L’ironia come lente per guardare il mondo, Ubaldo Pantani è tornato in teatro con Inimitabile, in giro per l’Italia fino a maggio; in tv si divide tra il tavolo di Fabio Fazio a Che tempo che fa e GialappaShow. Galleria di personaggi formidabili, da Lapo Elkann, quasi un alter ego, al candido Gineprio, è un vero talento. «A teatro il pubblico rimane sorpreso; nel mio caso, avevo bisogno di fare un match tra la mia faccia e quella dei miei personaggi».
Ci sono tutti?
«Li faccio e li evoco, ognuno a suo modo. È un monologo nel quale mi racconto. E il titolo è esemplificativo, non tanto per il fatto che sia inimitabile, ogni storia lo è. La riflessione è che abbiamo bisogno degli altri. La parodia serve a tirare fuori il nostro senso del ridicolo. Non sappiamo per cosa siamo buffi».
Quanti anni aveva quando ha fatto la prima parodia?
«Otto. Ho fatto Gigi Sabani, ero affascinato nel vedere un uomo che cambiava con i movimen…
L’ironia come lente per guardare il mondo, Ubaldo Pantani è tornato in teatro con Inimitabile, in giro per l’Italia fino a maggio; in tv si divide tra il tavolo di Fabio Fazio a Che tempo che fa e GialappaShow. Galleria di personaggi formidabili, da Lapo Elkann, quasi un alter ego, al candido Gineprio, è un vero talento. «A teatro il pubblico rimane sorpreso; nel mio caso, avevo bisogno di fare un match tra la mia faccia e quella dei miei personaggi».
Ci sono tutti?
«Li faccio e li evoco, ognuno a suo modo. È un monologo nel quale mi racconto. E il titolo è esemplificativo, non tanto per il fatto che sia inimitabile, ogni storia lo è. La riflessione è che abbiamo bisogno degli altri. La parodia serve a tirare fuori il nostro senso del ridicolo. Non sappiamo per cosa siamo buffi».
Quanti anni aveva quando ha fatto la prima parodia?
«Otto. Ho fatto Gigi Sabani, ero affascinato nel vedere un uomo che cambiava con i movimenti della faccia».
I suoi cosa sognavano per lei?
«I miei sono meravigliosi, sono figlio unico e ho sempre avuto uno spiccato senso estetico. Mi chiamavano “l’architetto”, non perché fossi un nerd, ma perché mi piacevano le cose belle. Sono cresciuto in questo villaggio operaio tra Volterra e il mare, e vivevo in una bolla, come racconto nello spettacolo. Giravo in bicicletta, all’aria aperta».
Il mondo fuori?
«Captavo delle parole e le elaboravo. Pieni anni 70, cadde qualcosa in terra, sentivo la tv e urlai, chissà perché: “Sono stati i comunisti!”. Babbo era ironico, spiritoso, dotato di umorismo tagliente, scherzava su tutto».
Le dava consigli?
«Non mi ha imposto niente, mi ha assecondato. Per la gioia dei miei, lo dico scherzando, scelsi il Linguistico, l’unico liceo privato che si pagava. Fecero uno sforzo incredibile, all’università decisi di studiare Lingue a Pisa. Una giungla quella facoltà, non capivo neanche in quale aula dovessi andare. E grazie al Bini di Vada, incontrato in treno, passai a Scienze politiche. Tosta, professori straordinari, indirizzo politico sociale. La consiglierei».
Era inquieto?
«Mi sono trovato a 25 anni senza pressione, nell’ovatta della provincia. Giocavo a calcio, mi rovino una tibia. Faccio un provino di improvvisazione con Boncompagni per Macao. Portai Tony Brillante, che parlava della dilatazione spazio tempo, parodia degli esami di Sociologia. Bonconpagni si divertì: cosa pensa Brillante del cabaret norvegese? E io inventavo, avanguardia pura».
Così la richiamano e poi?
«Mi sono buttato. Con i miei sempre dalla mia parte. Non erano come il padre di Agassi».
Lapo è il suo alter ego. Lo ha definito “il fool di Shakespeare”, può dire e fare tutto.
«Gli voglio bene, siamo diventati amici. E l’ho precisato tante volte, il personaggio è diventato altro, non ha legami autobiografici con Lapo Elkann. A volte mi dispiace perché, a una prima lettura, c’è ancora un link forte con lui, rimangono nella memoria gli aspetti stravaganti. Ma lui è una persona speciale. Ha la purezza di un bambino. Ogni tanto lo sento».
Che vi dite?
«Una volta lo chiamai e non dovevo chiedergli niente. Volevo sentire una persona che potesse darmi conforto. Lui c’era».
E Leonardo Maria Del Vecchio? Lo ha proposto nell’intervista con Fazio, era strepitoso.
«La tentazione di rifarlo viene, ma nel momento in cui uno mostra la matrice di alcune debolezze, sei disarmato. Se poi, sulla base della confessione del disagio, ci giochi, è inutile. Non è più una parodia, fa tutto da solo».
Tv a “Che tempo che fa” e con la Gialappa, è un privilegiato.
«Sono persone che stimo e sono contento di contribuire. Ci metto anche Carlo Conti, conosciuto negli ultimi dieci anni della mia vita. Quando volevo fare teatro e avevo dubbi, mi incoraggiò».
Cosa temeva?
«La sofferenza del comico è sempre la stessa: “La gente si accorgerà che sono intelligente?”. Uno che ha iniziato a fare la tv nel 1997 non ha la misura dell’affetto. Fino a cinque anni fa non ero così riconoscibile, ero truccato. L’abbraccio del pubblico conta».
Il narcisismo di Massimo Giletti?
«Con Massimone ci conosciamo da quando ho iniziato a farlo, è il primo che ci ride su. Ironizzo un po’ sulla vanità da attore di Marco Travaglio: è spiritoso».
Bruno Vespa?
«Tornerà. Da quando lo tengono a dieta è sempre più irascibile».
Pier Silvio Berlusconi non ha gradito l’imitazione, lo sa?
(Ride) «Peccato, adesso a GialappaShow faremo Casa Berlusconi: io faccio Pier Silvio e Brenda Lodigiani fa Silvia Toffanin. La nuova Casa Vianello».
E Gineprio fuori dal mondo?
«È la star, io il suo manager. Gineprio è interclassista, piace dagli ottanta anni fino ai bambini, che lo vedono come mister Bean. È un candido».