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(reuters)

Chi è Mladic, il boia d'Europa che firmò l'orrore di Srebrenica

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Il tribunale internazionale dell'Aia ha condannato all'ergastolo il serbo di Bosnia responsabile del massacro di civili nell'enclave musulmana durante la guerra della ex Jugoslavia. Una carriera criminale, dalla lunga latitanza protetta alla celebre carezza al ragazzo. Fino all'urlo ai giudici
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Ha usato, fino all'ultimo, tutti i cavilli legali a disposizione di un vecchio malato e stanco per evitare lo scontato ergastolo. Proprio lui che decise con uno schioccar di dita migliaia di condanne a morte, ergendosi a giudice monocratico e inappellabile, diavolo sterminatore di bambini, donne e uomini, nella furia distruttrice di un potere assoluto su un gruppo nazionale, i musulmani di Bosnia, che considerava esseri inferiori. Solo quando ha capito che il tempo era scaduto, che il tribunale dell'Aia non avrebbe tergiversato oltre, si è liberato dello schermo dei due infarti, dell'ipertensione, degli acciacchi di un uomo di 74 anni, per tornare a essere, solo per pochi secondi, il generale Ratko Mladic, quello che si mostrava alle telecamere mentre faceva bodybuilding al fronte con un'asta di ferro e due blocchi di cemento ai lati, quello che ordinava agli artiglieri di "stirare la mente" con una tempesta di bombe agli abitanti della Sarajevo assedi…
Ha usato, fino all'ultimo, tutti i cavilli legali a disposizione di un vecchio malato e stanco per evitare lo scontato ergastolo. Proprio lui che decise con uno schioccar di dita migliaia di condanne a morte, ergendosi a giudice monocratico e inappellabile, diavolo sterminatore di bambini, donne e uomini, nella furia distruttrice di un potere assoluto su un gruppo nazionale, i musulmani di Bosnia, che considerava esseri inferiori. Solo quando ha capito che il tempo era scaduto, che il tribunale dell'Aia non avrebbe tergiversato oltre, si è liberato dello schermo dei due infarti, dell'ipertensione, degli acciacchi di un uomo di 74 anni, per tornare a essere, solo per pochi secondi, il generale Ratko Mladic, quello che si mostrava alle telecamere mentre faceva bodybuilding al fronte con un'asta di ferro e due blocchi di cemento ai lati, quello che ordinava agli artiglieri di "stirare la mente" con una tempesta di bombe agli abitanti della Sarajevo assediata, quello che si sentiva investito della missione divina assegnata al suo "popolo celeste", il popolo serbo, di fermare l'Islam nei Balcani.

Si è allora alzato dalla sedia dell'imputato e ha inveito contro la Corte. Ma era l'abbaiare alla luna di un pensionato in giacca e cravatta, senza armate e senza artiglieria, e sono bastati due poliziotti per ridurlo all'impotenza. Lo hanno accompagnato in una sala attigua dove ha ascoltato la sentenza. Carcere a vita per una serie di reati che sono il concentrato del male: crimini contro l'umanità, crimini di guerra. Soprattutto il genocidio consumato a Srebrenica l'11 luglio del 1995, 27 anni fa, 8372 morti accertati (12000 secondo i musulmani), gettati nelle fosse comuni con i bulldozer con un colpo alla nuca. Il più grave massacro in Europa dopo la Seconda guerra mondiale, perpetrato con metodi simili a quelli nazisti. Mladic toccò quel giorno l'apice della potenza e l'inizio del declino. Nell'enclave che doveva essere protetta dalle Nazioni Unite trattava da sudditi i caschi blu olandesi, muti testimoni e dunque complici della carneficina, come un dio feroce separava i sommersi (tutti i maschi dai 14 anni in su) dai salvati (donne, vecchi, bambini). Ingannava circa le sue intenzioni con la carezza a un ragazzo biondo in prima fila in un'ignobile rappresentazione del giudizio universale: la carezza del boia.

Il conflitto finì quattro mesi dopo. Nel tempo di pace i politici dovevano sbarazzarsi di tutti i Ratko (significa "Guerriero" in serbo) troppo ingombranti. Almeno in apparenza. Per Mladic cominciò una latitanza protetta non solo dai suoi soldati fedeli, ma da un apparato complice, ostaggio del sogno della Grande Serbia, che lo considerava un eroe. Fu segnalato nei monasteri ortodossi, nelle caserme dell'esercito. Sugli spalti dello stadio, nel 2000, per una partita Serbia-Cina. In un ristorante di Belgrado dove cenò per sfida a pochi tavoli da Carla Del Ponte, allora procuratrice del tribunale dell'Aia, che gli dava la caccia. Persino a Sarajevo dove avrebbe ballato con la moglie Bosiljka durante un matrimonio.

Tutto finì quando la Serbia dovette considerare che la sua protezione era un prezzo troppo alto da pagare. L'alternativa era consegnarlo o scordarsi il processo per entrare in Europa. Il 26 maggio del 2011 fu catturato a Lazarevo, Serbia centrale. Poco prima, tra il 2008 e il 2010, durante due perquisizioni a casa della moglie, erano stati ritrovati i suoi 18 diari per complessive 4mila pagine. Aveva annotato meticolosamente incontri, riunioni, pensieri che lo inchioderanno alle sue responsabilità. Anche la speranza di cavarsela con la corruzione: "Se tutto è in vendita perché non potremmo comprare Bill Clinton?". Uno dei diari aveva pagine strappate: quelle dei giorni di Srebrenica.

Sull'ex capo di Stato maggiore di serbi di Bosnia, ora cala il sipario. Non potrà, nemmeno con se stesso, considerare un'attenuante il fatto di essere rimasto orfano a due anni perché il padre fu ucciso dagli ustascia, episodio che lo porterà a odiare i croati e i musulmani. E dovrà sopportare il rimorso del suicidio (1994) dell'amata figlia Ana. Forse per vergogna del padre, forse per la morte in combattimento dei fidanzato di cui riteneva responsabile lo stesso padre.

Ascolta l'audio di questo articolo letto dall'autore, Gigi Riva

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