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“Dieci Capodanni”, il caso di stagione: il pubblico conquistato dalla serie in cui non accade niente

I protagonisti di "Dieci Capodanni" 

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Il successo della serie spagnola, diretta da Rodrigo Sorogoyen, e disponibile su RaiPlay. Una giovane coppia raccontata attraverso un decennio, e la potenza della normalità
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MILANO – In Rai sui canali ufficiali passano serie tv straniere di dubbia utilità e interminabili: sulla piattaforma RaiPlay il piccolo fenomeno di stagione è invece Dieci Capodanni. Serie spagnola, all’opera c’è uno dei registi e autori più emergenti in circolazione, Rodrigo Sorogoyen (suo il film As Bestas). Un personaggio che da qui in avanti rischia di diventare una sorta di cantore ufficiale della quotidianità di vita e sentimenti, grazie a una trama non del tutto inedita (una giovane coppia raccontata attraverso un decennio) ma con toni e modi che colpiscono in pieno le aspettative di molto pubblico.

È il Capodanno del 2015, a una festa si incontrano due neo-trentenni: Oscar, che è nato all’ultimo secondo del 1984 e Ana, venuta al mondo nel primo minuto del 1985. Hanno nuovi anni e compleanni da festeggiare, a valanga: lui è un medico un po’ irrisolto, lei è irrisolta a tutto tondo. Si piacciono e inizia una stori…

MILANO – In Rai sui canali ufficiali passano serie tv straniere di dubbia utilità e interminabili: sulla piattaforma RaiPlay il piccolo fenomeno di stagione è invece Dieci Capodanni. Serie spagnola, all’opera c’è uno dei registi e autori più emergenti in circolazione, Rodrigo Sorogoyen (suo il film As Bestas). Un personaggio che da qui in avanti rischia di diventare una sorta di cantore ufficiale della quotidianità di vita e sentimenti, grazie a una trama non del tutto inedita (una giovane coppia raccontata attraverso un decennio) ma con toni e modi che colpiscono in pieno le aspettative di molto pubblico.

È il Capodanno del 2015, a una festa si incontrano due neo-trentenni: Oscar, che è nato all’ultimo secondo del 1984 e Ana, venuta al mondo nel primo minuto del 1985. Hanno nuovi anni e compleanni da festeggiare, a valanga: lui è un medico un po’ irrisolto, lei è irrisolta a tutto tondo. Si piacciono e inizia una storia dove, in pratica, non succede mai niente e questo è il bello: nel senso che in sede di scrittura Sorogoyen e un piccolo gruppo di autrici hanno distillato, nonché spremuto a fondo, un rapporto tra due persone, nel bene e nel male, del tutto vitale e lo hanno trasformato, con naturalezza assoluta, in racconto ipnotico.

Ogni episodio è collocato nel Capodanno successivo: e quindi, per capirsi, la suspence si consuma già nei primi secondi per scoprire se i due sono ancora insieme. Da lì, si affronta la festa imminente, oppure si fa altro (sesso, soprattutto, in avvio) e ci si confronta: e pian piano emerge, nella conflittualità o nel suo contrario, quanto successo nell’anno appena trascorso. La staticità è reale (l’ultimo episodio è un piano sequenza di cinquanta minuti), le sensazioni che i due trasmettono sono invece un’esplosione continua, per quanto trattenuta, di vita vissuta e riflessi della medesima. Ana e Oscar si lasceranno, si ritroveranno, succederanno cose – soprattutto quelle che non si vedono – ma queste scene da un matrimonio dei tempi nostri intanto avranno tenuto incollato lo spettatore: e questo anche al di là del luogo comune che vuole i Dieci Capodanni realizzati narrando con virtuosismo, e anche furbizia, vite e tracciati esistenziali nei quali è facile riconoscersi.

La serie è divisiva, ma soprattutto vuole esserlo. Quasi facendosi beffe del pubblico pronto ad annoiarsi su queste cose. È appena ovvio che quanti preferiscono trame nelle quali devono succedere un sacco di accadimenti emotivamente forti, devono girare al largo e nessuno li convincerà del contrario. Ma c’è caso che qualcuno tra questi ultimi proverà invidia per chi, invece, rimane avviluppato nella storia. Nota di merito per i due protagonisti: Ana è Iria del Rìo, Oscar è Francesco Carril, bravi da far impressione e soprattutto scelti con volti e corpi, sguardi e parole, perfetti per aggiungere valore al racconto. E se ne esce con la sensazione che una rappresentazione così convincente della generazione di trenta-quarantenni (ovvero gli autentici occupanti del confine tra secolo e millennio, vecchi e nuovi) non l’avesse ancora realizzata nessuno.

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