ROMA – Alessio Lapice era a Napoli lo scorso weekend. «Cerco di farci un salto appena posso per vedere i miei genitori, poi torno a Roma, caotica e meravigliosa. Ora sono davanti al mare, c’è un bellissimo venticello». Il 12 agosto compie 34 anni, a 17 ha avuto il colpo di fulmine per la recitazione, poi le scuole di teatro, i provini, i primi film, tanta tv. Ma è con il maresciallo Ipazio Calogiuri di Imma Tataranni che è esplosa la sua popolarità. Ora, dopo quattro stagioni, il suo personaggio è uscito di scena. Con sgomento di una parte di pubblico.
Per attivare l'iscrizione alla newsletter The dreamers, dedicata al cinema e alle serie tv, clicca qui
Cominciamo da Calogiuri. Cosa le mancherà?
«Tantissime cose, sono stati sette anni intensi. Tutti i momenti che ho vissuto come persona, attraverso il personaggio, mi mancheranno. La mia vita si mescola con la sua, mentre lui cresceva in Procura sono cresciuto anche io. C’è un legame affettivo forte con Matera, con il cast, la troupe. L’ultimo giorno delle riprese è stato devastante: Vanessa e io non riuscivamo a girarla, era l’addio nell’addio, l’ultima scena di Alessio attore e l’uscita di scena di Calogiuri. Vanessa mi salutava come personaggio e come amico. L’abbiamo dovuta girare diverse volte, piangevamo come vitelli. Il regista Francesco Amato ci ha detto “capisco, era bella ma forse un po’ tanto, cerchiamo di farla più asciutta”. Siamo scoppiati a ridere, “non sappiamo che cosa ci ha preso”. Poi abbiamo fatto una versione più misurata. E’ stato difficile ma bello, ci siamo abbracciati tutti».
Cosa conserva dell’esperienza di “Imma Tataranni”?
«L’orgoglio per una serie che è stata apprezzata moltissimo. Poi il bello del lavoro di gruppo, persone di talento con cui è nata un’amicizia. A partire da Amato, di cui conservo tanto dal punto di vista professionale e personale. È stata la chiusura di un cerchio, Calogiuri mi lascia il coraggio di credere negli esseri umani e di fidarsi degli altri, sembra che tentenni e non prenda decisioni invece le prende con i suoi tempi perché ha paura di fare del male agli altri. In un mondo spregiudicato come quello in cui viviamo, è un personaggio che ispira. Io tendo a fidarmi ma lui molto di più, io ho pazienza ma lui molta di più… Poi, mi ha insegnato che nella vita bisogna prendere le decisioni al momento giusto, lui talvolta arriva in ritardo, guai a farlo negli affetti».
Il pubblico è molto legato a questa serie: cose stravaganti legate agli spettatori?
«Ovunque vada, mi chiedono dove sia Imma. Non concepiscono che Vanessa e io non stiamo sempre insieme… Si stupiscono: “ma come?”. Non so mai come rispondere. “Ma quindi non vi volete bene?”, sì che ci vogliamo bene, ma che c’entra? Sono personaggi. Ci sono persone che entrano a tal punto in empatia con la storia che dimenticano che dietro al personaggio c’è l’attore. Una volta ero a Napoli, in zona via Chiaia, con un gruppo di amici, tra cui uno che vive negli Stati Uniti. Mi blocca una signora: “Diglielo che la ami! Devi dirglielo”. Il mio amico non capiva… “ma di che parla la signora?”, “Ma no niente, è una serie, è un personaggio...”. La signora insisteva: “Glielo devi dire!”. Alla fine le ho promesso che l’avrei fatto e se ne è andata soddisfatta”.
Quando ha capito che avrebbe voluto fare questo mestiere?
«E’ una ricerca continua, un amore che si modula con il passare del tempo. La prima matita colorata è stata a sedici anni, quando ho conosciuto un gruppo di ragazzi che gestiva un piccolo teatro a Napoli. Mi hanno invitato a vedere delle prove, ero scettico perché non avevo mai fatto niente del genere ma quel lavoro collettivo mi ha conquistato. Ci sono tornato, mi hanno fatto fare una piccola cosa, da lì ho ho cominciato a recitare, poi a fare avanti e indietro tra Napoli e Roma finché ho finito la scuola e mi sono trasferito per studiare. Di questo mestiere quello che mi ha conquistato è stata proprio la dimensione del gruppo, che sia il teatro o il set, dove ognuno ha le sue ragioni e tu devi imparare ad ascoltarle tutte».
L’infanzia a Castellamare di Stabia?
«Ero un ragazzino vivace ma non sapevo canalizzare i miei interessi, l’energia. Facevo sport, tremila attività diverse, cambiavo in continuazione: calcio, karate, pallavolo, il poligono di tiro, poi tornavo a fare calcio. Dedicandomi tanto, ma senza ordine. La recitazione ti impone la disciplina, è un gioco ma serio».
Dopo il diploma il trasferimento a Roma, era molto giovane.
«Avevo 18 anni, è stata dura. Un periodo difficile, faticoso, partivo da zero. Roma è grande, dispendiosa, sei in una fase in cui devi capire chi sei e anche sostenerti. Io ho studiato all’Accademia Duse e al Centro sperimentale ma non mi sono mai diplomato, ho fatto solo laboratori perché allora c’era l’obbligo di frequenza, non potevo permettermi di non lavorare. È stato un periodo tosto, con tutte le implicazioni, lasciare casa, la famiglia. Poi c’è stato il periodo in cui facevo avanti e indietro in giornata perché magari avevo lasciato la casa per un mese perché non riuscivo a pagarla… Rivedo quel ragazzo sul regionale Roma - Napoli col borsone e il cappuccio e provo tenerezza».
L’incontro più importante?
«Due film sono stati centrali. Il primo re di Matteo Rovere mi ha fatto conoscere al grande pubblico. Quello che mi ha avvicinato di più al mestiere però è stato Nato a Casal di Principe di Bruno Oliviero, dalla storia vera di Paolo Letizia, rapito e mai più tornato a casa. Siamo andati alla Mostra di Venezia, è stato un passaggio importante».
In questi anni ha lavorato tanto.
«Ogni ruolo mi ha permesso di entrare in un’altra vita. Il bello è che anche quello all’apparenza più distante ha qualcosa in comune con te. E poi, recitare mi ha insegnato a non giudicare. Nessun altro mestiere mi avrebbe permesso, in maniera così efficace, di conoscere me stesso».
“Questi fantasmi!”, regia di Alessandro Gassmann, in cui lei interpreta Alfredo Marigliano, ha vinto il Nastro d’argento come miglior film tv. Come ci si misura con Eduardo?
«I punti di domanda sono infiniti, ti stai avvicinando alla scrittura di un genio. In più, se sei napoletano, i dubbi sono doppi perché lo fai come attore ma De Filippo è anche una figura fondamentale della tua infanzia e della tua quotidianità. Tante sue espressioni sono ancora in uso, così come le sue battute, è talmente intrinseco alla cultura napoletana che occorre un po’ separarsene per riuscire a fare qualcosa di proprio. Quando Alessandro mi ha chiamato, non aveva ancora finito la frase che avevo già detto sì, avevo già fatto Natale in casa Cupiello. Sono stato felicissimo di partecipare a questo progetto così ambizioso, lui è un regista di grande talento e umanità. E ho ritrovato Massimiliano Gallo che è un amico oltre che un collega».
Che c’è nel suo futuro?
«In autunno dovrebbe uscire, andrebbe chiesto alla Rai esattamente quando, la serie ambientata nella penisola sorrentina Roberta Valente notaio in Sorrento in cui interpreto Stefano, il fidanzato della giovane notaia del titolo. Un uomo a un bivio, dovrà decidere che fare, Roberta ha una forte personalità che si impone sulle scelte di lui… ma devo rimanere criptico per salvaguardare la trama. Sono curioso di vedere come reagirà il pubblico. Poi ho un progetto particolare che nasce da un corto, L’altro te».
Qui può essere meno criptico?
«Abbiamo girato un cortometraggio con il regista Eitan Pitigliani, una puntata pilota per una serie che vorremmo realizzare. Il tema è interessante, riguarda le app di incontri, argomento pop e contemporaneo. Che parla anche delle fragilità e della solitudine dei ragazzi di oggi. Sto lavorando allo sviluppo, speriamo di farcela».