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Serena Dandini: “Guardo Geppi Cucciari in tv e sono fiera della strada percorsa”

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Torna il festival della conduttrice sui talenti femminili. “Siamo cresciute, ma basta poco per perdere tutto”
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«Il festival si chiama così, “L’eredità delle donne”, da quando è nato, otto anni fa», racconta Serena Dandini «mi è subito venuto in mente pensando al patrimonio e ai valori: si parla sempre dell’eredità dei padri. Ma può essere che non abbiamo ereditato nulla dalle nostre madri? Le donne hanno fatto la storia dell’umanità in tutti i campi, anche nella falegnameria probabilmente. Ma non lo sappiamo». Conduttrice, scrittrice, volto della gloriosa Rai3 che aveva fatto della satira la sua bandiera, dal 21 al 23 novembre trasforma Firenze nella capitale delle donne: il cambiamento passa dall’empowerment femminile.

Serviva un festival per ribadirlo?

«Sì, qui le donne parlano perché hanno opinioni: prima non c’erano nei panel. Hanno mille competenze, basta cercarle. La situazione è un po’ migliorata, ma la cosa bella è che “L’eredità delle donne” è una rete. Con il festival off riuniamo tante voci, dalla Sicilia al Cile. Viviamo la rivoluzione dell’intelligenza artificiale e l’intelligenza…

«Il festival si chiama così, “L’eredità delle donne”, da quando è nato, otto anni fa», racconta Serena Dandini «mi è subito venuto in mente pensando al patrimonio e ai valori: si parla sempre dell’eredità dei padri. Ma può essere che non abbiamo ereditato nulla dalle nostre madri? Le donne hanno fatto la storia dell’umanità in tutti i campi, anche nella falegnameria probabilmente. Ma non lo sappiamo». Conduttrice, scrittrice, volto della gloriosa Rai3 che aveva fatto della satira la sua bandiera, dal 21 al 23 novembre trasforma Firenze nella capitale delle donne: il cambiamento passa dall’empowerment femminile.

Serviva un festival per ribadirlo?

«Sì, qui le donne parlano perché hanno opinioni: prima non c’erano nei panel. Hanno mille competenze, basta cercarle. La situazione è un po’ migliorata, ma la cosa bella è che “L’eredità delle donne” è una rete. Con il festival off riuniamo tante voci, dalla Sicilia al Cile. Viviamo la rivoluzione dell’intelligenza artificiale e l’intelligenza femminile deve essere ancora usata, sfruttiamola. Ce lo spiegherà Gaia Marcus».

Qualche ospite?

«La senatrice Elena Cattaneo, verranno la linguista Chiara Rubagotti che ha insegnato ad Alexa a parlare in italiano; la teologa sudafricana Mpho Tutu van Furth, le “podcaster della menopausa” Valeria Parrella e Lisa Ginzburg, Matilda De Angelis».

La battaglia per i diritti continua: la paura è che il passato ritorni?

«Quest’anno celebriamo i 40 anni del romanzo di Margaret Atwood, Il racconto dell’ancella. Bisogna stare attenti perché tornare indietro è un attimo. Quel libro non lo leggiamo più come se fosse fantascienza, in America — se escludiamo l’elezione del sindaco di New York Zohran Mamdani — succedono cose che non dovrebbero mai succedere, in un attimo i diritti conquistati si perdono. Sto scrivendo un libro sulle madri costituenti; capire la fatica per conquistare ogni minimo passo nella cultura che le vedeva schiacciate è una lezione di vita».

Che ha scoperto?

«Che l’articolo 3, che spiega come i cittadini siano tutti uguali davanti alla legge, “senza distinzione di sesso” lo hanno aggiunto le madri costituenti. Bisognava rimuovere i pregiudizi e gli stereotipi. L’eredità da dare alle nuove generazioni non sono i gioielli o i quadri, ma la coscienza e la consapevolezza».

L’eredità di sua madre?

«Ho avuto un rapporto molto conflittuale con lei, era l’immagine di una donna arrendevole, sotto botta dell’autorità paterna. Mi ha dato la capacità e la possibilità di ribellarmi, di capire che non volevo essere come lei. Questo le ha dato soddisfazione: c’era una scintilla, l’orgoglio per la mia ribellione».

Ha fatto parte della stagione gloriosa di Rai3, “La tv delle ragazze”, “Avanzi”. Un mondo sparito. Cosa prova?

«Siamo ottimiste e positive, su. Quando vedo Geppi Cucciari che fa Splendida cornice, su Rai3, sono fiera. La considero una figlietta amorosa. Quando ho cominciato La tv delle ragazze, nel 1988, era impensabile un programma come quello di Geppi, con quel piglio, la competenza, quell’autorevolezza. Come diceva John Cage: “Il mondo sta peggiorando o migliorando? Sicuramente sta migliorando così lentamente che non ce ne accorgiamo”».

Quali sono le difficoltà?

«C’è sempre la sensazione che, a pari curriculum, una donna non sia considerata altrettanto autorevole. L’autorevolezza femminile arriva come un regalo in un giorno di festa. Il direttore di Rai3 Angelo Guglielmi era un uomo molto intelligente, guardava e coglieva le cose. Per questo è importante il lavoro di scouting, con lo spettacolo Vieni avanti cretina, offro la possibilità alle giovani attrici».

Il rapporto con la libertà?

«Ho fatto tanto e con grande libertà. Anche se ho avuto le mie censure sono sempre andata avanti dritta. Sperimentavamo, spesso capivamo il programma dopo che andava in onda. Chi lo aveva approvato, aveva spalle molto larghe. Oggi il coraggio della sperimentazione si è perso».

Che ha pensato della chat femminista piena di insulti e veleni?

«Che è una cosa terribile, poi se ci sono reati, sarà la giustizia a verificarlo. Il linguaggio d’odio è l’antitesi del femminismo, ho provato grande delusione e dolore; crea un danno a tutte quelle che, nell’ombra, cercano di portare avanti le cause delle donne. Cito Michela Murgia: “Perché c’è solo una cosa che il patriarcato ama di più del vedere due donne che litigano, ed è vedere due femministe che litigano”».

È sempre per il confronto?

«Sempre, tra tutti i tipi di femminismo: le parole non mi fanno paura. Ma altra cosa è assumere un linguaggio di odio».

Oggi al comando c’è una donna, Giorgia Meloni: cosa rappresenta per la società italiana?

«Simbolicamente è importante perché le bambine del nostro Paese possono dire: anch’io posso fare la presidente del Consiglio. Quando finì l’era di Angela Merkel, e fu eletto Olaf Scholz, le bambine tedesche si chiesero: perché, anche un uomo può fare il premier? Poi le buone notizie finiscono qui. Non è importante che sia un uomo o una donna, contano i valori che rappresenta, e quelli di Meloni non sono valori femministi».

Entriamo nel merito?

«Dopo aver detto che è una donna in gamba, scaltra, e sa benissimo l’inglese, tutte cose che nessuno le toglie, penso che in un ruolo così contino i valori per cui si combatte. Nei suoi non mi posso riconoscere. Una presidente del Consiglio dovrebbe rappresentare tutti gli italiani, come giustamente fa il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, e non solo una parte».

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