Vittorio Lingiardi, cosa ha smosso, nel bisogno costante di trovare la nostra verità, il successo grandioso della serie Adolescence che ha richiamato milioni a vederlo con grande apprensione e molti poi a chiedersi dove ho sbagliato, perché mio figlio non vuole più andare a scuola, perché perché, scopro come in questo caso che lui, bello e buono, a 13 anni ha ucciso una ragazza della scuola…
«Adolescence è costruita bene e coinvolge. Non direi però che è un capolavoro, come ho letto da qualche parte, non è Il figlio dei fratelli Dardenne, per citare un’altra storia di adolescente omicida. Penso che il titolo sia fuorviante. L’avrei chiamata Un’adolescenza. Chiamarla Adolescenza è voler stuzzicare una apprensione. E così è stato: “Oddio chi è mio figlio? Chi ho in casa?”. Un caso estremo non può diventare una condizione generale».
Quindi dovremmo chiederci: quale adolescenza? Il protagonista è un tredicenne, con un viso …
Vittorio Lingiardi, cosa ha smosso, nel bisogno costante di trovare la nostra verità, il successo grandioso della serie Adolescence che ha richiamato milioni a vederlo con grande apprensione e molti poi a chiedersi dove ho sbagliato, perché mio figlio non vuole più andare a scuola, perché perché, scopro come in questo caso che lui, bello e buono, a 13 anni ha ucciso una ragazza della scuola…
«Adolescence è costruita bene e coinvolge. Non direi però che è un capolavoro, come ho letto da qualche parte, non è Il figlio dei fratelli Dardenne, per citare un’altra storia di adolescente omicida. Penso che il titolo sia fuorviante. L’avrei chiamata Un’adolescenza. Chiamarla Adolescenza è voler stuzzicare una apprensione. E così è stato: “Oddio chi è mio figlio? Chi ho in casa?”. Un caso estremo non può diventare una condizione generale».
Quindi dovremmo chiederci: quale adolescenza? Il protagonista è un tredicenne, con un viso da bambino.
«Questo mi spinge a riflettere sulle differenze tra prima (dove prevalgono le fantasie e il corpo è indietro) e seconda adolescenza (dove il corpo è in primo piano). Non solo. Gli studi sulle adolescenze antisociali di Terrie Moffitt, psicologa americana, per esempio, mostrano differenze tra la violenza adolescenziale con base temperamentale e quella più legata alla fase di sviluppo. Jamie, il ragazzino assassino della serie, è un tredicenne insicuro e pieno di rabbia. Può esplodere e fare paura. Aspetta di diventare grande, non si piace, teme di non essere all’altezza della mascolinità che ci si aspetta da lui. Ha idealizzato il padre come modello, ma porta dentro di sé la ferita di una doppia vergogna, la sua e quella del padre, perché non sa giocare a calcio. Rabbia, vergogna e frustrazione sono i suoi temi. Basta per ammazzare una compagna di classe che ti fa sentire una nullità? Forse ci sono altri ingredienti, più temperamentali, che la sceneggiatura non mostra. L’ambiente familiare di Jamie magari è distratto e superficiale, ma non patologico. Ma una cosa è sapere poco dei figli, un’altra è non imparare conoscerli, questo va detto».
Ma come fanno a non avere sospetti?
«Jamie, come molti adolescenti, è un ragazzo silenzioso, non parla di sé. Vive nel suo piccolo gruppo di maschi, torna da scuola, si chiude in camera e viene inghiottito dalla sua vita online. Questa chiusura preoccupa soprattutto la madre, che non riesce però a “raggiungerlo”».
Come mai?
«Una volta i ragazzi avevano due vite: una in casa e una fuori. Adesso ne hanno una terza online. Tutt’attorno i famosi “contenitori” psicologici e sociali, dalle pareti magari a volte troppo rigide, si sono liquefatti. È più facile che parti di sé funzionino in modo non coerente, con modalità dissociative o difficoltà di regolazione emotiva. Ci sono parti di sé nascoste, che agiscono in modo potente e invisibile. Non solo ai genitori, anche ai ragazzi stessi. La serie coglie una nostra angoscia: cosa sa e cosa vede un genitore di suo figlio? Ricordiamoci però che molti adolescenti hanno il problema opposto, non fanno un passo senza raccontare ai genitori, spesso ipercontrollanti, tutto quello che fanno».
Ma il fatto che nella terza puntata in cui il ragazzo si arrabbia moltissimo mettendosi a urlare parolacce che non gli hai mai sentito dire, lui che è apparso sempre piangente e “sicuro di non aver fatto niente”, come lo spieghi? Con la graziosa psicologa usa una violenza nuova che non pare aver avuto in famiglia.
«Jamie ha due modalità. Quella ritirata, dove coltiva la sua frustrazione e il rancore misogino, e quella rabbiosa non controllata, non vista né condivisa con un adulto in ascolto. La psicologa con le sue domande incalzanti, soprattutto sul padre e sulla sessualità, lo porta nelle zone calde della sua psiche e lui esplode. È pieno di una rabbia “invisibile”, che viene veicolata, come accade nei cosiddetti gruppi Incel, nell’idea di essere la vittima maschile di una società dominata da donne potenti e sprezzanti. È un vissuto contemporaneamente di supremazia maschile e di fragilità infantile. In questo senso Jamie è figlio di una tradizione misogina».
Ma questi Incel chi sono davvero?
«È l’etichetta (celibi involontari) che si applica a un fenomeno prevalentemente inglese e americano, ma che notiamo anche da noi, con le varianti culturali del caso. Un gruppo di miei allievi e colleghi, coordinato dai professori Boldrini e Giovanardi, proprio quest’anno ha pubblicato un articolo di analisi tematica dei contenuti e dei vissuti emotivi di una comunità Incel italiana».
Quali?
«Le donne non sono persone come noi. Le donne sono più felici, ma anche più deboli. Il mondo ruota tutto attorno alle donne. Le donne sono stupide e cattive, si interessano solo di soldi e bellezza. Noi maschi siamo quelli che davvero soffrono. Il maschio Incel è aggressivo e vittimistico e gioca tutto attorno al tema: sono violento perché rifiutato».
Quindi è sempre perché, come avviene nella serie, un uomo si sente dire “non ti voglio”?
«Molta violenza verso le donne, e i femminicidi in particolare, nasce quasi sempre dalla rabbia per la perdita di potere e di controllo sulla donna».
E il rapporto con il padre quanto conta?
«Conta. C'è un rivolo patriarcale che è stato assorbito. Il padre di Jamie è un brav’uomo, ma compresso anche lui dalla rabbia, figlio di un padre violento. C’è una trasmissione intergenerazionale di alcuni stati mentali che non dobbiamo trascurare. Il padre di Jamie fatica a intercettare la sensibilità del figlio, costruisce una paternità che è un misto di protettività e distanza. Ma non penso che la psicologia debba colpevolizzare i genitori, semmai comprenderli e immaginare soluzioni. Quella di Jamie mi sembra una famiglia “normale”, che può produrre disorientamento, disagi psicologici anche importanti, cattiva gestione della rabbia. Se un agito omicida nasce da qui, ci sono elementi di area traumatica che non abbiamo visto».
Poi questi ragazzi si trovano a vedere i porno. Ma i genitori non riescono a frenarli?
«Arginare i viaggi che puoi fare sulla rete non è facile. È un aspetto importante che emerge nel colloquio con la psicologa, l’episodio più riuscito della serie. Quella che una volta era una formazione sessuale e affettiva vissuta per mezzo dei corpi, oggi è vissuta con la pornografia online. Che mostra molto spesso tipologie di rapporto aggressive, con donne o molto sottomesse o molto dominanti. Se a 10-12 anni costruisci la tua idea di sessualità su questi pattern e non hai altri modelli o possibilità di dialogo e ascolto è possibile che la tua idea di relazione e di relazione sessuale uomo-donna sia segnata».
Ma perché il ragazzo continua a dire: io non ho fatto nulla?
«Da una parte mi sembra si senta narcisisticamente in diritto di farla franca perché “quella lì era una stronza”, dall’altra non ha mai interiorizzato il valore della vita dell’altro né ha sviluppato la capacità di sentirsi in colpa. C’è una parte della sua mente che non riesce a dire “l'ho uccisa”. Ed è a lungo così anche per il padre, che non riesce a credere a quello che è successo».
Però alla fine il padre scoppia a piangere.
«L’ultima puntata, la quarta, mostra la possibilità di un cambiamento. Il padre e la madre affrontano, giustamente tra le lacrime, un realistico processo di lutto. Un ritorno terribile alla realtà dopo che il figlio ha deciso di interrompere la negazione del “non è successo niente”. Rimane però un dato terribile: per tutto il film nessuno di tutta la famiglia ha una parola di pietà per la vittima. Il femminicidio è “altrove”».
E poi c’è il ruolo della politica. Come influisce il fatto, ad esempio, che siano più i ragazzi giovani rispetto alle ragazze a votare per l’estrema destra?
«Forse ha a che fare col fatto che i ragazzi vivono la società democratica anche come luogo di liberazione femminile, cosa che molti di loro temono e non vogliono. Le dinamiche psicologiche legate al genere e all’identità oggi pesano molto in politica. E vengono utilizzate per veicolare le rabbie della “maschiosfera”. La prima cosa che ha fatto Trump è stata dire basta con la complessità dei discorsi sul genere. Esistono solo maschi e femmine. Detto così è anche un modo per ristabilire una tradizione. Non certo dalla parte delle donne».