Alessandro Preziosi: "I miei mi volevano avvocato, ora sono Yanez e mi ispiro a Johnny Depp”
di Silvia FumarolaROMA - Nel 1976, quando Kabir Bedi incollò davanti alla tv 27 milioni di spettatori (con picchi di 30), Alessandro Preziosi aveva tre anni. «Eppure», dice ridendo, «mi sembra di aver visto il Sandokan di Sergio Sollima… Lo ricordo come se fosse un evento, forse è rimasta una traccia dell’entusiasmo della mia famiglia, chissà, è una suggestione. Sono cresciuto con il teatro di Eduardo De Filippo e il cinema di Luchino Visconti, ma Sandokan era Sandokan».
L’attore napoletano interpreta il ruolo di Yanez de Gomera, amico complice della tigre della Malesia, nato dalla fantasia di Emilio Salgari, nella nuova serie con Can Yaman diretta da Jan Michelini e Nicola Abbatangelo, in onda dal primo dicembre su Rai 1. Fascinoso e ironico, salti felini, occhi sbarrati e…
ROMA - Nel 1976, quando Kabir Bedi incollò davanti alla tv 27 milioni di spettatori (con picchi di 30), Alessandro Preziosi aveva tre anni. «Eppure», dice ridendo, «mi sembra di aver visto il Sandokan di Sergio Sollima… Lo ricordo come se fosse un evento, forse è rimasta una traccia dell’entusiasmo della mia famiglia, chissà, è una suggestione. Sono cresciuto con il teatro di Eduardo De Filippo e il cinema di Luchino Visconti, ma Sandokan era Sandokan».
L’attore napoletano interpreta il ruolo di Yanez de Gomera, amico complice della tigre della Malesia, nato dalla fantasia di Emilio Salgari, nella nuova serie con Can Yaman diretta da Jan Michelini e Nicola Abbatangelo, in onda dal primo dicembre su Rai 1. Fascinoso e ironico, salti felini, occhi sbarrati e facce da fumetto, Preziosi si è molto divertito a giocare con un personaggio che sembra uscito un kolossal Disney.
Eredita il ruolo di Yanez da Philippe Leroy, che era amatissimo.
«Con Philippe abbiamo girato insieme Elisa di Rivombrosa, interpretava il re. La cosa che mi aveva più colpito in lui era la dolcezza. So che sembra strano dirlo, ma dietro il ghigno sornione si nascondevano la tenerezza e l’empatia. Ho giocato su questo, mi sono ispirato al suo Yanez».
Ma il suo è scatenato, sembra uscito da un cartoon.
«Puro power acting americano. Mi mancavano il ruolo in costume e l’epicità. La prima fonte di ispirazione è stata l’adolescenza, i classici Disney, la mia cultura di padre — prima con mio figlio Andrea che ha 30 anni, poi con Elena, che ne ha 19 — passando per I pirati dei Caraibi. Johnny Depp è stato un bel modello».
Addio understatement?
«Non mi è successo spesso di poter andare sopra le righe. Invece recitando Yanez sono stato disobbediente e indisciplinato. Per la prima volta, pagato per farlo. Can Yaman non si è risparmiato. Ammiro il coraggio di Jan Michelini e del produttore Luca Bernabei, ci hanno regalato una libertà vista su pochi set. Abbiamo potuto giocare: l’unico pensiero era recitare bene in inglese. C’erano due dialogue coach che mi seguivano come se fossi un attore eschimese».
Nella sua lunga carriera è passato dal cinema alla tv al teatro. Oggi si sente più sicuro?
«La maschera è caduta, anche tutti gli annessi e connessi del lavoro. Vedi le cose per quello che sono, oggi osservo. Il mestiere mi ha protetto da me stesso e non mi ha protetto dagli altri».
In che senso?
«Il mio lavoro è illusorio. Come diceva Totò: “Io sono un venditore di chiacchiere”. Le opere degli artisti sono scritte sulla sabbia e basta un’onda piccola per cancellarle, è così. Mi sono protetto perché ho sempre pensato che lo fosse un gioco, per altri non lo era».
Viene da una famiglia di avvocati, come fu accolta la scelta di recitare?
«I miei erano terrorizzati, e quando si è terrorizzati si fanno cose tremende. Mi sono laureato in Giurisprudenza e scelsi un’altra strada; i miei erano avvocati. Mia madre non la prese bene. Mi indicò la porta. Aveva un gran carattere, cambiare direzione per me era una sfida. Volevo affrancarmi; anche in maniera infantile, uscire dalla comfort zone. Poi sono diventati i miei primi spettatori, e mio figlio è avvocato. La vita va così».
Fare l’attore in cosa l’ha aiutata?
«A proteggermi. Non so se sia un bene o un male. Però è un privilegio, e tutti i privilegi sono una responsabilità. Anche se il mio non è un lavoro, è un gioco, ma si rispecchia nella società, che ha triplicato la fantasia, spesso la supera. Faccio fatica a mantenermi sul piano della mistificazione. La realtà è diventata schiacciante».
La bellezza quanto ha contato?
«Non ci ho mai fatto caso, sicuramente nello star system la bellezza era un po’ schizofrenica, apriva una porta e te ne chiudeva un’altra. La bellezza è tante cose, simpatia, bei pensieri, aver visto cose belle. La bellezza è quella di mio padre e mia madre».
I registi che hanno inciso?
«Alessandro Maggi con cui ho fatto lo spettacolo Vincent Van Gogh - L’odore assordante del bianco di Stefano Massini, e Edoardo de Angelis con cui ho girato La vita bugiarda degli adulti».
Il teatro resta sempre la sua grande passione?
«Sì. E’ un mondo da costruire, significa mettersi in gioco».