ROMA - "L'avevano riempito di psicofarmaci, Alex pensava di essere depresso, ma durante l'ultimo anno ha imparato a trarre forza dai momenti di difficoltà ed è rinato". È una vittoria umana, prima di tutto, quella che Schwazer si è concesso domenica ai mondiali di Roma. E non è un caso se tra le prime persone che il marciatore azzurro è corso ad abbracciare dopo aver tagliato il traguardo nello stadio "Nando Martellini", ci sia stato proprio lo psicologo Maurizio Coletti. Il presidente di Itaca, professore di Terapia familiare all'Istituto europeo di formazione e consulenza sistemica, è stato chiamato dall'allenatore Sandro Donati a far parte della squadra di specialisti che ha preparato il ritorno alle gare dell'atleta.
Il rapporto tra i due inizia in salita nel febbraio dello scorso anno ed evolve fino a trasformarsi quasi in un'amicizia. "All'inizio però non è stato semplice - racconta Coletti - quando mi chiamò il mio amico Donati e mi disse che Schwazer era depresso stentai a crederci, mi sembrava impossibile per un campione come lui. Ma accettai di incontrarlo e Alex mise subito le cose in chiaro: mi disse che non credeva alle terapie fatte di parole. Cosi ci salutammo". Dopo 15 giorni Coletti riceve una seconda chiamata: Schwazer aveva contratto una leggera infezione che l'aveva bloccato negli allenamenti ed era entrato nel panico. "Era molto preoccupato - ricorda ancora lo psicologo - non riusciva ad accettare che pur essendo un grandissimo campione potesse avere dei piccoli cali fisici, come tutti gli esseri umani. Il primo impegno è stato quello di togliergli l'etichetta di depresso. Lui si considerava tale, senza accettare che poteva essere normale sentirsi giù dopo la squalifica e tutto quello che ne era conseguito. Ma chiamarla depressione per me era improprio". Con l'aiuto della psichiatra, Tiziana Melfi, il marciatore inizia a scalare le dosi degli antidepressivi che gli erano stati prescritti in precedenza da altri professionisti fino a liberarsene, ad aprile.
La primavera segna l'inizio della rinascita. "Alex vedeva che in allenamento andava forte e questo lo faceva sentire bene - dice Coletti - ma aveva dei momenti di down improvvisi, legati anche solo a una sensazione. Un leggerissimo dolore passeggero a un muscolo, ad esempio, era in grado di preoccuparlo enormemente. Lentamente però è riuscito ad accettare il fatto di essere un uomo, soggetto alle difficoltà della vita, ma capace di affrontarle e superarle". Un altro punto cruciale della consulenza psicologia fornita da Coletti è stata la cura del rapporto tra atleta e allenatore. "Hanno entrambi due caratteri forti - rileva il professore - all'inizio per paura delle reazioni altrui evitavano di dirsi ciò che non funzionava, visto che si fidavano di me abbiamo usato il tempo dei colloqui come uno spazio franco dove tutto era consentito senza che nessuno si offendesse e questo ha migliorato molto il dialogo tra i due".
Con il passare dei mesi Schwazer continua a crescere. A intessere relazioni con il quartiere romano medio borghese di Montesacro, doveva vive e si allena, lontano dai campi federali della più benestante Roma-Nord, nei quali gli è precluso l'ingresso per via della squalifica. "Ricordo che a ottobre, durante una prova su strada, la gente si affacciò ad applaudirlo alle finestre: un quartiere intero tifava per lui. È stato emozionante", esclama Coletti. Soddisfacente poi vederlo reagire con assoluta freddezza quando apprende la notizia che la richiesta di riduzione di due mesi sulla squalifica è stata rigettata. "Alex non l'ha recepita come un torto - assicura il professore - e non si è mai lamentato né arrabbiato".
Il metro di valutazione dello stato emotivo del campione passa anche per i messaggi su WhatsApp che Schwazer ama scambiarsi spesso con lo psicologo. "I miei colleghi forse rabbrividiranno - ironizza Coletti - ma dalle sue risposte riuscivo a monitorare l'umore. Lui ama l'ironia e se mi rispondeva scherzando, ero sicuro che stava bene". Come sabato, il giorno prima della gara, quando Coletti, appassionato di rugby e non molto atletico, scrive: "Domani ci sarò, correrò gli ultimi 500 metri al tuo fianco". La risposta: "No, domani devi fare il rugbista, se c'è un avversario molto forte lo devi placcare". Non è stato necessario. Schwazer è tornato più forte di prima.
Il rapporto tra i due inizia in salita nel febbraio dello scorso anno ed evolve fino a trasformarsi quasi in un'amicizia. "All'inizio però non è stato semplice - racconta Coletti - quando mi chiamò il mio amico Donati e mi disse che Schwazer era depresso stentai a crederci, mi sembrava impossibile per un campione come lui. Ma accettai di incontrarlo e Alex mise subito le cose in chiaro: mi disse che non credeva alle terapie fatte di parole. Cosi ci salutammo". Dopo 15 giorni Coletti riceve una seconda chiamata: Schwazer aveva contratto una leggera infezione che l'aveva bloccato negli allenamenti ed era entrato nel panico. "Era molto preoccupato - ricorda ancora lo psicologo - non riusciva ad accettare che pur essendo un grandissimo campione potesse avere dei piccoli cali fisici, come tutti gli esseri umani. Il primo impegno è stato quello di togliergli l'etichetta di depresso. Lui si considerava tale, senza accettare che poteva essere normale sentirsi giù dopo la squalifica e tutto quello che ne era conseguito. Ma chiamarla depressione per me era improprio". Con l'aiuto della psichiatra, Tiziana Melfi, il marciatore inizia a scalare le dosi degli antidepressivi che gli erano stati prescritti in precedenza da altri professionisti fino a liberarsene, ad aprile.
La primavera segna l'inizio della rinascita. "Alex vedeva che in allenamento andava forte e questo lo faceva sentire bene - dice Coletti - ma aveva dei momenti di down improvvisi, legati anche solo a una sensazione. Un leggerissimo dolore passeggero a un muscolo, ad esempio, era in grado di preoccuparlo enormemente. Lentamente però è riuscito ad accettare il fatto di essere un uomo, soggetto alle difficoltà della vita, ma capace di affrontarle e superarle". Un altro punto cruciale della consulenza psicologia fornita da Coletti è stata la cura del rapporto tra atleta e allenatore. "Hanno entrambi due caratteri forti - rileva il professore - all'inizio per paura delle reazioni altrui evitavano di dirsi ciò che non funzionava, visto che si fidavano di me abbiamo usato il tempo dei colloqui come uno spazio franco dove tutto era consentito senza che nessuno si offendesse e questo ha migliorato molto il dialogo tra i due".
Con il passare dei mesi Schwazer continua a crescere. A intessere relazioni con il quartiere romano medio borghese di Montesacro, doveva vive e si allena, lontano dai campi federali della più benestante Roma-Nord, nei quali gli è precluso l'ingresso per via della squalifica. "Ricordo che a ottobre, durante una prova su strada, la gente si affacciò ad applaudirlo alle finestre: un quartiere intero tifava per lui. È stato emozionante", esclama Coletti. Soddisfacente poi vederlo reagire con assoluta freddezza quando apprende la notizia che la richiesta di riduzione di due mesi sulla squalifica è stata rigettata. "Alex non l'ha recepita come un torto - assicura il professore - e non si è mai lamentato né arrabbiato".
Il metro di valutazione dello stato emotivo del campione passa anche per i messaggi su WhatsApp che Schwazer ama scambiarsi spesso con lo psicologo. "I miei colleghi forse rabbrividiranno - ironizza Coletti - ma dalle sue risposte riuscivo a monitorare l'umore. Lui ama l'ironia e se mi rispondeva scherzando, ero sicuro che stava bene". Come sabato, il giorno prima della gara, quando Coletti, appassionato di rugby e non molto atletico, scrive: "Domani ci sarò, correrò gli ultimi 500 metri al tuo fianco". La risposta: "No, domani devi fare il rugbista, se c'è un avversario molto forte lo devi placcare". Non è stato necessario. Schwazer è tornato più forte di prima.