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Fabrizio Bentivoglio: “Una battuta di Gian Maria Volonté mi ha cambiato la vita e la carriera”

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L’attore è la voce narrante nel doc “Pellizza pittore da Volpedo” su Sky. E ha creato il “Piccolo almanacco dell’attore”: “In questo presente così nero, quello che mi dà sollievo sono i ragazzi. Li vedo svegli, e questo mi fa sperare”
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ROMA – Fabrizio Bentivoglio è la coscienza narrante di Pellizza pittore da Volpedo, il documentario diretto da Francesco Fei, disponibile su Sky Arte e Now, che accompagna lo spettatore dentro l’universo dell’artista piemontese, celebre per Il quarto Stato e protagonista della grande stagione del Divisionismo. In parallelo è imperdibile la mostra Pellizza da Volpedo, i capolavori alla Gam di Milano, quaranta opere tra dipinti e disegni, offrendo una visione complessiva della sua breve ma intensa parabola artistica.

Com’è nata la sua partecipazione a questo documentario?

«Ho letto la sceneggiatura e mi sono reso conto di quanto poco sappiamo su di lui, di quanto sia grave questa nostra ignoranza: Pellizza è stato effettivamente il primo dei moderni, con i suoi studi sulla luce, sull’inquadratura, partendo dalla fotografia. Una figura notevolissima che poi, per una serie di ragioni, non ultimo il fatto che Il quarto Stato è diventato una sorta di icona, ha oscurato tutto il resto. Mi so…

ROMA – Fabrizio Bentivoglio è la coscienza narrante di Pellizza pittore da Volpedo, il documentario diretto da Francesco Fei, disponibile su Sky Arte e Now, che accompagna lo spettatore dentro l’universo dell’artista piemontese, celebre per Il quarto Stato e protagonista della grande stagione del Divisionismo. In parallelo è imperdibile la mostra Pellizza da Volpedo, i capolavori alla Gam di Milano, quaranta opere tra dipinti e disegni, offrendo una visione complessiva della sua breve ma intensa parabola artistica.

Com’è nata la sua partecipazione a questo documentario?

«Ho letto la sceneggiatura e mi sono reso conto di quanto poco sappiamo su di lui, di quanto sia grave questa nostra ignoranza: Pellizza è stato effettivamente il primo dei moderni, con i suoi studi sulla luce, sull’inquadratura, partendo dalla fotografia. Una figura notevolissima che poi, per una serie di ragioni, non ultimo il fatto che Il quarto Stato è diventato una sorta di icona, ha oscurato tutto il resto. Mi sono reso conto che conoscevo solamente quel quadro, che tutto il resto non l’avevo mai visto».

Chissà se l’universalità, la profondità e il valore simbolico di quell’opera sono stati una benedizione o una condanna.

«Mi è stato spiegato che negli Stati Uniti, che sono sempre stati il cuore pulsante del mercato della pittura, dopo aver lanciato prima gli Impressionisti, hanno sorvolato su Pellizza. E invece la sua modernità sorprende. Penso agli appunti in cui racconta come gli è venuta l’idea del quadro del fienile: il padre lo aveva portato lì per avere una mano, invece lui, vedendo il fienile nella penombra con tutti i tetti del paese sotto il sole accecante sullo sfondo, ebbe l’idea per un quadro. A quel punto doveva decidere che cosa metterci dentro. E allora racconta che gli venne in mente che potessero essere le ultime ore di vita di un bracciante lontano da casa, che non sapeva neanche dove andare ed era andato a morire lì, con queste donne intorno che lo accudiscono, il prete che gli dà l’estrema unzione, i bambini che scivolano dalla scaletta. Una cosa meravigliosa. Oppure quella fila di pecore che cammina da destra verso sinistra davanti agli occhi, in questo panorama di campagna bagnata. Dettagli che diventano poesia».


Rappresenta però la disperazione dell’artista, anche per la fine tragica che ci ha consegnato?

«Quella è una condizione comune a molti artisti: una perenne insoddisfazione, la tentazione di rifare meglio, di cercare la perfezione. Ma la perfezione non esiste, e proprio nell’imperfezione sta la verità. Una cosa che mi piace molto è che nei suoi quadri non c’era tutto spiattellato: c’era sempre qualcosa che non vedevi e che dovevi completare con l’immaginazione. Questo appartiene a un certo modo di fare arte, non solo dei pittori, ma anche del teatro e del cinema. C’è sempre un aspetto fantasmatico che sfugge a ogni classificazione, che non è raccontabile ma che probabilmente è quello che colpisce di più chi guarda».

Lei ha creato il Piccolo almanacco dell’attore, un monologo, poi audiolibro e da qualche giorno un libro con Baldini+Castoldi, “istruzioni” e riflessioni sull’arte della recitazione. Com’è nato?

«Quasi come un senso di colpa, per non aver mai creato una bottega, per non aver mai fatto lezioni. Col passare degli anni, inevitabilmente, come succede dai padri ai figli, viene voglia di dire a questi ragazzi che cominciano questa avventura, magari anche con un po’ di leggerezza, quello che li aspetta. Nella mia testa era una cosa molto specialistica, una piccola dispensa per allievi attori, non dico un ciclostile ma quasi. Ho tenuto per anni nel cassetto un incipit, quello sull’invisibilità, che è poi diventato il capitoletto iniziale. Non so nemmeno per quanto, forse anni. Poi due anni fa, riprendendolo in mano, il resto è sgorgato da solo. È diventato anche un diario personale, inevitabilmente parto dalla mia esperienza per affrontare certe tematiche. Il tono è diretto, è come parlare a un ragazzo o una ragazza che intendono intraprendere questa strada».

Lei cita il suo maestro, Aino Piodi, che diceva che dopo il triennio servono dieci anni per capire di che pasta si è fatti. Qual è stato per lei il decennio decisivo?

«È difficile da dire anche guardandosi da fuori, figuriamoci per se stessi. È un percorso, non c’è un momento in cui puoi dire “ecco, lì ho cominciato a capire di che pasta ero fatto”. È qualcosa che capisci strada facendo, se lo capisci, e che continui a capire. Forse è meglio non capirlo mai del tutto, perché bisogna sempre sorprendersi, scoprire di essere fatti di una pasta che non si era prevista».

Ma oggi che lei è famoso da tanto tempo, è ancora possibile essere invisibile, come dice nell’incipit?

«Sì, succede. Al di là di tutto. Basta sedersi in un bar, in un treno. Oppure il mio posto preferito: il sedile del passeggero in macchina. Non guidi, hai i finestrini, guardi intorno».

Due scuole di pensiero attoriale, Robert De Niro e Marcello Mastroianni che dice “noi usiamo il cuscino”.

«Non significa farla facile, anzi il contrario. È riferito alla nostra matrice che sta nella commedia dell’arte: possiamo permetterci di mettere il cuscino non per arronzare, ma per non essere legati a copiare la realtà, per poter essere più creativi».

Molto bello anche il racconto dell’incontro con Gian Maria Volonté e Mauro Bolognini. Il set di La vera storia della Signora delle camelie. Volontè che si ammala e poi ritorna, rivendica il suo ruolo, pronuncia una battuta sul dolore e commuove la troupe. E quelle parole che lei scruta, mentre attore e regista guardano il girato e che la riguardano, “questo giovane è credibile”. Quanto hanno contato per lei?

«Non gliel’ho mai detto, ma quella frase che intercettai sui labiali di Volonté mentre la bisbigliava a Bolognini mi ha nutrito per anni. Forse ancora oggi. Ci ho vissuto tantissimo, forse lo faccio ancora. Volonté e Bolognini erano diversissimi, ma entrambi rigorosissimi. Quell’incontro è stato straordinario. Oggi Volonté non è più così evocato, c’è una tendenza alla dimenticanza. I maestri vanno ricordati: il maestro è dell’anima, come diceva Paolo Conte, e in fondo all’anima resta per sempre».

A proposito di ricordi, lei ha preso parte a un bellissimo documentario su Carlo Mazzacurati, Una certa idea di cinema.

«È stato come passare un’ora con Carlo. Una gioia. I suoi film sono ancora vicini e rivederli è sempre un piacere».

Progetti da regista?

«C’è qualcosa nel cassetto. E come capita a volte, le cose possono restare lì anni, poi un giorno le riprendi e fioriscono. Vedremo, dipende anche da quello che succede intorno, che non è secondario».

Quali storie e umanità oggi le piace osservare e restituire?

«Osservo l’umanità che ci circonda, quello che siamo. È il nutrimento del nostro lavoro, che se ben fatto diventa anche nutrimento dello spirito di chi guarda. In questo presente così nero, quello che mi dà sollievo sono i ragazzi, i ventenni. Li vedo svegli, e questo mi fa sperare».

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