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Lino Guanciale: “Di Ricciardi amo l’impegno. A mio figlio auguro di non vergognarsi delle sue idee”

(ansa)

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Tanto teatro, un po’ di cinema, molta serialità che lo ha consacrato attore popolare. Medico mancato, ex rugbista, la politica per il suo territorio, l’Abruzzo e per il settore: “I 100 milioni tirati fuori dal calderone? Offensivi”
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Lino Guanciale, 46 anni, tanto teatro, un po’ di cinema, molta serialità che lo ha consacrato attore popolare. Medico mancato, ex rugbista, appassionato di scrittura, impegnato per la sua terra, l’Abruzzo. Oggi marito e papà di Pietro, che tra pochi giorni compie 4 anni. Stasera torna con uno dei personaggi più amati tra quelli che ha interpretato, il commissario Ricciardi (prima di quattro serate su Rai 1).


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Aveva parlato del 2025 come anno sabbatico dedicato alla riflessione e al rallentare, ci è riuscito?

"Diciamo a metà, per metà 2025 ho potuto dedicarmi al teatro, poi sono arrivati progetti molto interessanti a cui non ho potuto dir…

Lino Guanciale, 46 anni, tanto teatro, un po’ di cinema, molta serialità che lo ha consacrato attore popolare. Medico mancato, ex rugbista, appassionato di scrittura, impegnato per la sua terra, l’Abruzzo. Oggi marito e papà di Pietro, che tra pochi giorni compie 4 anni. Stasera torna con uno dei personaggi più amati tra quelli che ha interpretato, il commissario Ricciardi (prima di quattro serate su Rai 1).


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Aveva parlato del 2025 come anno sabbatico dedicato alla riflessione e al rallentare, ci è riuscito?

"Diciamo a metà, per metà 2025 ho potuto dedicarmi al teatro, poi sono arrivati progetti molto interessanti a cui non ho potuto dire di no. Perché nell’estate sono arrivate la proposta della miniserie L’invisibile sulla cattura di Matteo Messina Denaro, una commedia romantica con Andrea Delogu Amori e altri guai e poi il film di Carlo Verdone che abbiamo finito di girare poche settimane fa. Tante cose sono arrivate un po’ inaspettate ma è stato molto bello farle. L’anno è iniziato con la messa in onda de Il conte di Montecristo e si chiude con il ritorno del commissario Ricciardi”.

Luigi Alfredo Ricciardi è un nobile che non si comporta da nobile, un antifascista non nei fatti ma nello spirito come lo ha definito il regista. Che cosa di Ricciardi vorrebbe ereditare?

"Il regista Gianpaolo Tescari, uomo di rara eleganza e intelligenza che ha raccolto magnificamente l’eredità di Alessandro D’Alatri, l’ha detto bene. L’antifascismo di Ricciardi non è un antifascismo con la patente perché non è un antifascista militante come quello del suo amico Bruno Modo. Alla prova dei fatti più avanti Ricciardi potrà anche rimpiangerlo questo fatto, ma è dovuto alla sua forma mentale che non lo porta a scegliere una forma politica conclamata. Semplicemente perché la sua vita è in lotta con qualcosa che è al di là delle forze umane, eppure il suo sforzo è politico nel momento in cui lotta per la giustizia quotidianamente senza ipocrite forme di rispetto per i potenti, anzi si sveste egli stesso del suo stesso potere. Un personaggio così oggi è attualissimo perché lui si oppone alla supremazia della legge del più forte, che è il sale di ogni autocrazia, un pericoloso scivolamento a cui assistiamo anche oggi. Un tentativo di normalizzare l’idea che invece dei principi del diritto valgano quelli della forza”.

Mario Pirrello, Enrico Iannello, Fiorenza D'Antonio, Maria Vera Ratti, il regista Gianpaolo Tescari, Lino Guanciale, Serena Iansiti, Antonio Milo, Fabrizia Sacchi (ansa)

È Ricciardi il personaggio per cui la fermano di più?

"Difficile fare una classifica. Ho fatto cose diverse che fortunatamente sono piaciute. Sono chiamato per strada con vari nomi dal Guido di Che Dio ci aiuti a Ricciardi. Qualche tempo fa un tassista mi ha urlato passando: ‘Ciao, commissario’. Per me è bellissimo pensare che personaggi diversi abbiano lasciato un segno negli spettatori e nelle spettatrici. Da un anno a questa parte vengo fermato per sapere quando va in onda il Commissario e finalmente la risposta la so dare e poi che cosa succederà. Ricciardi parla a un pubblico trasversale, non può che far piacere”.

In questo pubblico ci sono anche tanti lettori di Maurizio De Giovanni. Sono quindici i libri nel complesso. Lei aspettava con curiosità il Ricciardi innamorato, qual è il prossimo momento anche storico che aspetta?

"I libri del primo ciclo sono dodici e la conclusione corrisponde a questa terza stagione che chiude il cerchio del primo ciclo. Si arriva a quindici con il secondo ciclo che sposta la vicenda più avanti rispetto ai nostri anni. Su questa intelaiatura di scrittura di Maurizio si uniscono anche i racconti, gli sceneggiatori hanno fatto un lavoro complesso. I tre romanzi del nuovo ciclo sono fuori dall’orizzonte della serializzazione televisiva. Posso dire che di quei tre libri mi colpisce l’incrudelire di un regime che non è mai stato sullo sfondo, gli anni di Ricciardi a metà del ventennio fascista con Hitler che sale al potere con libere elezioni sono anni duri, oscuri. Ricciardi si troverà a porsi domande che non si è mai posto, come siamo finiti fino qui? In questo io leggo un potenziale rimpianto, anche se anche in questi libri ha problemi personali e familiari importanti. Maurizio ha trovato una soluzione per mettere Ricciardi di fronte alla fallibilità e vulnerabilità del suo percorso. È determinato e forte, pieno di coraggio ma non scinde mai dal suo senso di impotenza di fronte a questo dono da cui non riesce a liberarsi. Io con una battuta l’ho definito l’anti macho per eccellenza”.

Ricciardi, “La porta rossa”, “Un’estate fa…” e “Noi siamo leggenda”: ormai si scherza sul suo rapporto con il paranormale. Ma a lei è mai capitato qualcosa di simile ai suoi protagonisti?

"È buffo. Quello che mi è successo, e credo che sia successo a molti, è che in seguito a perdite importanti, è capitato non solo di sentire la voce della persona perduta chiamarmi nei sogni ma anche da sveglio, ingannarmi e credere di vederlo per strada. A 13 anni ho perso mio nonno a cui ero legatissimo, continuamente mi sembrava di incontrarlo, di vederlo. Oggi la guardo con tenerezza e gioia, è evidente che chi ha lasciato un segno nella tua vita non se ne va mai, come dice Sant’Agostino. Si sposta solo in un’altra stanza. Tutti questi progetti che hanno a che fare con il soprannaturale mi fanno sorridere, ormai sono un attore di genere, ma in realtà risponde a un mio interesse che riguarda non tanto la vita dopo la morte ma la finitezza dei nostri sensi. Lo smascheramento della nostra onnipotenza”.

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Oltre alla serie sulla cattura di Messina Denaro ha anche un altro progetto su Mario Tobino, poeta e psicoterapeuta.

"È una serie che ho voluto fare moltissimo. Non mi era mai capitato, e poi è successo due volte di seguito, interpretare una persona realmente esistita. E sono stato il Colonnello della squadra de che ha catturato Messina Denaro e poi questo psicoterapeuta. Che per me ha innanzitutto una grande fascinazione letteraria, Tobino è stato un grande autore per la qualità della scrittura ma anche per il coraggio. È stato il primo che ha aperto uno squarcio sulla realtà dei centri di salute mentale del nostro Paese e in particolare nei confronti delle donne. Il suo libro Gli ultimi giorni di Magliano fu uno choc letterario e da lì partiamo con la serie. Lui raccontò che le donne non dovevano essere matte, come si diceva allora, per essere mandate in manicomio bastava essere scomode, troppo libere, emancipate o desiderose di diventarlo. Grazie al potere dei congiunti, mariti, padri, fratelli. Fu il primo a mettere luce su questo scandalo, è stato un grande poeta ma anche un grande medico, ingiustamente polarizzato come oppositore di Basaglia. Io ne ho parlato con mio fratello psicoterapeuta e con altri amici psichiatri, c’è una Tobino renaissance oggi perché si è capito meglio il suo messaggio che non era contrario alla chiusura dei manicomi e basta, metteva in guardia da quello che potevano essere le conseguenze. La legge Basaglia, importantissima per carità, però fu approvata in tempi record perché per lo stato era anche un modo di scaricarsi di responsabilità etico sociali ed economiche. Raccontarlo per me risponde a un dovere civile”.

Lei, tra l’altro, per tradizione familiare doveva essere medico.

"Alle superiori non avevo le idee molto chiare. In realtà ero attratto dal giornalismo perché per la mia passione per la scrittura, il cinema e il teatro pensavo di poter coniugarle in una professione di natura letteraria. L’idea di una carriera nello spettacolo mi spaventava molto, arrivato alla maturità i miei genitori mi hanno detto ‘se fai il medico puoi sempre fare come Jannacci, medico e artista’. E io mi sono detto perché no, d’altronde avevo avuto sotto gli occhi per tutta la vita l’esempio di mio padre che è stato ed è tutt’ora, sebbene in pensione, un ottimo medico. Già presa questa decisione mi decido a provare un corso di teatro a scuola e in quel maggio del ’98 vado in scena per la prima volta e io che ero un adolescente che sentivo continuamente la necessità di mettere delle maschere per piacere a questo o a quello, mi sono sentito che potevo calarle tutte ed essere me stesso. È stato un dovere almeno provarci, il test di medicina l’ho fatto ma poi l’ultimo giorno utile per iscriversi ho detto ai miei che non lo avrei fatto. Un po’ se la presero ma poi mi sono stati sempre vicini”.

Ha citato le sue origini contadine, essere un ragazzo abruzzese cresciuto ad Avezzano come la condiziona ancora?

"Tantissimo, ti dà una prospettiva pragmatica sulle cose. Io considero il mestiere dell’attore un mestiere intellettuale e avere un imprinting che ha a che fare con la terra non può che fare bene perché consente a qualunque volo dell’immaginazione di rimanere con i piedi ben piantati per terra. Chi lavora la terra lo sa benissimo che a prescindere da qualsiasi bonus o stipendio ad alte cifre alla terra si ritorna e questa consapevolezza dà molto il senso di cosa sia importante nell’esistenza. Questo io me lo porto dietro un rapporto disincantato con certe illusioni e finzioni che non fanno parte solo del mondo dello spettacolo ma di quello in generale”.

È stato portavoce del comitato per Elly Schlein in Abruzzo, l’impegno per il suo territorio è sentito. La politica l’ha mai tentata?

"La politica mi tenta da sempre e la faccio da sempre. La faccio con il mio lavoro, la faccio nella collaborazione con Unhcr da ambasciatore di buona volontà, la faccio con l’insegnamento. Per me è difficile pensare che l’impegno politico sia quello elettorale, ti candidi e vieni eletto. L’impegno politico è quotidiano e ha che fare con il lavoro che fai in rapporto alla collettività. A me tanto è arrivato dalla famiglia ma anche tanto dalla mia esperienza scoutistica, sono stato scout per tantissimi anni, tutto il percorso giovanile, non ho mai fatto il capo ma ho testimoniato certi valori non religiosi perché non sono religioso ma relativi al servizio cercando di rendere il posto un mondo migliore. Per me quella è una bussola politica. Se mi si chiede l’impegno per il mio territorio rientra nell’orizzonte di quel tipo di politica che cerco di fare. In Abruzzo ci sono molte energie giovani ed è su quello che bisognerebbe concentrarsi, non solo aspettano risposte ma premono per entrare nella classe dirigente di una regione che ha visto tanti ragazzi andare via per mancanza di opportunità. Il mio non è un attacco diretto all’attuale amministrazione della regione che è stata confermata, quindi gli elettori hanno parlato. Purtroppo, hanno parlato in pochi ed è questo che è desolante per me, come il nostro paese sia diventato astensionista. Soltanto tornando ad ascoltare i giovanissimi che terranno il mondo fra le mani possiamo preparare antidoti a questa ondata di disinteresse della politica”.

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Anche fare l’attore significa fare politica in questo contesto storico. Che idea si è fatto della manovra e dei tagli sui finanziamenti al cinema?

"Se un risultato si è ottenuto con l’atteggiamento del governo da tre anni a questa parte nei confronti del mondo dello spettacolo sia dal vivo che audiovisivo è compattare le fila di un settore solitamente diviso. Dal Covid in poi c’è un impegno e un desiderio di partecipazione da parte di tutti attori, tecnici, produttori. Il settore da cinque anni è molto più pronto politicamente a un confronto con i governi di turno rispetto alle proprie necessità. Gli attori e le attrici, i doppiatori, gli stuntmen sono riusciti a strappare finalmente dei contratti di categoria, un evento epocale. È un momento di grande impegno e competenza condivisa per essere pronti a interloquire con i governi, parlo al plurale perché il problema del tax credit non è di oggi. È giusto volerlo affrontare, quello che è devastante è ideologizzare sistematicamente il confronto, trattare il comporto come se fosse pieno di demoni da abbattere. Anche nel governo stesso ci sono voci pronti al confronto però poi restano i fatti. I tagli attuali sono la pietra tombale sul settore e l’uscita di pochi giorni di questi 100 milioni usciti dal calderone è veramente offensiva. Quei soldi sono già del comparto, sono soldi maturati come contributi automatici per il tax credit degli anni passati, è come dire a qualcuno ecco ti questi soldi mentre li hai appena sfilati dalla sua tasca".

Tra pochi giorni Pietro suo figlio compie 4 anni, che futuro si immagina per lui?

"Mi auguro un futuro pieno di partecipazione per Pietro. Che quando sarà più grande se vorrà impegnarsi in modo simile al suo papà e alla sua mamma con un impegno quotidiano, mi auguro che si trovi di fronte un mondo più pronto ad ascoltarlo. Un mondo in cui determinate questioni che concernano con la legge del più forte siano superate e che lui faccia la sua parte. E soprattutto che non si vergogni mai di dire come la pensa.

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