Dei quattro giudici, Paola Iezzi è «la sorella maggiore». Non solo perché, a 52 anni, è più grande di Jake La Furia, Francesco Gabbani e della new entry Irama, ma perché in carriera ne ha viste di tutti i tipi: dagli inizi nei locali di Milano al grande successo con la sorella Chiara, fino alla separazione e alla reunion. «Ma ho imparato soprattutto dagli insuccessi», dice ora che siede al tavolo di X Factor per il terzo anno consecutivo (su Sky Uno dal 10 settembre, conduce sempre Giorgia). Dietro il personaggio un po’ femme fatale e un po’ guru ormai di tutti, ha un motivo in più per sorridere: nel 2025 ha trionfato la sua Rob, coccolata e cresciuta da lei, ci ha visto giusto. «Ma la vittoria», dice, «è tutta sua. Per noi, più che altro, significa aver fatto bene il nostro lavoro».
E qual è?
«Fare un po’ da genitori, insegnanti e psicologi. I concorrenti sono in una centrifuga: in tre mesi imparano tanto. Sta a noi t…
Dei quattro giudici, Paola Iezzi è «la sorella maggiore». Non solo perché, a 52 anni, è più grande di Jake La Furia, Francesco Gabbani e della new entry Irama, ma perché in carriera ne ha viste di tutti i tipi: dagli inizi nei locali di Milano al grande successo con la sorella Chiara, fino alla separazione e alla reunion. «Ma ho imparato soprattutto dagli insuccessi», dice ora che siede al tavolo di X Factor per il terzo anno consecutivo (su Sky Uno dal 10 settembre, conduce sempre Giorgia). Dietro il personaggio un po’ femme fatale e un po’ guru ormai di tutti, ha un motivo in più per sorridere: nel 2025 ha trionfato la sua Rob, coccolata e cresciuta da lei, ci ha visto giusto. «Ma la vittoria», dice, «è tutta sua. Per noi, più che altro, significa aver fatto bene il nostro lavoro».
E qual è?
«Fare un po’ da genitori, insegnanti e psicologi. I concorrenti sono in una centrifuga: in tre mesi imparano tanto. Sta a noi trasmettere tecnica e spirito giusto. La musica è passione, ma anche lavoro: e il lavoro può avere aspetti che, una volta dentro, magari non piacciono».
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Gabbani dice che siete "come una famiglia”.
«Si è creato un bel clima tra noi, complice. Io sono l’unica donna in giuria, amo mischiarmi con le loro chiacchiere da bar, tirare fuori il lato maschile che ho e che mi piace, purché non sia tossico. Siamo goliardici, ma sentiamo una grande responsabilità».
È severa, si dice sui social.
«Ma giusta. Io li vorrei proteggere tutti, ma serve anche spronare. Dai Live, in autunno, si vedrà tutto: reggere la pressione lì è fondamentale».
Perché andare a X Factor?
«Per imparare e farsi notare. Nella musica serve spesso qualcuno che scommetta su di te».
Oggi, però, ci si brucia con niente.
«È vero e sono molto preoccupata. Ai ragazzi dico di non farsi prendere dall’ansia dei numeri. Oggi l’industria mette in mano macchine veloci ad autisti, mi passi il paragone, che non sanno ancora andare in bici. Prima le tappe erano più sudate, ora è saltato tutto. X Factor è solo l’inizio».
La gavetta fa ancora la differenza?
«Sì, e si vede anche da noi. Rob, per dire, aveva già cantato nei locali. Essere abituati al palco e al pubblico aiuta».
La sua gavetta?
«I locali di Milano. Con Chiara abbiamo sempre avuto delle band: siamo state musiciste prima che cantanti, si figuri, lei era metallara. Abbiamo imparato un mestiere. Eravamo anche tra le poche donne, in un ambiente dominato dai maschi. Oggi non è più così, almeno non del tutto, per fortuna».
L’esperienza più rock?
«Una volta suonammo sulla riviera ligure, tramite amici in comune. Non avevamo una lira, così dormimmo in un centro estetico, sui lettini per massaggi. È lì che si vede se ci si crede davvero. E noi ci credevamo. La svolta arrivò nel 1995: ci notò Max Pezzali, in cerca di una band per gli 883. È stato un mentore, ciò che noi oggi siamo per i concorrenti. Anche osservandolo abbiamo imparato tanto. È una persona splendida, oltre che un genio e un amico».
Che cosa le ha lasciato quel periodo?
«La consapevolezza che per la musica si va avanti, sempre. Il successo va e viene. Dall’insuccesso s’impara».
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Con sua sorella, dopo i grandi inizi, il successo era finito.
«Era finito un ciclo, stavano cambiando le generazioni e, con esse, la musica. Alla fine degli anni Zero siamo diventate indipendenti, lavorando da sole. E facendo, mi permetta, dischi di qualità. Purtroppo in pochi ci hanno notato e questo ha inficiato sul nostro sodalizio».
Com’è stato lavorare tutti questi anni con una sorella?
«Bellissimo. Dove non arrivavo io arrivava lei, e viceversa: eravamo una macchina perfetta. Poi l’ingranaggio si è guastato e il nostro rapporto artistico ne ha risentito. C’è bisogno di ossigeno e senza successo non arrivava. Abbiamo preso strade diverse: la musica restava la mia ragione di vita, lei ha voluto cimentarsi nella recitazione, un’altra sua passione».
Nel 2023, la reunion.
«Ci siamo sentite a lungo incomprese. Nessuno riconosceva il merito delle nostre canzoni, che sono le antenate di quelle di Annalisa ed Elodie. Ce le scrivevamo tutte da sole, lavoravamo tanto e bene. Forse c’erano pregiudizi. Poi, quando la generazione cresciuta con noi è salita ai posti di comando, siamo state riscoperte. È una bella soddisfazione essere ancora attuali».
La vostra Viva el amor! era stata la colonna sonora del Gay Pride di Milano del 2001.
«Abbiamo sempre sentito vicina la comunità e, per fortuna, all’epoca eravamo due gatti, oggi molti di più. Il Pride è ancora più inclusivo e necessario. Sui diritti civili non si scherza, al di là di alcune sparate infelici di certi politici, che credo vogliano solo farsi notare».
Con sua sorella basta così?
«Chi può dirlo? Nel 2027 saranno trent’anni dal nostro debutto in coppia. Magari festeggiamo insieme».
Che ha imparato in tutti questi anni?
«Che non è mai finita. Anzi, è lì che ricomincia tutto. A 52 anni sto vivendo una nuova fase, piena di un entusiasmo che pensavo di non provare più. E questo grazie ai concorrenti di X Factor: me l’hanno trasmesso loro, spero di potermi sdebitare».