Da Verstappen a Becker: i giovani predestinati e vincenti
di NICOLA SELLITTI
Il pilota olandese ha vinto a 18 anni il primo gp di formula1 in Spagna: mai nessuno ci era riuscito così giovane. Ma da Becker nel tennis, a Phelps nel nuoto e Woods nel golf è in buona compagnia
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ROMA - Giovani, predestinati e vincenti. Max Verstappen che ribalta il Circus stappando una boccia di champagne dal gradino più alto del podio a Barcellona è solo l'ultimo prodotto della teen generation che ogni tanto riscrive le leggi dello sport. Ragazzi che spuntano fuori all'improvviso, vincono, sono coperti da complimenti, copertine, interviste. Soldi. E finiscono nel boomerang mediatico, che pretende conferme, successi, mal tollera gli inevitabili passi falsi dovuti all'età. Non tutti reggono, anzi, il contenitore delle promesse mai sbocciate è sold out. Tra chi ce l'ha fatta, anzi è divenuto leggenda c'è Pelè, con la Coppa Rimet tra le mani ai Mondiali svedesi del 1958. E non era maggiorenne neppure Boris Becker, che vinceva Wimbledon nel 1985, senza essere testa di serie ma con la classe e soprattutto la forza mentale di un consumato top player che poi dominerà sui prati dei Championship. Sempre nel tennis, a 18 anni Serena Williams vincendo a Flushing Meadows cominciava a chiarire che era lei la più forte tra le sorelle finite in copertina a 14 anni ed era anche più piccola Monica Seles che con il Roland Garros lanciava la sfida a Steffi Graf per il numero uno Wta. Un'altra numero uno, Martina Hingis, aveva 15 anni nel primo trionfo in uno Slam, a Wimbledon, in doppio con la ceca Helena Sukova. Mentre Rafa Nadal due mesi dopo la prima sfida di una serie infinita contro Roger Federer sul cemento di Miami andava a prendersi Parigi, la terra rossa, primo di nove successi.
Da Verstappen alla Pellegrini, i campioni che hanno vinto giovanissimi
Becker, Comaneci, Pelè, Thorpe. Sono solo alcuni dei campioni le cui gesta sono ormai scolpite nella storia dello sport con una caratteristica in comune: hanno cominciato a vincere prestissimo
Nel nuoto invece i fenomeni di solito spuntano ancora prima. Michael Phelps a 15 anni e nove mesi era il più giovane ad appuntarsi un titolo mondiale, 200 metri farfalla ai Mondiali di Fukuoka, Ian Thorpe con qualche settimana in meno era oro ai Mondiali di Perth, 400 stile libero. A 16 anni esplodeva anche il talento cristallino di Federica Pellegrini, che dopo vari successi nazionali era argento olimpico ad Atene negli amati 200 stile libero. A 17 toccava a Tania Cagnotto, la regina degli Europei londinesi, allora argento continentale a Berlino dalla piattaforma. Coetanea di Wayne Rooney che a Goodison Park siglava il primo gol in Premier League con l'Everton e del fuoriclasse del biliardo inglese Ronnie O Sullivan, al primo torneo vinto in carriera. A 16 anni Lebron James invece era già una star. Sulla cover di Sports Illustrated, ricercato dalle multinazionali, con le sue partite di high school a Saint Vincent and Mary che in tv facevano più ascolti delle partite Nba. Due anni dopo, il salto tra i grandi, uomo franchigia appena maggiorenne. E sulla stessa strada appare l'erede mediatico designato, l'australiano dagli LSU Tigers Ben Simmons, anche lui su Sports Illustrated prima di essere scelto al Draft. E sempre negli Stati Uniti c'è stata la carica dei ventenni. Mike Tyson, più giovane campione mondiale dei pesi massimi, corona Wbc, contro Trevor Barbick. L'anno dopo per Iron Mike arriveranno anche le cinture Ibf e Wba. A 21 vinceva lo Us Open Tiger Woods, poi divenuto il più ricco sportivo del pianeta, 1,2 mld messi da parte (Forbes). Mentre Marc Marquez scherzava con cronometro e avversari da ragazzino e a 20 anni diventava il più giovane vincitore del titolo in MotoGp.
Insomma, il giovane fuoriclasse Verstappen è in ottima compagnia. Ma è stato abile anche fuori dall'abitacolo, riuscendo a sottrarsi dal conflitto generazionale con papà Jos, che in precedenza gestiva anche le virgole della sua vita professionale. Ora la gestione di Max è passata agli uomini della Red Bull. Per Verstappen non varrà la regola "il figlio è mio e lo gestisco io" utilizzata da genitori oppressivi che ha fatto dannare parecchie star del tennis. Da Andrè Agassi che confessava nell'autobiografia di successo "Open" il suo odio per il papà iraniano ex boxeur che gli aveva imposto il tennis con metodi militari, a Mary Pierce, francocanadese vincitrice di un Roland Garros che era costretta a proteggersi con guardie del corpo dal padre Jim mentre è dovuta ricorrere alle forze dell'ordine Jelena Dokic, talento serbo schiacciato dal padre Damir, invadente e violento. Come il padre di Mirjana Lucic, che picchiava la figlia, confessava a un quotidiano inglese, per aiutarla a concentrarsi. E l'ultimo capitolo tocca la francese Aravane Rezai, che ha denunciato il genitore per violenze, estorsione, minacce di morte. Fino al papà di Bernard Tomic, testate allo sparring partner del figlio, che ha raccontato le violenze dell'uomo sul tennista australiano.