La partenza — era il 2011 — la ricordano tutti. E tutti ricordano l’affievolirsi negli anni della serie antologica più inquietante. Ma Black Mirror (stagione 7 su Netflix) è un marchio troppo inciso nella memoria per arrendersi. E soprattutto fin dall’inizio era un’operazione troppo azzeccata produttivamente e parcellizzata il giusto (nello stesso palazzone, ai piani alti si procedeva con il Grande fratello, nello scantinato si lavorava a Black Mirror). Per cui Charlie Brooker — l’inventore, il visionario, l’alfiere della distopia — è più o meno ripartito da capo. O meglio, ha concepito una nuova stagione per scoprire se il trucco funziona ancora.
Ovvio che lo spettatore medio sia disorientato, ma il senso è quello: a lui, al medio, si consegna il primo episodio della nuova serie. Per tutti gli altri, in numero ovviamente inferiore, ci sono gli episodi successivi con chicche notevoli, attori strepitosi (Paul Giamatti nel quinto, Eulogy), rimandi tra le stagioni, per gli affezionati. Q…
La partenza — era il 2011 — la ricordano tutti. E tutti ricordano l’affievolirsi negli anni della serie antologica più inquietante. Ma Black Mirror (stagione 7 su Netflix) è un marchio troppo inciso nella memoria per arrendersi. E soprattutto fin dall’inizio era un’operazione troppo azzeccata produttivamente e parcellizzata il giusto (nello stesso palazzone, ai piani alti si procedeva con il Grande fratello, nello scantinato si lavorava a Black Mirror). Per cui Charlie Brooker — l’inventore, il visionario, l’alfiere della distopia — è più o meno ripartito da capo. O meglio, ha concepito una nuova stagione per scoprire se il trucco funziona ancora.
Ovvio che lo spettatore medio sia disorientato, ma il senso è quello: a lui, al medio, si consegna il primo episodio della nuova serie. Per tutti gli altri, in numero ovviamente inferiore, ci sono gli episodi successivi con chicche notevoli, attori strepitosi (Paul Giamatti nel quinto, Eulogy), rimandi tra le stagioni, per gli affezionati. Quindi, se non si è fanatici, ci si può limitare al primo. Titolo: Gente comune. Il tema: Black Mirror anticipa sempre l’incubo tecno-assurdo nel quale vivremo o, il tempo di girare le scene, e l’incubo è già qui? Una coppia americana, marito e moglie: vogliono un figlio, lei scopre una malattia incurabile. E sbuca una piacente signora che annuncia la rivoluzionaria start up che terrà in vita, pagando mensilmente, la protagonista. Dopo un po’ si scopre che, se si vuole star bene davvero, bisogna ricorrere alla formula plus, con rincaro. Si arriva al marito (e questa è la parte agghiacciante e tutta al presente, senza distopia) che cerca guadagni facili in una sorta di Onlyfans per sadici criminali. È il futuro? È il presente? E soprattutto, ha ancora senso richiamare il gregge facendo presente che il pifferaio è cattivo e va verso il burrone? Chissà. Quelli di Black Mirror, nel dubbio, ripetono il loro mantra, cercando di fare ancora colpo.
***
“Finalmente gli allergeni non mi separano più dal mio gatto”. (I creativi dei nuovi spot sono molto più che visionari. E sono lontanissimi i bei tempi felici di “Fido gatto, ogni gatto ne va matto”.