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“Nulla è perduto”, Ben Stiller racconta i suoi genitori: la coppia che fece ridere l’America

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Tra nastri d’archivio, ricordi e vecchi home movie, l’attore e regista ripercorre la vita del leggendario duo comico Jerry Stiller e Anne Meara: una storia di amore, risate e ferite familiari che diventa un ritratto struggente della comicità made in Usa
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NEW YORK - Nulla è perduto recita il sottotitolo di Stiller & Meara, il documentario Apple TV+ diretto da Ben Stiller e presentato in anteprima al New York Film Festival, in cui l’attore di Zoolander racconta la storia dei suoi genitori - i miti della commedia americana Jerry Stiller e Anne Meara - in un arco di tempo che copre mezzo secolo di cultura popolare, comedy skits e home movie.

Da un lato, la prospettiva di un figlio (Ben Stiller detto Benji) immerso nell’arte e nella creatività dalla testa ai piedi; dall’altro, il peso di essere un’estensione di quei vortici dal rat-a-tat comico incontenibile - un’eredità che ha rischiato seriamente di offuscare l’equilibrio della sua famiglia futura. In questa “sgangherata seduta psicanalitica”, Stiller punta la telecamera su se stesso, sulla sorella Amy, e raccoglie attorno a un tavolo persino la moglie Christine Taylor e i figli (anche loro sulle orme dei loro genitori…

NEW YORK - Nulla è perduto recita il sottotitolo di Stiller & Meara, il documentario Apple TV+ diretto da Ben Stiller e presentato in anteprima al New York Film Festival, in cui l’attore di Zoolander racconta la storia dei suoi genitori - i miti della commedia americana Jerry Stiller e Anne Meara - in un arco di tempo che copre mezzo secolo di cultura popolare, comedy skits e home movie.

Da un lato, la prospettiva di un figlio (Ben Stiller detto Benji) immerso nell’arte e nella creatività dalla testa ai piedi; dall’altro, il peso di essere un’estensione di quei vortici dal rat-a-tat comico incontenibile - un’eredità che ha rischiato seriamente di offuscare l’equilibrio della sua famiglia futura. In questa “sgangherata seduta psicanalitica”, Stiller punta la telecamera su se stesso, sulla sorella Amy, e raccoglie attorno a un tavolo persino la moglie Christine Taylor e i figli (anche loro sulle orme dei loro genitori e nonni). L’obiettivo è ritrovare ciò che resta degli extra-terrestri Anne e Jerry (morti a cinque anni di distanza, tra il 2015 e il 2020) durante il lento sgombero della casa al 118 di Riverside Drive, una co-op dove Stiller e Meara hanno cresciuto i loro due figli, scritto sketch per nightclub e varietà televisivi, e intrattenuto una miriade di celebrità.

“Non immaginavo di girare un film di famiglia e l’ultimo dei miei pensieri era riprendere me stesso o mettermi in mezzo. Poi qualcosa è cambiato” ricorda Stiller. “Mia madre è morta cinque anni prima di mio padre, e credo che quando sei fisicamente accanto ai tuoi genitori in condizioni vulnerabili e stai gestendo tutte quelle cose, il momento per cominciare un documentario non arriva mai. Non ero in uno stato d’animo che mi portasse a dirigere un omaggio al duo Stiller & Meara. Dopo la morte di mio padre ho preso coscienza della realtà. Restava solo l’appartamento, il simbolo delle nostre vite insieme. Mi sono detto: l’appartamento non esisterà più. Gli agenti immobiliari diranno, okay, sgomberiamolo e prepariamolo per la vendita. Ma dove andranno a finire tutti i nostri anni?”.

Tutto è documentato. Jerry, per qualche ragione, ha sempre pensato che quando sarebbe passato a miglior vita, lo Smithsonian Institute avrebbe voluto i suoi cimeli: nastri con registrati decenni di momenti familiari rubati, foto, costumi di scena, un archivio che il National Comedy Center sta già collezionando. Gran parte del materiale comico di Jerry Stiller e Anne Meara nasceva a casa. “L’idea di lavorare a qualcosa di personale e generazionale è arrivata quando abbiamo iniziato a svuotare l’appartamento, insieme a Dawn Eaton e Jody Eisenstein-Miracle, collaboratrici di lunga data dei miei genitori, donne straordinarie che hanno tenuto traccia degli ultimi anni di vita di mio padre” ci racconta Stiller. “Avevano passato molto tempo ad archiviare e organizzare i box. Tutto quel materiale diventa molto più prezioso quando invecchi, perché è archeologia del tuo passato. C’era così tanta roba, ma Dawn gli aveva dato un senso e l’aveva organizzata. Trovavo incredibile che mio padre avesse avuto l’istinto di documentare le nostre vite dal primo giorno. Da ragazzino pensi semplicemente che tuo padre scatti sempre foto ed è fastidioso. Era l’epoca pre-cellulari e pre-social media. Le videocamere sono arrivate quando avevo sedici anni, quindi le pellicole Super 8mm che amavo da bambino. Mio padre scattava foto e registrava audio. Aveva un registratore a bobine che adoravo, pensavo fosse la cosa più magica al mondo. Ricordo che da bambino gli chiesi: ‘Quando morirai, posso averlo? Posso ereditarlo?’. Mia madre era l’opposto e voleva liberarsi delle cose in più”.

A giudicare dalle reazioni del pubblico in sala, Jerry Stiller e Anne Meara sono ancora una forza nella commedia americana. Emersi dalla scena del teatro d’improvvisazione degli anni Cinquanta/Sessanta, un periodo di fermento culturale, Stiller e Meara hanno affinato stile e umorismo, partendo dalla dinamica tra la nevrotica e minuta caricatura ebraica di Stiller e l’arguzia e la schiettezza della cattolica-irlandese Meara. Uno sguardo sincero sul matrimonio e sulle divisioni religiose che ne minano le basi. L’Ed Sullivan Show li ha accolti stabilmente, apparendo 36 volte nello spettacolo e portando i loro litigi domestici e le querelle affettuose al cospetto di decine di milioni di spettatori ogni settimana. Non erano un fenomeno passeggero, ma un sofisticato duo comico in grado di travolgere (e innovare) pubblicità radiofoniche per prodotti come il vino Blue Nun. Dopo aver interrotto il lavoro di coppia, entrambi hanno trovato carriere da solisti. Jerry Stiller è diventato un maestro delle invettive comiche nei panni del vulcanico Frank Costanza in Seinfeld e dell’irascibile Arthur Spooner in King of Queens, grazie alla comicità fisica e ai suoi tempi esplosivi. “Mio padre è cresciuto guardando il Vaudeville, Eddie Cantor o Jack Benny, e per quanto volesse essere lui il tipo divertente, si è sempre reso conto di quanto Anne fosse naturalmente dotata. L’ammirava così tanto come performer. Aveva bisogno di lei. L’ha trascinata nella commedia” ricorda Stiller.

Anne Meara, attrice drammatica e comica, ha avuto ruoli memorabili in sitcom come Rhoda e Archie Bunker's Place, e più tardi in Sex and the City. “Penso che il bisogno di successo e riconoscimento per mio padre riguardasse tanto l’espressione creativa quanto la sicurezza per la famiglia. Non credo abbia ricevuto quel tipo di accudimento da bambino” prosegue Stiller. “Quando gli dissi che volevo fare l’attore, mi rispose: ‘perché non diventi un macchinista di teatro? Chi ti credi di essere per provare a diventare Eddie Cantor o Jack Benny o George Burns? Non hai il diritto di farlo’. Ho visto i miei genitori letteralmente cercare di sopravvivere alla depressione. Mio padre ha fatto prima il tassista e poi l’autista di autobus. Si è messo in gioco. A volte faceva impazzire mia madre. A lui piaceva entrare in contatto con i fan. Se un fan si avvicinava e diceva ‘Jerry, ti adoro’ mentre erano fuori scena o nel mezzo di una conversazione, mia madre si voltava e con un secco ‘Stiamo parlando!’ la chiudeva lì. Mio padre, invece: ‘No, aspetta, raccontami dei tuoi figli’. Le interviste d’archivio con loro - come quella con Barbara Walters in un programma domenicale chiamato Not for Women Only e i talk show degli anni Settanta - mi hanno sorpreso per quanto parlassero di questioni reali. La gente fumava, si discuteva di alcolismo, relazioni e infedeltà. Quelle interviste con i miei genitori in cui parlano di quotidianità, senza filtri, in programmi come The Mike Douglas Show sono state una scoperta straordinaria”.
Nel documentario, Ben e Amy ricordano così la loro infanzia: “Stavamo alzati fino a tardi e avevamo i nostri toc-toc segreti sul muro. Erano gli anni Settanta, quindi sicuramente New York era meno gentrificata, meno sicura, e c’era un vero senso di comunità. Tutti i miei amici frequentavano la nostra casa notte e giorno. Ricordo Adam Max, per esempio; suo padre era Peter Max, il re della Pop Art, il padre della controcultura. Andavamo su da lui e Peter aveva tutte queste persone davvero interessanti come ospiti, ad esempio il ‘guru di Woodstock’ Swami Satchidananda Saraswati e tutti questi tipi alla moda e alternativi. Non ho più trovato una simile energia creativa a New York. Da quel momento cominciai a prendere in mano una telecamera come faceva sempre mio padre e a girare i miei cortometraggi”.

Oggi, Ben Stiller è uno degli attori, registi, sceneggiatori e produttori di Hollywood più acclamati, oltre che fondatore della Red Hour Films; dai film per famiglie Ti presento i miei e Una notte al museo alle commedie Tropic Thunder, I Tenenbaum e Tutti pazzi per Mary, fino al trionfo della serie Scissione di cui è regista e produttore esecutivo. Eppure, conclude, “prima di girare il documentario sui miei genitori, non ero certo di quale fosse il mio ruolo in tutto questo”.

Man mano che Stiller & Meara si evolveva “diventava chiaro il non poter fare a meno di esserci e riscoprirmi, insieme a loro. Il rovescio della medaglia era la relazione mia e di mia sorella con i nostri genitori, una prospettiva da difendere. Un’altra preoccupazione riguardava Christine: io e lei ci eravamo separati e non stavamo insieme quando abbiamo iniziato a girare il film. Poi la nostra relazione si è evoluta nel corso della realizzazione, e anche questo è diventato parte della storia. Christine e io siamo tornati insieme. In una delle registrazioni che abbiamo recuperato, si sente mia madre dire: ‘Jerry, non so dove finisce il nostro duo e inizia il matrimonio’. L’entità Stiller & Meara era diventata opprimente per loro. Penso si sentissero intrappolati. Mio padre era una specie di santo rimasto all’età di nove anni; mia madre trascorrerà parecchi anni in balia dell’alcol, prima di tornare sobria. Forse per gli alti e bassi del mio matrimonio, ora ho molta più empatia verso di loro. Vedere quanto sia difficile fare quello che hanno fatto. Vederli che si tengono per mano o sdraiati sul letto accanto alla finestra, al mare. Ritrovare i filmini della nostra seconda casa a Nantucket. È lì che ora sono sepolti insieme. Dopo che mia madre ha avuto l’ictus, non riusciva più a comunicare, ma se la guardavi negli occhi, sapevi che lei era ancora lì dentro. Quando dicevamo qualcosa di divertente, rideva. Amy ed io le facevamo le imitazioni. Se dicevo qualcosa che la faceva ridere, sentivo di aver fatto bene il mio lavoro. Mia madre è sempre stata un pubblico difficile”.

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