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Nino Frassica e Quelli della notte: “Eravamo intelligenti, Arbore ci lasciava totale libertà”

Nino Frassica, 74 anni 

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Quarant’anni fa andava in onda il programma che rivoluzionò l’intrattenimento in tv. L'attore e conduttore aveva il ruolo del frate Antonino da Scasazza
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«Signor Alberi, glielo dico come una figlia», diceva frate Antonino da Scasazza, alias Nino Frassica, maestro di comicità surreale, a Renzo Arbore. Nel salotto di Quelli della notte raccontava le gesta di Sani Gesualdi. Apriva «una parente», discettava «del cuoco che faceva ricette, arrestato per ricettazione».

Frassica, il segreto?

«Era nell’aria che si creava in quello studio. Eravamo liberi. Il minimo comune denominatore era Renzo. Ci faceva dire la nostra, tutto quello che ci veniva in mente. Avevo fatto la radio con lui».

Come funzionava con gli altri?

«Tra noi non ci conoscevamo, ci vedevamo a casa di Renzo. Incontri che erano prove con Pazzaglia, la Marchini, Ferrini pe…

«Signor Alberi, glielo dico come una figlia», diceva frate Antonino da Scasazza, alias Nino Frassica, maestro di comicità surreale, a Renzo Arbore. Nel salotto di Quelli della notte raccontava le gesta di Sani Gesualdi. Apriva «una parente», discettava «del cuoco che faceva ricette, arrestato per ricettazione».

Frassica, il segreto?

«Era nell’aria che si creava in quello studio. Eravamo liberi. Il minimo comune denominatore era Renzo. Ci faceva dire la nostra, tutto quello che ci veniva in mente. Avevo fatto la radio con lui».

Come funzionava con gli altri?

«Tra noi non ci conoscevamo, ci vedevamo a casa di Renzo. Incontri che erano prove con Pazzaglia, la Marchini, Ferrini per un talk non scritto, eterogeneo, surreale».

Il risultato era magnifico.

«Merito di Renzo, che sapeva preparare un piatto fresco, non surgelato: la cottura avveniva sotto gli occhi del pubblico, dovevamo divertire gli spettatori. L’importante è fare le cose con intelligenza, e noi eravamo tipi abbastanza intelligenti. Ci scelse uno a uno».

Come si regolò?

«Facendo l’opposto di quello che avviene in scena, dove ci sono ruoli predefiniti: Iago, Otello, Desdemona. A teatro personaggi e interpreti, con Arbore interpreti e personaggi. Lui partiva da te».

Come nacque frate Antonino da Scasazza?

«Avevo il physique du rôle: capelli ricci gonfi, portavo un maglione marrone di Ferré grande, che sembrava un saio. Ugo Porcelli mi guardò: “Sembri un fratacchione… Lo faresti un frate?”. Avrei fatto qualsiasi cosa. Mi svenai per comprare una cinepresa. Tornai in Sicilia per ispirarmi, mi misi davanti all’obiettivo: 45 minuti a ruota libera, da solo. Mia sorella diceva: “Questo è pazzo”. Per errore ho cancellato il nastro, c’erano cose bellissime».

Si inventò il “concorso cuore t’oro”.

«Giocavo con le parole. Sani Gesualdi non è una storpiatura, è un plurale. Di Scasazza, mi piaceva il suono, il surrealismo scatta lì».

Le battute come tormentoni: si aspettava il successo?

«No. Mi ricordo che ero preoccupato. Rino Petrosino, che veniva in studio a fare le foto, il mercoledì chiese: “Quando fate la seconda puntata?”, lo trovava ripetitivo. Ma il segreto era quello, il talk che diventa la soap, con le maschere. E il pubblico voleva sapere di Ferrini, Pazzaglia, di Marisa Laurito, di Simona e del suo Roby. Era una soap improvvisata, inventata lì per lì».

Perché non si è mai fatto il seguito di “Quelli della notte”?

«Ci vogliono le persone. In Italia abbiamo attori bravissimi, fantastici. Però non serve solo essere attori, bisogna essere anche autori».

Al tavolo di “Che tempo che fa” continua con la comicità surreale come direttore di “Novella bella”.

«Lavoro continuamente, è molto faticoso stampare un giornale. Lei ride, ma devi trovare le idee. È come se fossi veramente il direttore di una rivista».

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