La Procura antidoping del Coni spara le sue choccanti conclusioni chiedendo la squalifica di 26 atleti di vertice, "rei" di non aver rispettato le regole. E per una volta non guarda in faccia nessuno. Il presidente del Coni Malagò ci mette tutta la sua "buona volontà" per smontare in poche parole la gravità dei fatti e allontanare ogni illusione che le cose stiano cambiando nel tormentato mondo dell'antidoping . Per il numero uno del Coni si tratta solo di: "Un semplice fatto di procedure nella comunicazione in un periodo in cui i sistemi di comunicazioni non erano quelli attuali. Questi ragazzi non sono persone che hanno barato". Insomma: per loro un peccatuccio veniale che potrebbe preludere, se ben conosciamo i "meccanismi" dell'Ente del Foro Italico, ad eventuali sconti di pena se non addirittura ad ulteriori archiviazioni. Anche per quelli che - come raccontano i documenti dell'inchiesta di Bolzano, da cui è nata la vicenda "whereabouts" - avvisati più e più volte (ben oltre il terzo "warning" oltre il quale avrebbe dovuto scattare la sanzione), hanno fatto spallucce. Qui non è importante stabilire il motivo di tale atteggiamento, ma solo e semplicemente che si tratta di una violazione delle regole che comporta la squalifica a due anni, come da richiesta della Procura sportiva. Una violazione che la procura Coni configura in modo ben più grave di quanto non lasci intendere il numero uno dell'Ente del Foro Italico. Infatti l'accusa e la richiesta di squalifica non è per violazione della norma sul "whereabouts" (art. 2.4) quanto per "eluso controllo" (art. 2.3). Il che vuol dire che, se alla Procura Coni non sono dei folli, sono stati individuati elementi di prova (intercettazioni, testimonianze, riscontri, ecc. ecc.) sufficienti per sostenere che un certo numero di atleti si è sottratto in un modo o nell'altro ai test. Ma evidentemente Malagò non ha approfondito molto la questione. E il suo entourage di "consigliori" non rivela nell'occasione una particolare brillantezza. Lui andrebbe frenato perché è sempre, istintivamente, dalla parte degli atleti (e lo dice pure), come già dimostrato con le incaute affermazioni circa Carolina Kostner nella vicenda della complicità della pattinatrice nell'episodio del controllo mancato dell'allora fidanzato Alex Schwazer, emerso dal processo di Bolzano. Ma che sia proprio il presidente del Coni a sminuire regole da cui dipende l'efficacia di onerosi test antidoping che, come la si voglia rigirare, alla fine, non si sono potuti fare, non è certo un bel vedere. Ma come? Non dovrebbero essere proprio lui e il Coni i garanti del rispetto delle stesse regole che lo sport si è dato? Tutte le regole. Senza eccezioni e minimizzazioni che lasciano spazio a ipotesi e tesi che, come minimo, minano irrimediabilmente la credibilità dello sport. Ma tant'è.
Quanto agli atleti, il ruolo dello sportivo professionista, oggi, non è una bagatella: è un mestiere vero e proprio. Con tutti gli onori e gli oneri connessi. Non puoi non conoscere le regole. Non puoi sottovalutare. Se ti mandano per due-tre-quattro volte una email (peraltro un mezzo di comunicazione modernissimo , dunque attualissimo, al contrario di quanto sostiene Malagò) in cui ti si avvisa che sei in ritardo nel comunicare la tua reperibilità, e fai spallucce o sei un inguaribile distratto, e dunque meriti la punizione, oppure sei uno sciocco incosciente. E devi essere punito ugualmente. Non c'è bisogno di chiamare in causa il doping. Poi, è ovvio, non si può generalizzare; ci potranno anche essere casi in cui il meccanismo si è inceppato e l'atleta ha finito per essere vittima del sistema. Ma se su 65 atleti ben 39 sono stati scagionati da ogni accusa vuol dire che comunque la Procura Coni un certo lavoro di setaccio lo ha già fatto. E le parole di Malagò, minimizzando, rischiano di sconfessarne il lavoro. Alla fin fine, spetterà al giudice del Tribunale Nazionale discernere ancora e decidere.
Atleti perseguiti e puniti, dunque. Invece una parte non secondaria della vicenda finirà tranquillamente "in cavalleria". Ovvero quella delle responsabilità di chi all'epoca doveva chiedere sanzioni sacrosante (Federatletica) per le regole violate. O di chi doveva controllarne l'operato (Coni). Circostanza che Malagò non disconosce: " Se andate a leggere le testimonianze di alcuni di questi ragazzi - riporta un'agenzia - vi rendete conto che ci sono ampi elementi di giustificazione di tutto quello che è successo, di questa procedura. Lo dico con franchezza e c'è anche un articolo, se volete agrodolce e un po' ironico, molti di questi ragazzi non hanno vinto niente. Nel quadriennio successivo, e lo dico con altrettanta sincerita', questa, se vuole, manchevolezza di carattere formale, che poi diventa anche sostanziale nel momento esatto in cui questo deferimento si tramutasse in realtà sanzionatoria al 100%, va condivisa con la Federazione e con la Procura dell'epoca, perché non ha fatto alcun tipo di ammonizioni, l'attuale Federazione Italiana di atletica leggera, scusate se lo dico, non solo è totalmente estranea ma per certi versi è totalmente vittima. Sono state richieste il massimo delle pene, non ne sapevo niente, siamo arrivati al paradosso di sanzionare anche atleti che dicono che era stato mandato un fax in un posto, è documentato, in cui il fax era rotto, di conseguenza non era possibile comunicare la loro reperibilità, anche qualche atleta che non ha gareggiato, ha smesso di gareggiare".
Occorrerà distinguere bene. Perché se finisse tutto "all'italiana", cioè a tarallucci e vino sarebbe un ulteriore duro colpo alla credibilità di un sistema che Malagò si affanna vanamente a definire decisamente cambiato rispetto al quadriennio passato; esente da pecche, autonomo e indipendente, quando, invece, danari, finanziamenti, locali, e la maggior parte delle persone e delle strutture sono all'interno del mondo sportivo e dipendono da esso. Sbandierare il vessillo dell'ottimo ex generale Gallitelli alla guida dell'antidoping e poi sconfessare più o meno direttamente l'operato di strutture importanti come la Procura, non sembra il massimo. Ma è forse il risultato di questi atteggiamenti schizoidi di una dirigenza che non sa che pesci prendere. No, il Coni non ne esce come un gigante, caro Malagò.
Quanto agli atleti, il ruolo dello sportivo professionista, oggi, non è una bagatella: è un mestiere vero e proprio. Con tutti gli onori e gli oneri connessi. Non puoi non conoscere le regole. Non puoi sottovalutare. Se ti mandano per due-tre-quattro volte una email (peraltro un mezzo di comunicazione modernissimo , dunque attualissimo, al contrario di quanto sostiene Malagò) in cui ti si avvisa che sei in ritardo nel comunicare la tua reperibilità, e fai spallucce o sei un inguaribile distratto, e dunque meriti la punizione, oppure sei uno sciocco incosciente. E devi essere punito ugualmente. Non c'è bisogno di chiamare in causa il doping. Poi, è ovvio, non si può generalizzare; ci potranno anche essere casi in cui il meccanismo si è inceppato e l'atleta ha finito per essere vittima del sistema. Ma se su 65 atleti ben 39 sono stati scagionati da ogni accusa vuol dire che comunque la Procura Coni un certo lavoro di setaccio lo ha già fatto. E le parole di Malagò, minimizzando, rischiano di sconfessarne il lavoro. Alla fin fine, spetterà al giudice del Tribunale Nazionale discernere ancora e decidere.
Atleti perseguiti e puniti, dunque. Invece una parte non secondaria della vicenda finirà tranquillamente "in cavalleria". Ovvero quella delle responsabilità di chi all'epoca doveva chiedere sanzioni sacrosante (Federatletica) per le regole violate. O di chi doveva controllarne l'operato (Coni). Circostanza che Malagò non disconosce: " Se andate a leggere le testimonianze di alcuni di questi ragazzi - riporta un'agenzia - vi rendete conto che ci sono ampi elementi di giustificazione di tutto quello che è successo, di questa procedura. Lo dico con franchezza e c'è anche un articolo, se volete agrodolce e un po' ironico, molti di questi ragazzi non hanno vinto niente. Nel quadriennio successivo, e lo dico con altrettanta sincerita', questa, se vuole, manchevolezza di carattere formale, che poi diventa anche sostanziale nel momento esatto in cui questo deferimento si tramutasse in realtà sanzionatoria al 100%, va condivisa con la Federazione e con la Procura dell'epoca, perché non ha fatto alcun tipo di ammonizioni, l'attuale Federazione Italiana di atletica leggera, scusate se lo dico, non solo è totalmente estranea ma per certi versi è totalmente vittima. Sono state richieste il massimo delle pene, non ne sapevo niente, siamo arrivati al paradosso di sanzionare anche atleti che dicono che era stato mandato un fax in un posto, è documentato, in cui il fax era rotto, di conseguenza non era possibile comunicare la loro reperibilità, anche qualche atleta che non ha gareggiato, ha smesso di gareggiare".
Occorrerà distinguere bene. Perché se finisse tutto "all'italiana", cioè a tarallucci e vino sarebbe un ulteriore duro colpo alla credibilità di un sistema che Malagò si affanna vanamente a definire decisamente cambiato rispetto al quadriennio passato; esente da pecche, autonomo e indipendente, quando, invece, danari, finanziamenti, locali, e la maggior parte delle persone e delle strutture sono all'interno del mondo sportivo e dipendono da esso. Sbandierare il vessillo dell'ottimo ex generale Gallitelli alla guida dell'antidoping e poi sconfessare più o meno direttamente l'operato di strutture importanti come la Procura, non sembra il massimo. Ma è forse il risultato di questi atteggiamenti schizoidi di una dirigenza che non sa che pesci prendere. No, il Coni non ne esce come un gigante, caro Malagò.