dire, quello successivo fu l’avvento del Grande fratello. E poi non se ne ricordano altri, parlando di televisione.
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È appena ovvio che nella memoria di chi c’era e aveva, anche appena, l’età giusta, l’arrivo in quel gennaio 1991 di Twin Peaks resta tra i ricordi più cari. E succedeva tutto insieme: nel senso che l’intraprendenza fu di Canale 5 – con tanto di lanci promozionali di Mike Bongiorno, per questo avvincente e nuovo telefilm, amici ascoltatori – che al tempo stesso si metteva all’occhiello il futuro e addirittura, vana speranza, lasciava immaginare che fino a quel momento si era scherzato con Dallas e Dynasty e che adesso si iniziava a fare sul serio – e sarebbe stata consentita, giusto per esigenze superiori, qualcosa alla Baywatch, se proprio ci si teneva.
Un salto epocale talmente importante che, per dire, quello successivo fu l’avvento del Grande fratello. E poi non se ne ricordano altri, parlando di televisione.
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È appena ovvio che nella memoria di chi c’era e aveva, anche appena, l’età giusta, l’arrivo in quel gennaio 1991 di Twin Peaks resta tra i ricordi più cari. E succedeva tutto insieme: nel senso che l’intraprendenza fu di Canale 5 – con tanto di lanci promozionali di Mike Bongiorno, per questo avvincente e nuovo telefilm, amici ascoltatori – che al tempo stesso si metteva all’occhiello il futuro e addirittura, vana speranza, lasciava immaginare che fino a quel momento si era scherzato con Dallas e Dynasty e che adesso si iniziava a fare sul serio – e sarebbe stata consentita, giusto per esigenze superiori, qualcosa alla Baywatch, se proprio ci si teneva.
Twin Peaks, pronti via, in quella sera di gennaio furono quasi undici milioni di telespettatori (Mike era convincente: chissà che sarebbe successo se l’avessero messo all’opera nella propaganda elettorale). Il tormentone, Chi ha ucciso Laura Palmer, le declinazioni pop di vario tipo, le torte di ciliegia sui banconi dei bar del mondo, da noi Ezio Greggio a Striscia che sostituisce il “Caspita!” con “Twin Peaks!” - era perfetto anche per quello.
L’irruzione del surreal-oniric-grottesco-crime come nuovo metro per misurare la forza di un racconto e sentirsi dentro un’epoca nella quale le cose, alcune, poche, cambiavano in meglio, sorprendendoti. Ma soprattutto, appunto, il genio di Lynch al servizio non del cinema-cinema, ma per usare la televisione come cinema diluito e imprendibile, altro che il “qui e ora” della sala. Si dice che senza Twin Peaks non sarebbe mai nata la successiva stagione, calcolata a decenni, delle grandi serie tv: precisiamo che quanto meno sarebbe stata diversa: all’inizio ci dev’essere uno che fa la rivoluzione e, se è Lynch, meglio.
Colpisce come la ricostruzione dei tempi – un grande regista, che nessuno nell’occasione si azzarderebbe a ridurre alla qualifica di Showrunner – un grande produttore, Mark Frost, e così, in nuce, c’è il richiamo ai gruppi di lavoro e produzione attuali, nel senso di quelli bravi che fanno le belle serie. Sul web, poi, si trova altra magia: due minuti e diciannove secondi di Angelo Badalamenti che racconta, con un piano elettrico davanti, la creazione di quella incredibile sigla, talmente perfetta che sembra nata prima di tutto, nel senso che poi da lì qualcuno doveva pur attaccarvi un racconto a episodi che fosse all’altezza. Come detto, i lynchani cinefili, quelli duri e puri, preferiscono glissare, sapendo che il Maestro aveva nobilitato da par suo il cinema e al tempo stesso ne aveva oltrepassato il confine: la disputa si trascina ancora oggi, senza venirne a capo. Ma che questa storia sia andata in questo modo è bello a sapersi, ad averlo visto e vissuto: e ora a ricordarlo con la giusta emozione.