Spettacoli

Say Waaad?, la musica è fatta di storie. “Siamo un faro sulle novità, in un paese che ne ha paura”

Michele "Wad" Caporosso
Michele "Wad" Caporosso 

Michele “Wad” Caporosso conduce il programma cult di Radio Deejay in cui intercetta le tendenze da tenere d’occhio. “Tra i primi a dare voce alla generazione del 2016, dal rap all’indie. Ma c’è ancora tanto da scoprire”

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Roma – “Cerchiamo di dare un briciolo di dignità alle novità, qualunque esse siano, in un Paese che le demonizza da sempre, a prescindere”. Risultato: una fatica, però appagante. Una volta c’era Bandiera gialla; dal 2018, a raccontare le ultime tendenze della musica e non solo, c’è Say Waaad?, programma cult in onda su Radio Deejay, anche per questa stagione dal lunedì al venerdì, dalle 21 alle 22, oltre che su YouTube, Deejay TV e TikTok. Dai Beatles, insomma, alla trap, ma anche creator, film e serie tv. Conduce Michele “Wad” Caporosso, giornalista musicale, tra i primi a dare voce (“Nel vero senso della parola: da me hanno avuto il loro primo microfono in radio”) alla cosiddetta generazione del 2016, dal rap di Ghali e Sfera Ebbasta all’indie di TheGiornalisti e Calcutta. E adesso? “C’è ancora tanto da scoprire”.

È un entusiasta di natura?

“Sì, sono sempre aperto alle novità. Paradossalmente, in questo, abbiamo un modo all’antica di fare radio, che Deejay è straordinaria nel tutelare. Per me un conduttore e un dj radiofonico, in generale, ha ancora un ruolo quasi da divulgatore. Il modello è filosofico: dare alla gente non ciò che vuole, ma ciò che ancora non sa di volere”.

Nel suo caso, prima di tutto, la trap.

“Nel 2016, quando ho cominciato a lavorare stabilmente a Radio Deejay, era una musica in ascesa, quella della mia generazione. Ho pensato, da subito, che fosse giusto darle spazio, perché fuori dal circuito mainstream aveva già tanto seguito. Linus e Albertino, in questo senso, mi hanno sempre dato fiducia, senza pregiudizi. Per certi versi, è stata una musica rivoluzionaria: per la prima volta i social avevano azzerato la distanza tra artista e pubblico (banalmente, nel 2016 Instagram ha introdotto le Stories, da cui abbiamo cominciato a scoprire le vite dei nostri cantanti preferiti, oltre alle loro canzoni); ma avevano azzerato anche la distanza tra Italia e resto del mondo: di fatto, il nostro hip hop era similissimo, non so, a quello degli Stati Uniti. In generale, però, in questi anni non abbiamo parlato solo di rap: non ho mai avuto nessuna bandiera, anzi, dai creator ai nuovi attori e cantautori, abbiamo dato spazio a tutto”.

Il filo rosso?

“L’energia. Lo scouting, da parte nostra, è continuo. Se qualcuno, in qualsiasi ambito della cultura, è in grado di unire tante persone, o ha un potenziale ancora inespresso ma tale da farlo, per me merita ascolto, anche se poi personalmente può anche non piacermi”.

Gli ospiti che le hanno dato più soddisfazione?

“Tanti di quelli a cui, per primi, abbiamo dato voce: Ghali e Sfera Ebbasta, Tony Effe, ma anche Blanco, Madame, Achille Lauro. Oltre, ovviamente, ai rapper come Marracash e Fabri Fibra, a cui devo peraltro il mio primo contatto con Deejay. Dall’altro lato, in questi anni abbiamo ospitato anche artisti affermati, da Ornella Vanoni – ancora mi vengono i brividi - a Cesare Cremonini e Claudio Bisio”.

E, in quel caso, cosa cambia?

“Cambia la storia dell’intervistato, chiaramente. Ma diventa un’occasione per confrontarsi, spesso, tra generazioni: con Bisio, per esempio, abbiamo parlato di musica rap, dei pregiudizi sulla violenza dei testi, del ‘mito’ della Milano criminale di oggi e di quella di quand’era ragazzo lui. Da loro ho imparato che il mainstream, che spesso consideravo distante, in realtà è pieno di persone da stimare e di storie da raccontare. Insomma, che non è un mondo ‘nemico’: credo molto nell’ibridazione dei linguaggi”.

Che significa fare radio nell’epoca dei podcast?

“Per nostra fortuna, Say Waaad? è stato una sorta di podcast prima dei podcast, per cui, a livello di formato, non ne abbiamo sofferto molto. Il problema, semmai, è la fruizione: tramite la radio si arriva davvero a tutti, è una sfida, però la soglia d’attenzione è bassissima, specie se si tratta, appunto, di novità”.

Ecco, che vuol dire parlare di novità in Italia?

“Scontrarsi con un muro di pigrizia e pregiudizi: siamo per costituzione il Paese del ‘era meglio prima’. L’obiettivo, qui, è sempre stato ribaltare questa prospettiva, ma ho capito che un atteggiamento radicale – che pure, nei primi anni, ho tenuto – non paga. È meglio la strategia del panino di cui parlano gli americani: mettere la novità di turno in mezzo a due fette di pane ben conosciute. Il pubblico, specie da noi, ha prima di tutto bisogno d’intrattenimento leggero, di essere rassicurato. Ma ciò non toglie che, lì in mezzo, non si debba parlare di altro: in questo senso, dare spazio ai rapper resta tuttora una sfida, non una scorciatoia”.

A proposito: i pregiudizi nei confronti del rap a che punto sono?

“Sono più vivi che mai, purtroppo c’è tanta ignoranza e si fraintendono tanti racconti. L’ho imparato da uno degli ospiti che è venuto più spesso e di cui vado più fiero, cioè Roberto Saviano. Non serve demonizzare le periferie, tantomeno farlo con l’hip hop. Il rap è una sorta di giornalismo, la mano che accende la luce nella stanza in cui c’è il corpo di una persona morta. Prendersela, ecco, con la mano che accende la luce, piuttosto che con l’assassino di turno, è un errore”.

Tra le altre cose, “Say Waaad?” ha vinto anche un Diversity Media Award come “miglior programma radiofonico”.

“È stata una grande soddisfazione, di nuovo, perché non abbiamo mai messo bandiere. Non è un programma esplicitamente per il mondo LGBT, semplicemente è un programma inclusivo perché non racconta una sola diversità, ma la realtà, che a sua volta è composta da tante diversità. C’è bisogno di ascolto, in questi tempi”.

Le novità, oggi, in Italia dove sono?

“Nell’indie, che tra i vari Faccianuvola e Prima stanza a destra ha lanciato nuovi nomi molto interessanti. Il rap mi sembra nel suo miglior peggior momento: vende tantissimo, ma a livello globale è chiaro che le idee sono finite, che la spinta artistica è satura e c’è bisogno di rinnovamento”.

Sembrava, permetta, che dovesse avvenire una rivoluzione, ma così non è stato.

“Lo so, mi dispiace che quella generazione del 2016, una volta arrivata nel mainstream, abbia in parte perso la spinta: sembrava che a un certo punto potesse nascere un suono al 100% italiano, che insomma cambiassero le regole del gioco, invece negli ultimi anni ci si è rimessi a inseguire gli stranieri. Capisco che i grandi contratti discografici abbiano convinto molti a scendere a compromessi, ma è un peccato”.

A proposito di novità: a “Say Waaad?” cosa manca ancora?

“Siamo tante cose, non solo un programma radio. Siamo una comunità: tra le altre cose, abbiamo chiesto al Comune di Milano di mettere una targa nella via dov’è nato Nino Rota, accolta, ora l’aspettiamo. La prossima battaglia è far riconoscere come Patrimonio immateriale dell’Unesco la gestualità italiana. Crediamo ancora che un certo tipo di cultura possa essere uno stile di vita, non solo consumo”.

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