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(afp)

Il colpo di teatro del generale ustascia: “Muoio da innocente”

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Il croato-bosniaco Praljak, regista, tre lauree, viene condannato a 20 anni per crimini di guerra. E nell'aula dell'Aia si suicida bevendo il veleno
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Meglio darsi la morte, come tanti gerarchi nazisti e lo stesso fuehrer. Come Hermann Goering a Norimberga dopo la condanna. Ma in uno scenario dove non si respira l'atmosfera grave di fine epoca e dove l'immagine è sghemba: una Corte di giudici placidi, niente militari in divisa e un pubblico di giacche e cravatte a fare da contraltare all'atto estremo del nonno incattivito, bianco di barba e di capelli, che lancia strali ai giudici e beve il veleno. Slobodan Praljak, 72 anni, generale croato-bosniaco, ma in una vita precedente trilaureato in ingegneria, sociologia e filosofia, scrittore, regista televisivo e di teatro, ha messo in scena il suicidio a favore di telecamera dopo la pronuncia della condanna a 20 anni che gli ha inflitto il Tribunale dell'Aia.

Il veleno che ha ingerito gli ha lasciato il tempo per gridare in collera il succinto testamento: "Non sono un criminale". L'autocertificazione per chi ci vorrà credere contro la montagna…
Meglio darsi la morte, come tanti gerarchi nazisti e lo stesso fuehrer. Come Hermann Goering a Norimberga dopo la condanna. Ma in uno scenario dove non si respira l'atmosfera grave di fine epoca e dove l'immagine è sghemba: una Corte di giudici placidi, niente militari in divisa e un pubblico di giacche e cravatte a fare da contraltare all'atto estremo del nonno incattivito, bianco di barba e di capelli, che lancia strali ai giudici e beve il veleno. Slobodan Praljak, 72 anni, generale croato-bosniaco, ma in una vita precedente trilaureato in ingegneria, sociologia e filosofia, scrittore, regista televisivo e di teatro, ha messo in scena il suicidio a favore di telecamera dopo la pronuncia della condanna a 20 anni che gli ha inflitto il Tribunale dell'Aia.

Il veleno che ha ingerito gli ha lasciato il tempo per gridare in collera il succinto testamento: "Non sono un criminale". L'autocertificazione per chi ci vorrà credere contro la montagna di prove accumulate delle sue responsabilità nelle pagine tra le più nere delle guerre balcaniche degli Anni Novanta, i massacri sui musulmani perpetrati dai croati di Bosnia, il loro sogno di scardinare a colpi di pulizia etnica i confini ed unirsi alla madre patria.

Se il gesto colpisce addirittura più del suo intrinseco orrore, è perché non viviamo tempi neutri. Evoca, per associazione, un risorgente immaginario fascistoide che va, per stare solo alla cronaca più recente, dal blitz dei naziskin nella sede dei volontari di Como ai vessilli e agli slogan della buia Polonia che porta in piazza le foto con le forche degli eurodeputati. Il tutti condito da un vitalismo machista (non c'è vitalismo che non contempli la morte) che per li rami scende fino alla testata di Roberto Spada.

I primi vagiti del ritorno di un passato immondo si ebbero proprio nella ex Jugoslavia. Le malefatte serbe hanno oscurato, non cancellato, le imprese analoghe compiuto sul fronte opposto, in particolar modo in quell'Erzegovina che fu culla del movimento ustascia (Ante Pavelic era nato a Bratina), poi fattosi Stato alleato dei nazisti e i cui gerarchi continuarono a combattere per altri dieci giorni dopo che Hitler si era ammazzato nel bunker. In diversi si suicidarono, costante che ritorna, altri scelsero la via di fuga in Sudamerica. Erzegovese, di Caplijina, era anche Slobodan Praljak, di quella regione sulla quale leggenda popolare vuole che si rovesciò il sacco di pietre che Dio stava spargendo sul mondo al tempo della Creazione. Pietre, capre, e uomini dinarici, alti e duri, forgiati dalla natura inospitale: l'idealtipo del guerriero (anche Ratko Mladic, il serbo condannato all'ergastolo la scorsa settimana per Srebrenica, è originario dell'Erzegovina, ma del ramo orientale).

Era nato, Praljak, il 2 gennaio del 1945, agli sgoccioli della guerra, nel terreno più fecondo per l'ideologia della Grande Croazia, mai sopita, nemmeno in epoca titina. E ravvivata quando Zagabria ha voluto l'indipendenza, tra un tripudio di vessilli ustascia e di un pensiero che cercava, e cerca tuttora, di rivalutare uno dei peggiori regimi che la storia d'Europa ricordi.

Se aveva altri orizzonti che alludevano all'arte, Praljak si era velocemente convertito a una carriera in divisa. E del resto rimarrà insuperato il "J'accuse" di un grande scrittore e filosofo bosniaco, Dzevad Karahasan, sulle colpe degli intellettuali che avevano fomentato l'odio con le loro opere. Peccati mortali perché, fin dalle radici della nostra cultura, il mondo è stato prima detto e poi fatto, "In principio era il verbo...". Ma il suo appello per l'etica della responsabilità della letteratura è rimasto inevaso se, ad esempio, sul lato serbo fu l'Accademia di arte e scienza a scrivere il "Memorandum", che divenne pretesto teorico della carneficina.

Il suicida di ieri andò oltre. Formò un'unità combattente di artisti durante il conflitto in Croazia per poi ripiegare (sotto la regia del defunto presidente Franjo Tudjman, stando alla parte politicamente più delicata della sentenza dell'Aia) nella sua Erzegovina per favorire il ricongiungimento dei "fratelli separati". Arriverà al massimo grado di generale. Si accanirà sui civili musulmani. E compirà un altro reato simbolicamente non meno grave: il memoricidio. È lui ad aver ordinato agli artiglieri, dice sempre il verdetto olandese, l'abbattimento del ponte di Mostar, costruito nel 1557, per cancellare le tracce della presenza di un Islam dolce a ridosso del mare Adriatico. Era il 9 novembre 1993. Un 9/11 europeo, 8 anni prima di quello americano (dove si antepone il mese al giorno) e dallo stesso significato: dividiamo i popoli, torniamo tribali e col mito della razza.
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