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Whoopi Goldberg: “Che follia fare Un posto al sole. Mia madre mi insegnò che non esistono confini”

L’annuncio alla presentazione dei palinsesti Rai. L’attrice entrerà nel cast dell’edizione che celebra il trentennale della fiction. “E’ una cosa meravigliosa”

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TARMINA – Un rapporto speciale lega Whoopi Goldberg al nostro Paese. La pluripremiata attrice americana, Oscar per Ghost, sarà nel cast di Un posto al sole, la più longeva serie italiana, in onda dal 1996: «Loro sanno che è un’idea folle, lo so anche io, ma è una cosa meravigliosa. Non vedo l’ora, sono emozionata. Il mio italiano non è perfetto ma troveremo un modo». La notizia, annunciata alla presentazione dei palinsesti Rai, non fa che accreditare un feeling di vecchia data. Tra l’altro l’attrice per anni ha avuto una casa in Sardegna. Una passione che trova spazio anche nel suo libro Frammenti di memoria (Longanesi), del quale Goldberg ha parlato al Taobuk festival di Taormina, invitata dalla ideatrice e direttora della manifestazione Antonella Ferrara che l’ha insignita anche di un premio (la serata sarà trasmessa su Rai 1 mercoledì 2 luglio alle 23,15). Whoopi – per lei sì che basta il nome – ha scelto Repubblica per raccontare qualcosa in più della sua storia e di sua madre, la…

TARMINA – Un rapporto speciale lega Whoopi Goldberg al nostro Paese. La pluripremiata attrice americana, Oscar per Ghost, sarà nel cast di Un posto al sole, la più longeva serie italiana, in onda dal 1996: «Loro sanno che è un’idea folle, lo so anche io, ma è una cosa meravigliosa. Non vedo l’ora, sono emozionata. Il mio italiano non è perfetto ma troveremo un modo». La notizia, annunciata alla presentazione dei palinsesti Rai, non fa che accreditare un feeling di vecchia data. Tra l’altro l’attrice per anni ha avuto una casa in Sardegna. Una passione che trova spazio anche nel suo libro Frammenti di memoria (Longanesi), del quale Goldberg ha parlato al Taobuk festival di Taormina, invitata dalla ideatrice e direttora della manifestazione Antonella Ferrara che l’ha insignita anche di un premio (la serata sarà trasmessa su Rai 1 mercoledì 2 luglio alle 23,15). Whoopi – per lei sì che basta il nome – ha scelto Repubblica per raccontare qualcosa in più della sua storia e di sua madre, la donna a cui deve tutto.

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Nel libro dice che se potesse riportarla in vita le direbbe: “Vieni con me in Italia”.

«Sarebbe bellissimo se io e lei potessimo sederci insieme oggi a guardare questo mare. Le piaceva terribilmente viaggiare, così quando ho cominciato a potermelo permettere le ho chiesto: dimmi dove vorresti andare. E lei: voglio girare per il mondo fino a stancarmi. Le ho promesso che le avrei pagato tutti i biglietti che desiderava. Dopo quello che aveva fatto per me, lo meritava».

Che tipo di riconoscenza la lega a lei?

«Mi ha insegnato prima di tutto a ridere e amare. Faceva l’infermiera e lavorava di notte, era una donna pragmatica, si rimboccava le maniche e non si lamentava. Eravamo neri, vivevamo nella case popolari di Chelsea, a Manhattan, ma lei ha reso la nostra quotidianità fantastica. Mi ha fatto capire che i confini di quel quartiere non rappresentavano la vita, che dovevo sempre contare su me stessa, che era importate conquistare una mia indipendenza economica. Sono stata davvero molto fortunata. Io, lei e mio fratello siamo stati una famiglia unita. Anche se, devo ammetterlo, eravamo abbastanza strambi».

Alessandro Fucilla 

È cresciuta negli Stati Uniti degli anni Sessanta e Settanta, un periodo di battaglie per i diritti civili.

«Bisogna tenere conto che New York è una città a parte, non è come il resto dell’America. Nelle nostre case popolari all’epoca vivevano molte etnie: neri, bianchi, cinesi, portoricani, coreani, messicani, italiani ed ebrei. Del razzismo da bambina mi rendevo poco conto, anche perché nessun adulto me ne parlava. Di conseguenza la mia infanzia l’ho passata a guardare le Supremes e ad ascoltare i Beatles. Mia madre riuscì non so come a comprare i biglietti per un loro concerto. Allo stadio eravamo seduti in cima, in una delle file più esterne. Non ci faceva mancare niente. Crescendo ho capito quanti sacrifici abbia fatto per noi».

Oltre a lei, a chi deve il suo successo? Quali sono state le persone essenziali nella sua carriera?

«Sicuramente Mike Nichols, il regista de Il laureato. Stavo recitando in un piccolo teatro di New York, una sera alla fine dello spettacolo mi venne a salutare nel camerino e mi propose di andare a Broadway. L’altro incontro determinante è stato Spielberg. Me lo ritrovai in un teatro californiano. Lavorava all’adattamento cinematografico de Il colore viola e voleva facessi un provino per la parte della protagonista. Quando l’ho detto a mia madre ci siamo messe a ballare per la gioia».

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Tra i suoi grandi amici di una vita c’era Marlon Brando.

«Un giorno Marlon chiama il mio agente dicendo che vuole conoscermi. Fissiamo l’appuntamento per la settimana dopo. Riattacco il telefono e vado a fare una passeggiata. Rientrando, sento il pianoforte suonare dentro casa. Era lui in persona, stava suonando Stardust. Mi guarda e dice: non volevo aspettare troppo per cui sono venuto subito. La sera l’ho presentato a mia madre, l’ho vista avvicinarsi a lui che sembrava la regina di Saba».

Una sua dichiarazione in tv, in cui ha paragonato Stati Uniti e Iran nel trattamento a gay e neri, ha generato un vespaio.

«Bisogna riascoltare bene quello che ho detto e fare molta attenzione alle conclusioni».

Una curiosità per finire. Il suo vero nome è Caryn Johnson. Come è diventata Whoopi Goldberg?

«Whoopi me lo hanno affibbiato i colleghi al teatro perché ogni tanto mi capitava di fare qualche puzzetta (whoops in inglese sta per “ops”, ndr). Dovevo correre da una parte all’altra, cambiarmi in fretta, e non c’era mai tempo per un angolino tranquillo. Goldberg è un cognome di famiglia. Anche questo un suggerimento di mia madre!».

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