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Il “Portobello” di Gifuni e Bellocchio: “Tortora è una chiave, non c’entra la nostalgia”

Fabrizio Gifuni e Marco Bellocchio (agf)
Il sodalizio tra l’attore e il regista si rinnova nella serie di Hbo Max dove il caso Tortora diventa un racconto sulla solitudine, la fragilità della giustizia e il valore della memoria per comprendere il presente
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Il rapporto tra Marco Bellocchio e Fabrizio Gifuni si è trasformato in una delle intese più solide del nostro cinema. Dopo l’incontro, a lungo rinviato, in Fai bei sogni, la loro collaborazione trova un centro in Esterno notte, dove Gifuni dà corpo a Aldo Moro con una prova di impressionante densità, e prosegue in Rapito, consolidando un percorso fondato su rigore, fiducia e scavo nella storia italiana. Con Portobello, da oggi su Hbo Max, si approda a un nuovo capitolo. Il caso Tortora è l’occasione per indagare la solitudine dell’uomo di fronte al potere, il cortocircuito tra giustizia e spettacolo, la responsabilità collettiva.

C’è tra voi un comune sentire politico e sociale, oltre che artistico?

Fabrizio Gifuni: «Marco dice che non c’è un’intenzione programmatica di riscriv…

Il rapporto tra Marco Bellocchio e Fabrizio Gifuni si è trasformato in una delle intese più solide del nostro cinema. Dopo l’incontro, a lungo rinviato, in Fai bei sogni, la loro collaborazione trova un centro in Esterno notte, dove Gifuni dà corpo a Aldo Moro con una prova di impressionante densità, e prosegue in Rapito, consolidando un percorso fondato su rigore, fiducia e scavo nella storia italiana. Con Portobello, da oggi su Hbo Max, si approda a un nuovo capitolo. Il caso Tortora è l’occasione per indagare la solitudine dell’uomo di fronte al potere, il cortocircuito tra giustizia e spettacolo, la responsabilità collettiva.

C’è tra voi un comune sentire politico e sociale, oltre che artistico?

Fabrizio Gifuni: «Marco dice che non c’è un’intenzione programmatica di riscrivere la storia italiana degli ultimi 50 anni. Da parte mia posso dire che non c’è un effetto nostalgia nel tornare su Pasolini, Moro, Gadda. Non è perché il passato fosse più bello o ricco rispetto a un presente che spesso appare miserabile. C’è, piuttosto, una volontà di capire meglio il presente. È come se ogni volta dicessi: se non riesco a capire fino in fondo quel nodo, perché oggi stiano succedendo queste cose. Forse abbiamo abbandonato l’idea che la storia serva a non ripetere gli stessi errori, perché questo mi sembra smentito. Ma serve a capire meglio i meccanismi».

Marco Bellocchio: «Parto sempre da un’immagine. In I pugni in tasca era Alessandro che spinge la madre nel burrone: mi piaceva che quasi non lo facesse, che bastasse un dito. Poi torna il tema della solitudine. Tortora era un uomo famosissimo, con un pubblico enorme, ma era solo rispetto a una serie di intellettuali che non gli davano importanza. Poi c’è il carcere. Va riconosciuta — ed è nelle cronache — l’umanità dei compagni di cella che gli riconobbero l’innocenza. Se uno non vuole scomparire, non vuole morire, anche nelle situazioni più disperate trova un modo di vivere, resistere, prepararsi a qualcosa che magari non si aspetta e che è lungo, lungo. Poi nascerà anche un odio feroce, non verso tutti i giudici, ma verso quei giudici».

Enzo Tortora (1928-1988) 

Cosa pensavate l’uno dell’altro prima di conoscervi?

MB: «È chiaro che sia la scelta di Moro sia quella di Tortora, per me, erano anche un condividere. Su Moro sa più Fabrizio di quanto ne sappia io: è importante la conoscenza. Poi mi aveva entusiasmato vedere lo spettacolo su Moro di Fabrizio. Nel cinema conta anche una possibile rassomiglianza, ma più che altro c’era questa sintonia. E poi l’amicizia, l’affetto, la stima».

FG: «Dopo la partecipazione in Fai bei sogni, Marco mi chiese di fare Moro, dissi: ma è sicuro? Gli ricordai una serie di incontri che partivano dalla fine della scuola, dal 1993. C’erano pochi cellulari, Marco chiamò al numero di casa. Ero convinto che fosse una imitazione di Favino, mio compagno di classe. Mi sembrava assurdo che Bellocchio potesse chiamare casa mia, dicendo che aveva visto la foto sull’annuario degli attori e voleva farmi un provino. Io continuavo a dire: “Ho capito!”. E per uno scrupolo non lo mandai a quel paese. Poi ho scoperto che era vero: era Il sogno della farfalla. Andai, mi disse “sei tu, non avevo dubbi, ci rivediamo fra poco”. Poi non ho saputo più nulla. Dal casting mi dissero: “Hai colpito Marco, ma purtroppo c’è una coproduzione ed è entrato un attore straniero”. Due anni dopo si ripete con Il principe di Homburg. Inizia una serie di incontri che passa attraverso il premio De Sica. Ci troviamo seduti vicini, lui prepara Buongiorno, notte, si gira e dice: “Scusa, ma non ti vedo come terrorista”. Poi sono stato convocato per un altro film, ma dovevo fare con Ronconi la Lehman Trilogy; e finalmente la scena — l’unica che non c’è nel libro di Gramellini — del finanziere di Fai bei sogni. Così è iniziata una collaborazione che è una delle cose professionali più belle. Marco è il regista con cui ho lavorato di più in assoluto. Siamo alla quarta, quinta volta, in mezzo c’è anche il lavoro sul suo Fare cinema di Bobbio».

In questa e nelle foto successive: Fabrizio Gifuni nella serie "Portobello" 

Bellocchio, perché tutti i no?

MB: «Non ricordo, avevo una immagine diversa. Uno poi si può anche sbagliare».

Il sodalizio continuerà?

MB: «Nella mia lunga carriera mi sono sempre rimproverato di avere sperperato una serie di conoscenze artistiche e umane. Con attori con cui avevo lavorato benissimo, è come se dicessi: adesso basta, devo fare un’altra scelta. Penso ai grandi maestri: Bergman e la sua compagnia, uno più genio dell’altro, che lui utilizzava sempre. E poi al sodalizio di Fellini con Mastroianni. Se si rigenera la materia della conoscenza con un grande attore, cresce tutto».

FG: «In questi dieci anni si è formata una compagnia. C’è un ritrovarsi con interpreti — penso a Fausto Russo Alesi, ma tanti altri — con uno spirito simile alle grandi compagnie inglesi, dove un giorno fai Amleto e il giorno dopo il becchino con la stessa intensità».

Un ricordo divertente?

FG: Ai David per Esterno notte: tantissime candidature. I primi premi non vanno in porto. Marco durante una pausa si gira e mi dice: “Butta male”, stemperando la tensione. Poi è stato risarcito con il David per la regia».

MB: «Ero sicuro che Margherita (Buy, ndr) avrebbe vinto. I premi sono un terno al lotto. Nel film Il regista di matrimoni, il regista si suicida e ottiene 12 candidature ai David. È paradossale. I premi sono imprevedibili, a volte ironici. Ma quel che resta, alla fine, è il lavoro che hai fatto».

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