Pier Luigi Pasino sembra un signore d’altri tempi. Sarà che la popolarità l’ha conquistata grazie alla serie in costume La legge di Lidia Poët, dove per tre stagioni ha interpretato il fratello Enrico accanto a Matilda De Angelis, sarà che conserva un po’ dello spirito sabaudo delle sue origini (è nato ad Alessandria 45 anni fa). Lo chiamiamo proprio nel giorno del suo compleanno che trascorre in viaggio, reduce dalla presentazione romana della terza stagione della serie (subito prima su Netflix) e in direzione Puglia, dove sta girando La passione di Cristo: Resurrezione di Mel Gibson.
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Come è finito a essere Pietro, un normale provino?
"No, perché Mel Gibson non ha fatto provini. Ha fatto solo degli incontri, abbiamo fatto una chiacchierata parlando un po’ di tutto a partire della mia famiglia. Quando mi hanno detto che lo avrei incontrato, io ero già felice perché sono cresciuto vedendo i suoi film, Arma letale, Braveheart… era un mio idolo. Quando ho iniziato a subodorare che c’era un interessamento ero felice, alla fine mi ha detto ‘spero di vederti su questo film’ e io mi sono detto ‘magari questa cosa si avvera’”.
Sapeva già che il ruolo er quello di Pietro?
"No, quando l’ho incontrato era per Andrea. Ma appena sono entrato ho sentito che diceva al suo assistente ‘lui potrebbe andare bene anche per Pietro’ e io lì per lì ho cercato di non farci caso. Poi avevo paura di fare figuracce, lui mi ha chiesto in inglese ‘che cosa mangi?’ e io ho risposto ‘pasta’ e tutti sono scoppiati a ridere. Ho pensato ‘chissà che voleva dire? chissà che figuraccia ho fatto?’. Invece dopo ho capito che voleva che prendessi cinque o sei chili, perché ero troppo magro. Sono uscito di là e mi sono detto ‘non ho capito quello che mi ha detto... iniziamo bene’. Invece poi quando mi ha chiamato la mia agente per dire che mi aveva preso ci ho messo un po’ a ripigliarmi. Alla lettura del copione ho realizzato quello che sarebbe arrivato dopo: tanto lavoro, recitare in inglese. Ho sentito una responsabilità pazzesca, sono partiti pensieri autosabotatori. Era un periodo particolare, avevo appena finito Lidia Poët, mi era nata la mia figlia più piccola, ero già provato di mio… Ho iniziato a andare in palestra, mangiavo otto volte al giorno, studiavo l’inglese, studiavo il copione, di notte non dormivo per l’ansia…”.
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Quando è arrivato sul set?
"È stato un bene perché mi sono sentito in uno stato d’animo come Pietro, o almeno come io ritengo che si sentisse. Perché lui dice di non essere degno di quello che è chiamato a fare e ugualmente io: non mi sentivo degno di essere lì ma in qualche modo poi anche io posso dire di aver trovato la mia fede”.
Lei è religioso?
“Ho avuto una formazione cristiana, sono cresciuto nel mondo dello scoutismo in un’associazione cattolica, a vent’anni poi ho preso le distanze da quel modo di professare la fede e l’ho inglobata con altre cose come la meditazione. E poi stranamente alla fede ci sono tornato con questo film. Mi sono ritrovato a pregare, cosa che non facevo da quando ero ragazzo. Ho sempre sentito l’esigenza di vivere la spiritualità in qualche modo, non posso dire di essere un cristiano però sicuramente Pietro qualcosa mi ha risvegliato. Mi sento molto fortunato: sono padre di due figlie di quattro anni e otto mesi, faccio un lavoro che mi piace”.
Che tipo è Mel Gibson sul set?
"È una persona molto interessante, ha una grande fede, condivisibile o no. Si capisce che ha una visione. Con me è stato super, a parte una giornata in cui mi ha massacrato per due battute, neppure così importanti. Erano i primi giorni di set, ho pensato ‘ora mi protesta’. E invece poi abbiamo fatto una scena importante, non faccio spoiler tanto il libro l’hanno letto tutti: quando Gesù dice che Pietro è la pietra su cui erigerà la sua Chiesa. Ecco è stato un punto di svolta, quando abbiamo finito la sequenza, lui è arrivato da me e mi ha abbracciato. Mi ha trasmesso un senso paterno, un amore che mi sono portato per tutto il film. È un grande regista, ma anche un grande attore. Ogni tanto ci fa vedere delle cose, come girare certe scene… quando ci dà le battute con Gabriele, l’attore che interpreta John ci diciamo ‘Cavolo, abbiamo recitato con Mel Gibson!’”.
Invece come era arrivato a Enrico Poët?
"È stato un percorso molto lungo. Ho iniziato a fare il primo self tape cinque anni fa a marzo e ho ottenuto il ruolo a giugno, un sacco di provini e fino alla fine non sapevo neppure chi avrebbe interpretato mia moglie Teresa. Quando è arrivata la telefonata, una grande emozione perché sai che ruoli come questi ti cambiano la vita. Poi il set bello, ma anche spaventoso, io non ero abituato alla macchina da presa venendo principalmente dal teatro. Avevo fatto dei film, ma dieci pose in un film rispetto a essere protagonista di una serie è totalmente diverso. La serialità impone ritmi velocissimi, finivo le giornate spompatissimo perché dai totali ai primi piani davo tutto. Poi ho imparato a saper gestire meglio le energie, non avevo la tecnica cinematografica”.
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Chi l’ha aiutata?
"Matilda tantissimo. Io ho rubato tanto da lei, visto che aveva molta esperienza. La cosa bella è che poi col passare del tempo si acquisisce una spontaneità, la stessa che prima provavo a teatro. Paradossalmente ora dopo questi cinque anni di Lidia mi sento più a mio agio davanti alla macchina da presa che in palcoscenico”.
Enrico Poët è un personaggio realmente vissuto anche se poco conosciuto. Come lo ha costruito?
"Intanto il personaggio è vero, ma romanzato. L’arco narrativo di Enrico è frutto di fantasia, ho avuto la fortuna che in qualche modo avessi una connessione con lui, il sarcasmo e l’ironia ad esempio. Il rapporto di odio – amore tra Lidia e Enrico, cane e gatto soprattutto nella prima stagione, è qualcosa che mi ha stimolato molto, i loro battibecchi sono molto divertenti. E si vogliono bene così con questo rapporto fatto di punzecchiature. L’elemento della comicità mi ha aiutato a renderlo non un personaggio stronzo, ma simpatico al pubblico fin dalla prima stagione”.
Gli spettatori hanno amato parecchio Enrico. Cosa le dicono quando la incontrano?
"Delle volte per strada mi salutano ‘Avvocato...’ Le prime volte non capivo che parlavano con me, non mi giravo. Ora invece lo so. Molti mi parlano di Lidia come se fossi Enrico, mi dicono “Eh quella sorella te ne fa passare di guai”… Mi fa molto ridere. Le persone si sono appassionate al personaggio intanto perché è scritto bene e questa è la prima cosa, un attore può essere bravo finché vuole ma se il personaggio non è scritto bene… Enrico ha un arco interessante, inizia in un modo e finisce in un altro, all’inizio ha una visione piuttosto retrograda poi nel corso della serie cambia vedute seguendo il suo cuore. Credo che al pubblico sia piaciuto perché porta un’ironia un po’ caustica che non si vede spesso nella nostra tv. E poi la serie ha la dote di raccontare l’amore tra un fratello e una sorella, che non si vede spessissimo”.
Serie in costume, trucco, parrucco. Le sfide maggiori?
"Intanto meteorologiche. La prima stagione è stata freddissima, abbiamo girato in inverno in una casa a Racconigi dove non c’erano i riscaldamenti. La seconda stagione con 40 gradi, vestiti ottocenteschi, cappotti e pellicce. Ogni tanto qualcuno sul set cadeva come un birillo. Si è creata una bellissima atmosfera, con Matilda e poi Sara (Lazzaro che interpreta Teresa, ndr), Eduardo (Scarpetta, Jacopo Barberis, ndr) e dopo Gianmarco (Saurino, Fourneau) e quando eravamo stravolti dal caldo, dalla stanchezza scattavano momenti difficili perché devi portare a casa la scena ma non riesci perché ti vien da ridere. Nella terza stagione c’era questa scena con un personaggio con tre dita e questo controcampo con lui di schiena che doveva dire “ho perso queste due dita sul lavoro”. Fine giornata di riprese, un caldo pazzesco e lui tirava su le tre dita e noi scoppiavamo a ridere… Credo ci abbiamo messo due ore per quel taglio, col regista che voleva andare avanti e noi che dicevamo ‘siamo professionisti, dobbiamo farcela!’”
A maggio poi torna il suo spettacolo ‘L’ultimo arrivato’.
"Sì, è uno spettacolo di teatro canzone. Lo porterò al Teatro Nazionale di Genova. A Genova sono legato, mi sono formato al Teatro Stabile. Dopo una serie di fallimenti universitari, ero iscritto al Dams a Torino, ho perso tempo, a un certo punto sono tornato a fare teatro che avevo frequentato al liceo. Da lì un insegnante mi aveva proposto di fare un provino per una scuola, ho provato al Piccolo e a Genova. A Genova mi hanno preso. L’ho saputo mentre ero in furgone facendo un tour con una band punk rock, avevo vent’anni, andavamo a Ginevra. Non ero così determinato però, quando sei giovane non sai bene qual è la tua strada. Mi hanno detto ‘devi tornare a Genova per fare una settimana di osservazione e poi gli insegnanti decidono definitivamente’. E io ho risposto ‘E ma io ora sto facendo la rockstar’. E allora la segretaria della scuola mi ha detto: ‘Decidi se vuoi fare la rockstar o l’attore’. E ho deciso di tornare. Tutto è iniziato così”.