Giulio Scarpati: “Pensavo alla politica come scelta di vita. Poi è venuto il teatro”
di Silvia FumarolaROMA – «Non posso lamentarmi della mia carriera, sarei un ingrato: da Un medico in famiglia a Il giudice ragazzino, ho fatto cinema, televisione, teatro. Chi recita è sempre un po’ scontento, ma il mio bilancio è positivo. Ho realizzato il mio sogno», dice Giulio Scarpati «No, non potrei chiedere un surplus, specie vedendo a quanti bravi attori non è andata così bene». Saggio, gentile, coltiva dubbi e ironia quando parla di sé: a settanta anni Scarpati lo ripete: «Il teatro mi ha cambiato la vita. Ora sto provando con Amanda Sandrelli, che interpreta mia moglie, Cari genitori, per la regia di Antonio Zavatteri. Tre figli, raccontiamo uno scontro: debuttiamo a gennaio faremo tutto il nord».
In tv, da stasera su Rai 2, è un capitano dei carabinieri in Estranei di Cosimo Alemà, serie interessante girata a Correggio nella Bassa Padana, dove vive una delle più grandi comunità sikh d’Italia. È la storia di due giovani ragazzi innamorati, Camilla e Manraj, che all’improvviso scompaiono. Scar…
ROMA – «Non posso lamentarmi della mia carriera, sarei un ingrato: da Un medico in famiglia a Il giudice ragazzino, ho fatto cinema, televisione, teatro. Chi recita è sempre un po’ scontento, ma il mio bilancio è positivo. Ho realizzato il mio sogno», dice Giulio Scarpati «No, non potrei chiedere un surplus, specie vedendo a quanti bravi attori non è andata così bene». Saggio, gentile, coltiva dubbi e ironia quando parla di sé: a settanta anni Scarpati lo ripete: «Il teatro mi ha cambiato la vita. Ora sto provando con Amanda Sandrelli, che interpreta mia moglie, Cari genitori, per la regia di Antonio Zavatteri. Tre figli, raccontiamo uno scontro: debuttiamo a gennaio faremo tutto il nord».
In tv, da stasera su Rai 2, è un capitano dei carabinieri in Estranei di Cosimo Alemà, serie interessante girata a Correggio nella Bassa Padana, dove vive una delle più grandi comunità sikh d’Italia. È la storia di due giovani ragazzi innamorati, Camilla e Manraj, che all’improvviso scompaiono. Scarpati affida le indagini a Laura (Elena Radonicich), carabiniera negoziatrice. Nel cast Ricky Memphis e Kel Giordano.
Dalla convivenza felice ai sospetti, come ambientazione una serie diversa dalle altre.
«Conoscevo la realtà dei sikh in Emilia, e questo mi ha spinto a accettare, mi ha attirato la convivenza delle comunità. Interpreto un capitano dei carabinieri vecchio stampo, cerco di mantenere l’equilibrio, che inevitabilmente si altera perché è un noir e si cerca il colpevole».
La fiction fotografa la realtà?
«Raccontiamo l’integrazione. La società di oggi è contraddittoria, non è tutto bianco o nero. Il punto è che si perde un po’ di razionalità. Per affrontare un problema non si guarda agli altri paesi che hanno gli stessi nodi da risolvere. Sempre più parole che fatti, si fanno troppe chiacchiere. Quello che rimprovero alla politica è di studiare poco i problemi, che sono complessi e non si possono semplificare».
Cosa metterebbe al primo posto?
«La sanità e la scuola: torniamo sempre ai tecnicismi, ma la scuola non è un problema semplice, è complesso. Siamo costretti a citare Calvino e Rodari. La disaffezione alla politica è scontata, perché la semplificazione non ti fa capire. Fare le smorfie in tv, quando parla il tuo avversario, e dire una frase a effetto, non basta. Non voglio sembrare nostalgico delle vecchie Tribune elettorali, ma ci vuole rispetto. I politici non studiano, preferiscono gli slogan».
Riflessione contro approssimazione: anche da ragazzo era così?
«Avevo il tormento interiore di un qualsiasi giovane Werther, mi prendevo i miei tempi per capire. Oggi c’è frenesia, perché la società è frenetica. Paradossalmente, prima ero ancora più riflessivo, mi fermavo per pensare. Adesso che ho tanti anni di più, faccio uno sforzo per tornare a quella riflessione».
Cosa la aiuta a trovare il centro?
«Nella mia vita a riequilibrare tutto c’è il teatro, ti rimette in gioco da zero. Ti depuri dalle scorie che ti restano, specie se hai raggiunto un certo risultato. Rimettersi in gioco è anche utile per la creatività».
Come sceglie?
«In base ai temi. Cari genitori è una commedia graffiante, scritta da Emmanuel e Armelle Patron, che mette a confronto le generazioni: un grande successo in Francia proprio perché racconta la contemporaneità. Era la magia del cinema, della grande commedia di Risi, Monicelli, Scola, che sapevano interpretare i tempi».
Quanto ha contato nella vita privata sua moglie, Nora Venturini? Scrittrice e regista, avete lavorato tante volte insieme.
«Con Nora abbiamo fatto un lungo percorso, stiamo insieme da 45 anni. Sono stato fortunato, in parte lo è stata anche lei. Sì, il nostro è stato un incontro fortunato, e non è la regola. Mi rendo conto che siamo più l’eccezione, se t’incontri nel momento sbagliato cambia tutto».
Avete la stessa visione del mondo?
«Nora aveva le sue idee, ce l’ha ancora, e non le nasconde mai. Se può intavolare una battaglia ideologica, la intavola. Tutti e due di sinistra, il padre era segretario di Nenni, mi piaceva molto discutere con lui. Io ero più Pci, organico. Le lotte politiche mi appassionavano, per un attimo ho anche pensato che la politica potesse essere una scelta di vita. Poi è venuto il teatro».
Ma le interessa sempre?
«Sempre. Non è diventata la mia professione, ma mi appassiona; le discussioni, il confronto, anche su di noi, credo facciano parte della nostra generazione. Si discuteva su tutto, certe volte pure troppo. “Bisogna dire la verità”, “No aspetta, qualche volta no”. Almeno all’inizio con la politica era tutto nero o tutto bianco, poi cominci a capire le sfumature».
Ha fatto l’attore: i suoi, padre avvocato, madre insegnante, l’hanno assecondata?
«Ho iniziato a studiare Giurisprudenza e lavoravo in studio con mio papà, ma c’era sempre il teatro di mezzo. La mia fissazione. Una volta papà mi portò da Riccardo Cucciolla per capire se potevo o no fare l’attore. Vedendomi non so cosa abbia pensato... Però, anche con Nora, quando avevamo la scuola, dicevo ai ragazzi: “Tenetevi un piano B”. Nel senso che è meglio non escludere altre possibilità. Le cose possono andare bene, ma capivo le preoccupazioni dei genitori».
Ha lasciato liberi i suoi figli?
«A volte abbiamo forzato delle situazioni e non dovevamo farlo; altre volte non abbiamo capito fino in fondo. I genitori pensano sempre: “I ragazzi devono fare così, perché è il meglio per loro”. Forse non lo è. Non esiste la perfezione, tutti sbagliamo, come è normale che sia. Li lasci liberi, e forse, in altre occasioni, non hai messo un paletto. Siamo umani».