Ed Gein, la serie sugli angoli oscuri del mostro. “Non conta il crimine ma quello che lo circonda”
di Alessandra De TommasiPiù crudo de Il silenzio degli innocenti e di Hannibal messi insieme: il nuovo progetto di Ryan Murphy (il creatore di American Horror Story) è da brividi, in tutti i sensi. Da dieci giorni Monster: The Ed Gein Story è la serie più vista di Netflix in Italia e per ragioni raccapriccianti. Non che i due precedenti capitoli, dedicati a Jeffrey Dahmer e ai fratelli Menendez siano stati di facile digestione, ma stavolta il serial killer raccontato li supera tutti per spietatezza. Per interpretare Ed Gein il protagonista Charlie Hunnam (Sons of Anarchy) ha perso 15 chili facendo cardiofitness tre volte al giorno e ha cambiato la voce in una specie di sibilo lamentoso e martellante. L’attore dice di aver voluto tirar fuori quei suoni per creare una versione “effeminata”, perché la madre di Ed voleva una figlia e l’ha sempre rimproverato per non essere stato all’altezza delle aspettative. Non solo di genere, ma sociali e religiose. Sì perché la donna lo ha cresciuto in un’isolata fattoria tr…
Più crudo de Il silenzio degli innocenti e di Hannibal messi insieme: il nuovo progetto di Ryan Murphy (il creatore di American Horror Story) è da brividi, in tutti i sensi. Da dieci giorni Monster: The Ed Gein Story è la serie più vista di Netflix in Italia e per ragioni raccapriccianti. Non che i due precedenti capitoli, dedicati a Jeffrey Dahmer e ai fratelli Menendez siano stati di facile digestione, ma stavolta il serial killer raccontato li supera tutti per spietatezza. Per interpretare Ed Gein il protagonista Charlie Hunnam (Sons of Anarchy) ha perso 15 chili facendo cardiofitness tre volte al giorno e ha cambiato la voce in una specie di sibilo lamentoso e martellante. L’attore dice di aver voluto tirar fuori quei suoni per creare una versione “effeminata”, perché la madre di Ed voleva una figlia e l’ha sempre rimproverato per non essere stato all’altezza delle aspettative. Non solo di genere, ma sociali e religiose. Sì perché la donna lo ha cresciuto in un’isolata fattoria tra estremismi religiosi e disciplina ferrea fino a far traballare la sua già precaria salute mentale.
L’instabilità emotiva e psichica di Ed si è manifestata, dopo la scomparsa della donna, in tutta la sua brutalità tra cadaveri disseppelliti e omicidi con scuoiamenti inclusi. “Non è gratuito – si difende lo showrunner – anzi sembra piuttosto attuale. Esiste il rischio di glorificare il Male, ma io non ci credo. Voglio solo spiegarlo perché la storia si ripete quando non le presti attenzione. Ed è stato influenzato dalla Seconda guerra mondiale e oggi con i conflitti in corso tutto il mondo capisce cosa significa”. All’ossessione per la morte, infatti, si aggiungono i deliri legati al nazismo e alcune immagini di campi di concentramento e prigionieri in fuga in stile zombie risultano più disturbanti di molte ricostruzioni cinematografie.
Murphy, che ora ha iniziato le riprese della quarta stagione dedicata a Lizzie Borden, ha scelto di raccontare proprio la storia di Ed Gein – anziché ad esempio quella di Luigi Mangione, che ha abbandonato dopo aver scritto tre episodi, come ammette lui stesso durante un incontro con la stampa internazionale – perché ha temi moderni, anche se riguarda vicende di oltre 70 anni fa. “Questa serie antologica – aggiunge – è coraggiosa perché educa, non citando i fatti come una pagina di Wikipedia, né pretendendo di essere un documentario, ma dipingendo il quadro di avvenimenti che storicamente non conosciamo”.
In Ed Gein prendono vita le paure maggiori degli spettatori, quelle che riguardano la perdita di controllo e la desensibilizzazione rispetto alle atrocità umane. Che sia frutto dell’ambiente in cui è cresciuto o il risultato di disturbi non curati, le modalità del racconto si concentrano su altro. E lasciano il segno perché le scene sono una feroce critica sociale al concetto di mascolinità: tutte le azioni del macellaio di Plainfield, dalla necrofilia alle mutilazioni, vengono mostrate senza sconti, lasciando poco all’immaginazione. L’orrore, più forte perché più autentico, è “sviscerato” (anche in senso letterale) con varie punte di sadismo, con un’insistenza quasi morbosa sui dettagli e con un’ossessione maniacale per le influenze interne ed esterne.
Questa terza stagione porta la ferocia a un livello successivo proprio perché ne spiega le possibili “cause”. Fa vedere, in pratica, come il mostro della porta accanto possa essere l’instabilità mentale, ponendo l’accento su quanto l’uomo possa essere fragile nelle sue psicosi. Chi stabilisce cosa sia naturale e cosa non lo sia?
La versione di Ed Gein proposta dalla serie attira perché è respingente, scava nell’inconscio del pubblico rovistando negli angoli bui e oscuri. “Non è un commento sociale”, chiosa Murphy, eppure sembra esserlo, eccome. “La serie – parole sue – parla d’isolamento e se Ed fosse nato ai tempi nostri sarebbe un incel, frustrato e misogino. Non conta solo il crimine ma quello che lo circonda”.
La declinazione della violenza in ogni sua forma, dalle motoseghe agli abusi emotivi, non lascia spazio a scorciatoie o a via di fuga: spalle al muro, lo spettatore è costretto a guardarsi allo specchio e arriva persino a provare empatia e compassione per il carnefice. Questo, più di tutto il resto, attrae e atterrisce di queste otto puntate, che allargano una ferita già aperta e sanguinante.