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Pippo Baudo, il gigante che parlava alla maggioranza del paese

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Il commento | Se c’è una fine del Novecento della televisione, eccola qui, senza possibilità di confronto
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Se n’è andato in giornate di tv assente, la notizia arriva mentre sta passando il Techetechetè intriso della solita nostalgia e, a seguire, la replica di Gianni Morandi che celebra la tv del passato. Sarà un caso, oppure chissà. Dopo, via di edizioni straordinarie. La centralità di Pippo Baudo è stata la cifra del suo agire nei decenni, al centro con il centro della tv e di tutto il resto, portavoce e guida totale del sentire comune di quella maggioranza di Paese che disertava le piazze ma le urne le riempiva, eccome, votando quel partito là. Un gigante, incontestabile: ogni volta in casi simili ci si affretta a decretare la fine del Novecento. Ma se c’è una fine del Novecento della televisione, eccola qui, senza possibilità di confronto.

Pippo, Sua Pippità e altre cento gag che gli scivolavano addosso: i Sanremo e il sabato sera quando si trattava semplicemente, si fa per dire, di portare una piccola Broadway — con quel che c’era a disposizione ma spesso anche di più — per milio…

Se n’è andato in giornate di tv assente, la notizia arriva mentre sta passando il Techetechetè intriso della solita nostalgia e, a seguire, la replica di Gianni Morandi che celebra la tv del passato. Sarà un caso, oppure chissà. Dopo, via di edizioni straordinarie. La centralità di Pippo Baudo è stata la cifra del suo agire nei decenni, al centro con il centro della tv e di tutto il resto, portavoce e guida totale del sentire comune di quella maggioranza di Paese che disertava le piazze ma le urne le riempiva, eccome, votando quel partito là. Un gigante, incontestabile: ogni volta in casi simili ci si affretta a decretare la fine del Novecento. Ma se c’è una fine del Novecento della televisione, eccola qui, senza possibilità di confronto.

Pippo, Sua Pippità e altre cento gag che gli scivolavano addosso: i Sanremo e il sabato sera quando si trattava semplicemente, si fa per dire, di portare una piccola Broadway — con quel che c’era a disposizione ma spesso anche di più — per milionate di spettatori che, come aveva decretato Ettore Bernabei, il sabato sera se lo sognavano di uscire di casa. E quindi sognavano con Pippo e le star che ci si poteva permettere: e però, con quelle, si è fatta la storia dell’intrattenimento di questo Paese.

Pippo inossidabile nei tempi più dilaniati dai Settanta in avanti, quando ovviamente diventa per molti anche il simbolo di tutto quello che si dovrebbe abbattere e non cambiare. Mai visto accadere altrove, figuriamoci in tv. A dettare l’inizio della parabola discendente non sarà di certo la vita reale, ma sempre e comunque la televisione. Un giorno in tv si scopre che bisogna far parlare la gente comune, che bisogna lanciare i talk ultrapopolari: Baudo inorridisce, lui che era nato, in un posto lontano di Sicilia, per porgere al pubblico il top dello spettacolo: o almeno quello a disposizione, quello dove sono ammessi solo i più bravi o che risultano tali. Non farà mistero dell’individuare nel funarismo (da Gianfranco Funari) l’inizio della fine di un’epoca: e la cosa lo intristiva tanto quanto lo rendeva pressoché furioso per quel cambio di direzione insensato, almeno per chi aveva vissuto e costruito gli anni d’oro.

Da cui il periodo nel quale la centralità si perde, il mondo intorno si sfarina e arriva un’era di arbitrario oscuramento, direbbe qualcuno, nel quale si passa dall’incarnazione fisicamente pippesca del famoso nazional-popolare (non a caso oggetto del più clamoroso dissing in pubblico, addirittura a Sanremo, con l’allora presidente Rai Enrico Manca) a qualcosa che diventa indefinibile, come il nuovo mondo intorno, televisivo e non solo. Quello che rimarrà, per chi c’era, è soprattutto il Baudo con il gusto autentico e il piacere assoluto nel vantare il valore di quello che portava in scena — Sanremo è mille aneddoti passati alla storia, con mille trucchi perfetti per la tv, certo. Ma è anche il suo Festival con Springsteen che canta con i sottotitoli, oppure, affidato alla memoria dei singoli, George Benson che sale sul palco (guarda caso per On Broadway) e Baudo che è davvero felice come un bimbo, nessuno può fingere così, e accompagna dinoccolato e a ritmo da musicista l’avvio dell’esibizione.

Talent-scout e tutto il resto, padrone assoluto della scena e con intuibili malumori intorno, ma tutto, alla fine, per un ideale, o qualcosa a cui si crede talmente tanto da diventare tale. E per l’imperativo di credere, anche qui, fortissimamente a quei tre-quattro principi alla base dello show televisivo, inteso come quello fondativo e seminale per decine di successori. Finché il gioco è durato, finché ha funzionato, finché si è scoperto che la televisione — e non parliamo dell’Italia tutt’intorno — non solo non era Broadway ma poteva diventarne l’esatto contrario, e che a molti piaceva così. E adesso, è davvero tutta un’altra storia.

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