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Piero Chiambretti sulla corrente della nostalgia

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Multischermo \ Dal lunedì al venerdì su Rai 3, il conduttore con il suo nuovo programma “Finché la barca va”
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Il barcone naviga in mezzo al Tevere ma come avvio — Monsignor Paglia l’ospite — la sponda prescelta è piuttosto chiara. Come succede in molti campi dell’esistente, arriva il momento di tirare i remi in barca concedendosi come sfizio autentico la rincorsa a un passato lontano. Piero Chiambretti esce da una lunga stagione a Mediaset che era partita con quel Chiambretti night di Italia 1, rutilante vetrina fluida perfettamente al passo coi tempi, quelli di allora, ed era quindici anni fa. Il seguito è stato un modellare, tipo plastilina, la formula glam-talk con diversi tentativi, lontani dall’effetto auspicato. Rientrato in Rai, adesso tocca a Finché la barca va (Rai 3 alle 20.15 dal lunedì al venerdì) con cui Chiambretti opera un ulteriore carpiato all’indietro — non è escluso che citando Il portalettere o, meglio ancora, Il laureato (bei tempi) abbia commosso e fatto sospirare qualche dirigente o capostruttura di lungo corso, anch’esso perduto nelle trappole nostalgiche che tanto ci …

Il barcone naviga in mezzo al Tevere ma come avvio — Monsignor Paglia l’ospite — la sponda prescelta è piuttosto chiara. Come succede in molti campi dell’esistente, arriva il momento di tirare i remi in barca concedendosi come sfizio autentico la rincorsa a un passato lontano. Piero Chiambretti esce da una lunga stagione a Mediaset che era partita con quel Chiambretti night di Italia 1, rutilante vetrina fluida perfettamente al passo coi tempi, quelli di allora, ed era quindici anni fa. Il seguito è stato un modellare, tipo plastilina, la formula glam-talk con diversi tentativi, lontani dall’effetto auspicato. Rientrato in Rai, adesso tocca a Finché la barca va (Rai 3 alle 20.15 dal lunedì al venerdì) con cui Chiambretti opera un ulteriore carpiato all’indietro — non è escluso che citando Il portalettere o, meglio ancora, Il laureato (bei tempi) abbia commosso e fatto sospirare qualche dirigente o capostruttura di lungo corso, anch’esso perduto nelle trappole nostalgiche che tanto ci piacciono.

E quindi Roma, il Tevere, il barcone evocativo e l’atmosfera irripetibile altrove — quando si arriva a fine puntata sotto Castel Sant’Angelo, Pierino chiama l’immagine del drone al fine di emozionare tutti, comunque sia andata l’intervista. Perché di questo si tratta, ospite un personaggio in vista e le domande vecchio stile (con un uso forse ormai eccessivo del “lei quella volta ha detto che”). Lontani i tempi degli appostamenti a Andreotti: e il guaio è che oggi, in interviste siffatte, se l’ospite non confessa qualche perversione particolare non ci fa caso nessuno. Comunque il tentativo ha dignità. E magari, forse chissà, se si riuscisse a portare spesso un personaggio di strettissima attualità per incalzarlo sui titoli del giorno, si farebbe notizia. O almeno, sarebbe un’alternativa balsamica a quei Cinque minuti implacabili in agguato su Rai 1 pochi minuti dopo.

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A proposito di nostalgie e bei tempi, serve una moratoria sulle rievocazioni, in corso ovunque, sui 50 anni dall’uscita di cose come Rimmel (De Gregori) o Frankenstein jr (Mel Brooks). C’è un limite anche al sadismo.

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