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Sara Drago: “Tra forza e fragilità ho fatto pace con il corpo. Call My agent? Bello e tosto”

Foto Nicola De Rosa 

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Una lunga gavetta teatrale prima di approdare alla serie Sky che torna a novembre per una terza stagione. “Questa volta abbiamo esplorato – racconta l’attrice – fragilità, confusione, crisi. E il tutto è coinciso con un momento personale difficile”
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Tra gli agenti delle star della serie di successo Call My agent Lea Martelli è la più intraprendente, volitiva e seducente. Nelle prime due stagioni (la terza a novembre su Sky e Now) si è misurata con Pierfrancesco Favino, entrato e mai più uscito nel ruolo del Che, con la madrina di Venezia Sabrina Impacciatore alle prese con il jet leg e ha tenuto a freno l’entusiasmo esplosivo di Gabriele Muccino.

Lea Martelli è Sara Drago, 36 anni brianzola, una lunga gavetta teatrale prima di approdare alla serie che racconta il dietro le quinte del mondo del cinema.

Call my agent 3 - Teaser. Da novembre tornano le star e i loro agenti

Siamo alla terza stagione. Cosa ha imparato di nuovo su Lea?

"La serialità ti dà la possibilità di crescere con i personaggi che interpreti. In questa stagione abbiamo esplorato uno spazio di maggiore fragilità, confusione, crisi. Che oltre tutto è c…

Tra gli agenti delle star della serie di successo Call My agent Lea Martelli è la più intraprendente, volitiva e seducente. Nelle prime due stagioni (la terza a novembre su Sky e Now) si è misurata con Pierfrancesco Favino, entrato e mai più uscito nel ruolo del Che, con la madrina di Venezia Sabrina Impacciatore alle prese con il jet leg e ha tenuto a freno l’entusiasmo esplosivo di Gabriele Muccino.

Lea Martelli è Sara Drago, 36 anni brianzola, una lunga gavetta teatrale prima di approdare alla serie che racconta il dietro le quinte del mondo del cinema.

Call my agent 3 - Teaser. Da novembre tornano le star e i loro agenti

Siamo alla terza stagione. Cosa ha imparato di nuovo su Lea?

"La serialità ti dà la possibilità di crescere con i personaggi che interpreti. In questa stagione abbiamo esplorato uno spazio di maggiore fragilità, confusione, crisi. Che oltre tutto è coincisa con un momento difficile mio personale. È stato bello e tosto fare questo percorso insieme, ormai è come avere un rapporto con un altro da me".

Del carattere di Lea cosa le è stato utile in quel momento di crisi?

"Lea non si piange mai addosso mentre io sono un po’ “drama queen”. Il suo motto è “su le maniche e andare” e l’ho fatto mio, mi ha tenuto lontano dallo spleen baudelairiano del mio essere Pesci ascendente Gemelli. Con Lea posso esprimere la mia ironia imbruttita, il cinismo milanese. È stato divertente sul set col regista Simone Spada, molto romano, talvolta ho dovuto spiegargli l’ironia milanese”.

La forza della serie è il mix di finzione e realtà. Ha avuto scene con Muccino, Favino, Sorrentino. In questa stagione con chi è scattato il feeling?

"Apprezzo tantissimo il lavoro che fanno i “guest” della serie, hanno una preziosa capacità di prendersi in giro o, meglio, di prendersi seriamente poco sul serio. Noi facciamo di tutto per farli sentire a loro agio e cerchiamo di essere buoni partner di gioco. Con Miriam Leone mi sono trovata benissimo, è stato divertente ragionare insieme sulle scene, abbiamo lavorato per renderle più nostre perché il rapporto sembrasse più vero. Con tutto il gruppo di Romanzo criminale è stato divertentissimo, Maurizio (Lastrico ndr) e io abbiamo girato parecchio con loro, quei giorni sono stati molto speciali: squadra forte che incontra squadra forte”.

Poi c’è la storia dell’agenzia. In che acque versa ora la CMA?

"Nella prima stagione c’è stata la perdita del padre con la fuga di Claudio Maiorana, in questa terza invece l’agenzia deve misurarsi con la perdita della madre. E devo fare i complimenti agli sceneggiatori e alle sceneggiatrici per come sono riusciti con delicatezza a gestire la mancanza di Marzia Ubaldi e quindi di Elvira. Li ritroviamo lì un po’ orfani, un po’ persi con questo fatto reale che è entrato nella narrazione. Inoltre, è un momento difficile per la categoria: c’è un affollamento di titoli, una bulimia di progetti che poi stringi stringi non sono tutti così interessanti. Lea è molto preoccupata che si vada in una direzione più commerciale che artistica, ha a cuore il cinema d’autore e la sua riuscita”.

Lea è diventata un’icona queer. Che riscontri ha avuto dal pubblico?

"Credo che sia considerata un simbolo di forza, ribellione. Con i reparti costumi, trucco e capelli abbiamo costruito un personaggio che rompe l’immagine trita e ritrita con cui vengono rappresentate le donne lesbiche, nelle poche volte che vengono rappresentate nel cinema italiano. Questo almeno è quello che mi hanno confidato tante ragazze e donne che ho incontrato”.

È cambiato il rapporto con la sua agente da quando fa la serie?

"Il rapporto con Donatella Franciosi è sempre in evoluzione perché è una donna straordinaria e abbiamo costruito insieme un percorso. Attraverso la serie ho capito tante cose di questo lavoro perché venivo dal teatro e non conoscevo niente. Tutti vogliamo essere i più amati, i più ascoltati e i più chiamati dai nostri agenti: gli attori sono dei disperati d’amore”.

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Dello sbarco a Venezia con Sabrina Impacciatore che ricordo le rimane?

"È stata una faticaccia come lo è Venezia per davvero, per chi va a promuovere i film: cambiati, truccati, struccati, ricambiati. Poi noi abbiamo dovuto girare di notte ovviamente, non potevamo invadere il red carpet mentre serviva per le vere star della Mostra. Ricordo una notte infinita iniziata al tramonto e finita all’alba, io e Sabrina Impacciatore nel lettone abbracciate: Buttiamoci qua...fateci dormire!”.

Il rapporto con la moda come è cambiato nel passaggio dal teatro alla tv? Ha incontrato Giorgio Armani.

"Armani per me è stato un battesimo vero. Uno degli artisti più creativi che abbiamo mai avuto, maestro intramontabile. Anche se l’ho conosciuto poco, la sua partenza mi ha toccata perché ho sfiorato la sua arte. Ricordo che quando ho assistito alla prima sfilata mi sono commossa perché aveva a che fare con il rito, un po’ come il teatro. Venendo dal teatro però c’è quell’atteggiamento, mi passi il termine, “pulcioso snob” nei confronti della moda, del lusso di quelli che dicono ‘faccio l’arte, sto nelle cantine’. Ma è solo una finta ribellione perché nel teatro si fa veramente fatica, e si finisce per convincersi che è quello che si vuole: l’arte, la povertà. Invece nel tempo ho “sgamato” in me questa finta forma di protesta e mi sono convinta che indossare delle opere d’arte ti dà la possibilità di splendere e sentirti per una volta straordinaria”.

Il momento del colpo di fulmine con la recitazione?

"Da bambina. Già al centro estivo a sei anni con uno spettacolino sugli indiani. Alle medie l’incontro con la mia prof di musica e a sedici anni quello con il mio maestro che mi ha fatto conoscere Shakespeare, Durenmatt: Chicco Roversi è stato il mio faro”.

Quando ha capito che poteva diventare un mestiere?

"Dopo l’università, quando sono entrata nell’Accademia dei filodrammatici di Milano, dove mi sono diplomata nel 2011. Mi sono detta ‘questo è il mestiere più bello del mondo e io lo voglio fare’”.

Foto Nicola De Rosa 

La sua famiglia?

"I miei genitori mi hanno appoggiato sempre. Certo negli anni del teatro ci sono stati momenti in cui mia madre mi ha chiesto ‘Sara ma sei proprio sicura che è quello che vuoi fare? Perché un conto è la passione e l’ambizione e un altro è riuscire a viverci’. Se non vedi il futuro è un problema. Perché la frustrazione finisce per entrare nell’arte, per questo sono scappata a Roma”.

L’adolescenza a Muggiò?

“È la provincia, un paesino molto tranquillo, molto verde: casa, chiesa, casa, spesa. È un paese dormitorio della Brianza, quando ero piccola c’era il cinema dell’oratorio, ora credo sia stato chiuso. Il massimo che puoi fare è il giro al centro commerciale. Io dopo scuola mi chiudevo in palestra, Muggiò io non la vedevo”.

Ha fatto per tanti anni ginnastica ritmica.

"La ginnastica ritmica è stata la mia prima scuola con l’espressione del corpo, magari in palestra non ero la migliore tecnicamente, ma mi prendevo la gara perché avevo una modalità espressiva nell’eseguire l’esercizio, una scrittura scenica inconsapevole. Il movimento mi aiuta a tirare fuori quello che ho dentro anche nei momenti in cui sono più chiusa, vado sul cerchio comincio a volteggiare, cerco una nuova figura e trovo una mia libertà. Sofia Raffaeli ha fatto un’impresa incredibile, l’Italia non era mai arrivata così in alto”.

Oggi con la competizione, con i provini come va?

"I provini sono duri perché sono più i no che i sì. È una cosa statistica. La ginnastica ritmica mi ha dato disciplina, un rapporto con la costanza. Credo di aver portato questa ricerca della perfezione tecnica anche nella recitazione, anche se poi ho anche un lato istintivo. Rispetto alla competizione crescendo sono migliorata, da piccola per le gare stavo veramente male. Mia mamma mi dava i fiori di Bach e mi prendeva un po’ in giro. Arrivavo o prima o ultima, se andavo in ansia era finita. Simone Spada un giorno sul set mi ha detto: ‘Non si sbaglia mai, o si riesce o si impara’. Una frase che mi ha illuminata”.

Il rapporto con il corpo? Sono uscite storie brutte sulla ginnastica.

"La ginnastica è controllo, anche controllo sul corpo. Non è facile. Io alcune cose le sto ancora elaborando in terapia. Facciamo tutti parte di questo mondo grassofobico, adulatore della magrezza. È una cosa che detesto ma devo ammettere di essere io per prima un po’ succube”.

Avere un compagno attore semplifica o complica le cose?

"Ho sempre avuto compagni attori. Dipende tutto dalle persone, in questo momento sono sola e non ho questo problema. Da un lato è bello stare con un attore perché capisce, sa di cosa stai parlando, condivide. Con un compagno attore è più facile gestire eventuali gelosie per scene molto intime, ma dipende dalla persona, perché mi è capitato anche di stare con un attore gelosissimo e possessivo”.

Era alla manifestazione per la Palestina a Roma. Cosa pensa del dibattito sull’impegno degli artisti?

"Dobbiamo prendere posizione. Quello che accade è terribile, ho sostenuto la causa della Flotilla e sosterrò ogni iniziativa che arriva dal basso e che ha un senso. Sono in imbarazzo rispetto a come il governo ha gestito tutto questo. Faccio fatica a parlarne perché sono sopraffatta emotivamente e penso esistano persone più competenti per parlare di questi temi. Sicuramente sostengo la causa della Palestina e la richiesta di sospendere il genocidio in diretta a cui assistiamo. Ho empatizzato profondamente con Emanuela Fanelli perché ognuno deve sentirsi libero di esprimersi come vuole, ma riconosco la difficoltà di vivere nel privilegio, anzi stiamo dalla parte di chi appoggia il massacro. Ti senti assolutamente impotente, è un tema che sta entrando anche nei miei progetti artistici”.

A cosa sta lavorando?

"Ho avuto la possibilità quest’estate di fare una residenza artistica all’istituto di cultura di Parigi e ho lavorato sul testo dell’autrice francese, Nathalie Fillion dal titolo Più grande di me, un monologo che inizia con un sogno ricorrente della protagonista, Cassandra, che sa che deve pedalare per quindici chilometri perché se non lo farà qualcosa di brutto accadrà all’umanità intera. Un testo complesso che analizza la necessità di voler cambiare il mondo ma da cosa iniziare? È un testo specchio, che spero di poter portare in Italia nella prossima stagione teatrale”.

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