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Inafferrabile Nino Benvenuti, bello quasi come Mohamed Ali

Nino Benvenuti, morto il 20 maggio a 87 anni (ansa)

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Multischermo / Nel documentario andato in onda su Rai 2, “Una leggenda italiana”, un ritratto che scava nella memoria di chi c’era
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C’è la Storia a varie gradazioni da raccontare. Quell’Italia, anno 1967, con i politici, chiocce del paese, che impedirono la diretta tv in piena notte da New York: “Sennò passano tutti la notte insonni e domani a lavorare non va nessuno”. Gli italiani, con rassegnazione, si attaccarono alla radio (in diretta, titolo mondiale dei medi, contro Emile Griffith: dal Madison Square Garden, Paolo Valenti) e le statistiche sulle presenze al lavoro, vai a sapere. E c’è Gianni Minà, ovviamente. Ospiti in studio, Nino Benvenuti e Mohamed Ali: “Nino è l’unico pugile bello quasi come me”. Nino Benvenuti – Una leggenda italiana è il docufilm, passato venerdì su Rai 2, scritto da Tommaso Cennamo e da Nathalie Bertorello, figlia del campione scomparso un mese fa, a 87 anni.

La vicenda sportiva ha i suoi passaggi cruciali che il pubblico d’epoca ricorda alla perfezione: il dopo-ring – piuttosto incredibile negli slanci umanitari, pubbl…

C’è la Storia a varie gradazioni da raccontare. Quell’Italia, anno 1967, con i politici, chiocce del paese, che impedirono la diretta tv in piena notte da New York: “Sennò passano tutti la notte insonni e domani a lavorare non va nessuno”. Gli italiani, con rassegnazione, si attaccarono alla radio (in diretta, titolo mondiale dei medi, contro Emile Griffith: dal Madison Square Garden, Paolo Valenti) e le statistiche sulle presenze al lavoro, vai a sapere. E c’è Gianni Minà, ovviamente. Ospiti in studio, Nino Benvenuti e Mohamed Ali: “Nino è l’unico pugile bello quasi come me”. Nino Benvenuti – Una leggenda italiana è il docufilm, passato venerdì su Rai 2, scritto da Tommaso Cennamo e da Nathalie Bertorello, figlia del campione scomparso un mese fa, a 87 anni.

La vicenda sportiva ha i suoi passaggi cruciali che il pubblico d’epoca ricorda alla perfezione: il dopo-ring – piuttosto incredibile negli slanci umanitari, pubblici e privati, nella carriera da commentatore televisivo, in una bulimia di vita che lo porta a cercare tutto – ha il rilievo dovuto in un racconto che, fatalmente, scava nella memoria di chi c’era, con gli effetti consueti in queste cose.

Non è nemmeno necessario dare un’occhiata a qualche match della improbabile boxe attuale – con tipi ultra-tatuati che si agitano su ring sempre meno dotati di senso, loro e il ring: stravince la magia dell’epoca di Nino Benvenuti, troppo bello e perfetto per non ritrovarsi anche a cantare con Mina nei sabato sera della tv da venticinque milioni di spettatori. O la suggestione di quegli scenari newyorchesi con l’italiano che va a prendersi il mondo, il bianco e nero che si fa boxe e viceversa, i trionfi e le sconfitte. E alla fine Nino che va a proteggere il nemico Emile, precipitato in una voragine di dolore. Oppure, va a trovare in carcere il Monzon, uxoricida, che l’aveva detronizzato.

Se c’era da rendere l’idea di una personalità sbalorditiva e inafferrabile nella sua essenza, il docufilm vi riesce in pieno.

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Nella vicenda del finanziamento pubblico all’oscuro regista americano le voci a difesa affermano che il film effettivamente esiste. E però c’è il rischio che sia un’aggravante.

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