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“Cape Fear”, la serie da paura con Bardem che sfida in cattiveria De Niro e Mitchum

“Cape Fear”, la serie da paura con Bardem che sfida in cattiveria De Niro e Mitchum

Presentata agli Apple Tv press day di Los Angeles, la serie esce il 5 giugno. Protagonisti dei dieci episodi Amy Adams e Patrick Wilson, assediati dal divo spagnolo

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Mitchum, De Niro, Bardem. Una sfida generazionale tra tre attori che hanno fatto la storia del cinema. Due film e una serie, Cape Fear, in arrivo su Apple Tv+ dal 5 giugno, che riprende la storia resa celebre dai due film precedenti. È creata e guidata da Nick Antosca, che la presenta così: “Cape Fear è la storia di Anna e Tom Bowden, due avvocati felicemente sposati la cui vita perfetta si trasforma in un incubo quando Max Cady, un famigerato assassino del loro passato, esce di prigione e si presenta per regolare i conti”. Dalle prime scene della serie in effetti Bardem, che vediamo all’inizio solo ripreso di spalle e poi fare un’entrata pubblica spettacolare in una serata di beneficenza, è decisamente terrorizzante. Il film di riferimento, non c’è dubbio, è quello del 1991.

Antosca: “È stato un onore costruire questa serie insieme a Martin Scorsese e Steven Spielberg, che portarono Cape Fear al cinema e che oggi sono produttori esecutivi, aiutandoci a reimmaginare la storia onorandone l’eredità”. Amy Adams, che interpreta Anna Bowden, conosce bene il precedente cinematografico: “Ero molto familiare con i film, soprattutto con quello di Robert De Niro e Martin Scorsese. Rivedendolo per prepararmi, ci sono scene che ho dovuto mandare avanti perché non riuscivo a guardarle. È un materiale straordinario, con una suspense incredibile e grandi studi di personaggio”. Patrick Wilson, che è Tom Bowden, ricorda l’impatto del film del ’91: “Al di là della storia, mi colpirono le scelte di regia, i grandi rischi che Scorsese si prese a livello cinematografico. E poi la performance di De Niro: era la prima volta che lo vedevo fare qualcosa del genere, mi lasciò senza fiato”.

La serie non vuole rifare il film. Wilson lo dice chiaramente: “Se non hai un’angolazione diversa o qualcosa di nuovo da dire, perché farlo? Qui si mantiene lo spirito, ma in dieci episodi puoi davvero espandere i personaggi e le loro fragilità”. Amy Adams spiega cosa l’ha convinta del progetto: “Il materiale originale era fortissimo. Ma qui si apre uno spazio per andare molto più a fondo nei retroscena dei personaggi, per esaminare le relazioni e le conseguenze delle cose che teniamo segrete”. Sul tono, Antosca distingue film e serie: “Il film del ’91 è paura acuta. Dal momento in cui Max appare, sai che è una minaccia immediata. La serie è più un senso di terrore diffuso, che riflette l’atmosfera del 2026, con le sue incertezze e paranoie”. Il cuore resta la famiglia. Wilson sintetizza: “Da genitore, faresti qualsiasi cosa per i tuoi figli. Punto”.

Adams aggiunge: “Quando i figli entrano in gioco, sei costretto a confrontarti con la tua responsabilità per quello che sta accadendo alla tua famiglia. È lì che la paura diventa reale”. A proposito del Max Cady incarnato da Javier Bardem, Amy Adams dice: “Javier ha un carisma naturale, una voce, una presenza incredibile. Porta potenza e pericolo, ma anche una grande vulnerabilità e una devastazione profonda”. Wilson mette a confronto le tre versioni: “Mitchum, De Niro, Bardem: sono radicalmente diversi per come interpretano il ruolo. Le fondamenta sono le stesse, ma qui il personaggio è stato modellato su Javier, esplorandone sia la vulnerabilità sia la forza”. Antosca non ha dubbi sul genere: “Per me già la versione del ’91 è un horror. Parla di una famiglia che si disgrega, del terrore fondamentale di perdere i propri figli”. La nuova serie parte da quel modello, ma lo amplia in dieci episodi, puntando su una tensione progressiva e su segreti che emergono nel tempo”.

De Niro, il vendicatore biblico

Cape Fear del ’91 è il remake del film omonimo del 1962 con Robert Mitchum e Gregory Peck. Ma si tratta di un remake trasformativo e il film diventa un thriller simbolo dei Novanta, tra tensione e conflitto morale. Max Cady, interpretato da Robert De Niro, esce di prigione dopo quattordici anni scontati per stupro. È convinto che il suo avvocato, Sam Bowden (Nick Nolte), abbia nascosto un documento che avrebbe potuto attenuare la condanna. Per Cady non è solo di un torto professionale: è un tradimento morale. Decide così di distruggere l’uomo che lo ha difeso, colpendolo nella sfera più vulnerabile, la famiglia. La persecuzione non è immediata né impulsiva. Cady osserva, studia, si insinua. Si avvicina alla moglie Leigh (Jessica Lange) e soprattutto alla figlia adolescente Danielle (Juliette Lewis), giocando su un’ambiguità inquietante tra seduzione e minaccia. Non alza quasi mai la voce: parla con calma, cita la Bibbia, si presenta come un uomo che ha studiato in carcere, che ha compreso il linguaggio della legge per poterla usare contro chi lo ha tradito. La sua vendetta è lenta, psicologica, costruita sull’ossessione.

La casa borghese dei Bowden, simbolo di stabilità e sicurezza, diventa progressivamente un luogo fragile, esposto, quasi assediato. Il film cresce verso un finale spettacolare sul fiume, durante una tempesta, dove la dimensione morale si trasforma in scontro fisico. La performance di De Niro è il centro del film, il corpo muscoloso e tatutato, l’accento del sus: solo un criminale in cerca di vendetta: si percepisce come strumento di una giustizia superiore. Questa dimensione simbolica rende il personaggio più grande della trama stessa. De Niro e Lewis furono candidati all’Oscar, il film incassò 180 milioni di dollari nel mondo. La critica fu in larga parte positiva, ma fecero discutere la violenza esplicita di alcune scene e l’ambiguità morale. Sam Bowden non è un eroe senza macchia: ha effettivamente nascosto una prova, seppure per evitare che una giovane vittima venisse ulteriormente umiliata in aula. Il film suggerisce che la colpa iniziale, anche se motivata da ragioni etiche, produce conseguenze incontrollabili.

Mitchum il vendicatore calmo

Uscito nel 1962 e diretto da J. Lee Thompson, Cape Fear è tratto dal romanzo Promontorio della paura di John D. MacDonald. Girato in un bianco e nero netto e contrastato, con la colonna sonora incisiva di Bernard Herrmann, iè un thriller psicologico costruito sulla tensione progressiva più che sull’azione esplicita. Max Cady è Robert Mitchum, l’avvocato Gregory Peck, la moglie Polly Bergen. La figlia adolescente Lori Martin. Il Max Cady di Mitchum non è teatrale né sovraccarico di simboli religiosi. È sobrio, silenzioso, quasi ordinario.

La minaccia nasce dalla calma, dallo sguardo fisso, dalla sicurezza con cui occupa lo spazio. Il suo è un antagonista realistico: non un demone, ma un uomo che conosce le regole e le usa per intimidire. Più cronaca che apocalisse.

Le ombre, le inquadrature serrate, la musica ossessiva contribuiscono a creare un senso di assedio domestico. La violenza è suggerita più che mostrata. Il film affronta la fragilità della sicurezza borghese e i limiti del sistema legale nell’America dei Sessanta.

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