All’epoca, era il 1979, cercò la sintesi suprema Maurizio Costanzo in una puntata di Acquario. C’erano ospiti Mario Merola e lo scrittore Luigi Compagnone, tenace avversario di merolismi e sceneggiate. Quando l’artista napoletano chiede: “Ma quello che cita lei, Scespìr, non parlava pure di drammi, amore e gelosie?”, il dibattito si chiude. E a quel punto ci si può godere liberamente l’ottima resa di questo Il re di Napoli – Storia e leggenda di Mario Merola – passato martedì su Rai 3 in una sera non felicissima, causa troppo affollamento tv.
Massimo Ferrari, autore del tutto, con vari passaggi – e alcuni sono sublimi – ha messo in bella copia un tracciato artistico e di vita senza confronto alcuno. Il re della sceneggiata nel suo immergersi quasi per vie naturali in un successo pazzesco dal basso, in ogni senso, con la gente di popolo che impazzisce a ogni rappresentazione e partecipa attivamente allo spettacolo, l’Ame…
All’epoca, era il 1979, cercò la sintesi suprema Maurizio Costanzo in una puntata di Acquario. C’erano ospiti Mario Merola e lo scrittore Luigi Compagnone, tenace avversario di merolismi e sceneggiate. Quando l’artista napoletano chiede: “Ma quello che cita lei, Scespìr, non parlava pure di drammi, amore e gelosie?”, il dibattito si chiude. E a quel punto ci si può godere liberamente l’ottima resa di questo Il re di Napoli – Storia e leggenda di Mario Merola – passato martedì su Rai 3 in una sera non felicissima, causa troppo affollamento tv.
Massimo Ferrari, autore del tutto, con vari passaggi – e alcuni sono sublimi – ha messo in bella copia un tracciato artistico e di vita senza confronto alcuno. Il re della sceneggiata nel suo immergersi quasi per vie naturali in un successo pazzesco dal basso, in ogni senso, con la gente di popolo che impazzisce a ogni rappresentazione e partecipa attivamente allo spettacolo, l’America che costa lacrime e l’invettiva anti-borghese cercando il consenso terra terra, da zappare alla grande contro finti valori, uommene scicche e femmene pittate. Ci sono grandi reperti televisivi d’epoca - Gianni Minà era sul pezzo, sempre – e personaggi che rievocano: Goffredo Fofi, ovvio, Nino D’Angelo, Gigi D’Alessio, Maurizio De Giovanni, esperti vari, Federico Vacalebre regala un flash di rara suggestione (“Era il nostro Johnny Cash”).
Il doc è più adatto al mondo esterno che ai fedelissimi cultori. Ci sono passaggi quasi clamorosi, c’è la scelta di tralasciare le parti borderline più a rischio, ma il racconto della ludopatia di Merola è di fascino perverso. E sono in zona acida, proprio in quel senso, quei minuti dedicati a quando aderì - era il 1997 – a una iniziativa culturale, alto/basso come non mai: artisti popolari napoletani alle prese con i colossi della cultura. Restano le foto giganti, c’era Nino D’Angelo con le ali sopra Berlino e c’era Merola in posa Jean Vigo (L’Atalante), Marlon Brando (Ultimo tango) e Fassbinder (Querelle). Nonché impegnato a leggere Allen Ginsberg. Irresistibile, molto più che psichedelico.
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"Informative ministri Nordio e Piantedosi. Su Rai 2 salta Bellamà” (Il governo fa anche cose buone).