In un’Inghilterra che da tre anni ha stabilito il coprifuoco per gli uomini, dalle sette di sera alla sette del mattino, come estrema misura per difendere le donne da violenze e femminicidi, dove un uomo e una donna per andare a vivere insieme devono ottenere un certificato di convivenza prodotto da un consulente che valuta che quell’uomo non sarà una minaccia per quella donna, dove a scuola si insegna quotidianamente il rispetto, la correttezza, la lotta alla misoginia si svolge la nuova serie britannica Curfew (Coprifuoco).
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Tratta dal romanzo L'alibi perfetto (Fanucci) di Jayne Cowie la serie è un thriller mozzafiato arrivato da pochi giorni sulla piattaforma Paramount+. Quando una donna viene trovata brutalmente assassinata durante le ore del coprifuoco, una serie di domande relative all'efficacia delle misure di sicurezza vengono sollevate. Anche perché la detective Pamela Green (Sarah Parish) è convinta che l'assassino sia un uomo, inizia così a indagare nella vita della vittima scoprendo moltissimi segreti. Il tutto a pochissimi giorni dal voto in cui si dovrà decidere se confermare o eliminare il coprifuoco, con il paese attraversato da proteste e un gruppo clandestino, denominato Alpha, che diffonde odio online e non solo. Abbiamo intervistato, in collegamento da Londra, la showrunner Lydia Yeoman.
Che differenze tra romanzo e serie tv?
“Le differenze tra la serie e il libro sono quelle tipiche di un adattamento ma principalmente abbiamo cambiato il finale e di molto. Quindi chi ha letto il libro si troverà un altro finale e non diciamo di più per non rovinare né la lettura né la visione. Poi ci sono altri elementi che abbiamo modificato. Intanto il personaggio della detective Pamela interpretata da Sarah Parish è piuttosto diverso, poi nel romanzo erano due donne a investigare mentre a noi ci è sembrato più interessante affiancarle un giovane poliziotto maschio, Eddie, per vedere il suo ruolo in un mondo come quello potenzialmente esplosivo. Abbiamo introdotto una famiglia americana che torna a vivere in Inghilterra per stare con un nonno malato e l’abbiamo fatto perché si potesse spiegare bene al pubblico televisivo in cosa consisteva il coprifuoco e tutti gli altri aspetti della legge”.
Ha detto sui social “non è il solito thriller inglese”, in cosa Curfew è diverso?
“Quello che trovo interessante di questo progetto è che c’è una storia procedurale, di investigazione classica direi però inserita in un mondo totalmente diverso da quello in cui siamo abituati a vivere. Si tratta di un esercizio intellettuale, un’idea provocatoria: cosa accadrebbe se tutti gli uomini fossero soggetti a coprifuoco tra le 7 di sera e le 7 di mattina? Non capita spesso con uno show tv di affrontare domande esistenziali come queste e problemi che fanno parte della vita di tutti i giorni delle persone. Non credo che ci sia una serie fatta così in Inghilterra al momento”.
Ha lavorato con esperti del tema della violenza sulle donne?
“Sì ed è stato estremamente utile anche perché il nostro obiettivo con questa storia è stimolare il dibattito, sollevare degli interrogativi. Una delle sceneggiatrici che ha lavorato con me all’adattamento, Jess Green, è stata fondamentale perché ha lavorato con donne che hanno subito violenza, e ci ha fatto molto riflettere sul tema della misoginia e come è cambiata nel corso del tempo. Ci ha molto illuminato su cosa significhi l’odio nei confronti delle donne oggi come oggi con l’impatto che la rete ha avuto su queste tematiche in particolare sulle giovani generazioni, dove c’è una recrudescenza di misoginia. Ci siamo chiesti se la violenza è il lato estremo dello spettro quali sono i semi che portano lì?”.
Il romanzo è stato scritto prima del Covid, come la pandemia ha influito sulla storia?
“Jane ha scritto il libro prima della pandemia, cosa straordinaria secondo me, ma poi è stato pubblicato dopo. E comunque credo che raccontare questa storia di coprifuoco in un mondo post pandemico lo rende più credibile. In qualche modo è diventata per noi una scorciatoia drammatica: cinque anni fa l’idea che lo stato potesse costringere i cittadini nelle proprie case poteva sembrare veramente fantascientifico. Dopo la pandemia non più tanto. E poi anche per l’aspetto delle cavigliere elettroniche, ci siamo interrogate se fosse realistico immaginare un governo che costringe tutti i cittadini maschi ad averle anche dal punto di vista pratico. E abbiamo pensato a come nel giro di pochi mesi siano stati messi in piedi i centri vaccinali, quindi non era impossibile pensare a questi centri per la sicurezza delle donne”.
È interessante che come arma contro la violenza nei confronti delle donne non c’è ovviamente solo il coprifuoco ma anche delle misure per prevenirla da parte dei familiari.
“In un mondo che è regolato dal Women Safety Act (la legge per la sicurezza delle donne) il coprifuoco è l’aspetto più eclatante ma non è l’unico. Ci sono una serie di misure che includono il fatto che se un uomo e una donna vogliono vivere insieme devono ottenere un certificato di coabitazione che provi che l’uomo non è pericoloso per la donna, anche perché è un dato statistico che la minaccia più grande per una donna viene dal partner, da colui che dorme accanto a lei. Era un elemento importante del romanzo e lo è anche nella serie, poi c’è anche la questione dell’educazione per i ragazzi nelle scuole sulla violenza sessuale che è un altro aspetto importante”.
Le reazioni in Inghilterra?
“È sicuramente una serie che fa discutere, è la ragione per cui l’abbiamo realizzata. Anche nel cast e nella troupe ci sono state belle discussioni e anche ci sono state riferite chiacchiere con fratelli, mariti, sorelle… Le reazioni sono state forti. Anche io ne ho discusso nel mio gruppo Whatsapp familiare: per esempio mio cugino ha scritto ‘io faccio sempre molta attenzione e se cammino di notte dietro a una donna sola cambio marciapiede’ e mio fratello ‘perché mai devi fare una cosa del genere?’ e da lì è iniziata una discussione. Che era veramente l’obiettivo del nostro lavoro. Dal punto di vista personale è strano, l’altro giorno in metropolitana ho visto una ragazza che lo vedeva sul suo telefono ed è stato strano”.
Fondamentalmente la serie è un thriller, c’è un assassinio, una detective che indaga, dei sospettati. Come avete lavorato per far sì che la parte più politica e sociale non prevaricasse l’intrattenimento?
“La sfida è stata trovare un equilibrio fra le due cose. Lo sviluppo di una serie tv è un processo molto lungo, lunghe conversazioni, un alto numero di bozze, cambiamenti. Per noi era importante che l’elemento del thriller funzionasse perché questa è la base del genere e abbiamo lavorato molto sulle relazioni tra i personaggi, madre e figlia, ragazzo e ragazza, tra colleghi. Con un materiale di partenza così provocatorio devi rendergli giustizia però è anche importante che tu faccia del buon intrattenimento perché stai facendo un thriller”.
Ci sono possibilità che ci sia un sequel?
“Ci piacerebbe. Sicuramente noi abbiamo delle idee per andare avanti, vedremo cosa succederà, ma sicuramente ci sarebbe ancora molto da investigare e molte altre storie da raccontare in questo mondo. Ora sto lavorando a un altro progetto, sempre un thriller ma totalmente diverso”.