Quinzi, il talento svanito da ricostruire
Paolo Rossi , di PAOLO ROSSINel 2013 il marchigiano classe 1996 batteva il coreano Chung, rivelazione di questi Australian Open, e il britannico Edmund, che ora si gioca la finale dello Slam contro il croato Cilic
E pensare che ce l'avremmo anche noi, un Chung italiano. In realtà ce l'abbiamo e si chiama Gianluigi Quinzi, che cinque anni fa batteva proprio il coreano, rivelazione agli Australian Open, nella finale juniores di Wimbledon. Non solo: prima s'era liberato anche di Kyle Edmund, il britannico che si giocherà la finale con il croato Cilic.
Correva l'anno 2013, e sembrava tutto un altro mondo: il marchigiano, classe 1996, aveva conquistato già il Bonfiglio, risultava essere il leader mondiale jr e, sempre in questa categoria, aveva trascinato l'Italia alla vittoria in Coppa Davis. Poi quel maledetto (viene da dire oggi) luglio, con il trionfo sui prati inglesi e la scoperta di questo mancino. "A posteriori posso dirlo: pressione e aspettative mi hanno fregato, alla fine". La legge dell'attesa, l'ansia di avere finalmente altri Pietrangeli e Panatta (ma anche Barazzutti e Bertolucci andrebbero bene) ha bruciato il talento, l'…
Correva l'anno 2013, e sembrava tutto un altro mondo: il marchigiano, classe 1996, aveva conquistato già il Bonfiglio, risultava essere il leader mondiale jr e, sempre in questa categoria, aveva trascinato l'Italia alla vittoria in Coppa Davis. Poi quel maledetto (viene da dire oggi) luglio, con il trionfo sui prati inglesi e la scoperta di questo mancino. "A posteriori posso dirlo: pressione e aspettative mi hanno fregato, alla fine". La legge dell'attesa, l'ansia di avere finalmente altri Pietrangeli e Panatta (ma anche Barazzutti e Bertolucci andrebbero bene) ha bruciato il talento, l'…
E pensare che ce l'avremmo anche noi, un Chung italiano. In realtà ce l'abbiamo e si chiama Gianluigi Quinzi, che cinque anni fa batteva proprio il coreano, rivelazione agli Australian Open, nella finale juniores di Wimbledon. Non solo: prima s'era liberato anche di Kyle Edmund, il britannico che si giocherà la finale con il croato Cilic.
Correva l'anno 2013, e sembrava tutto un altro mondo: il marchigiano, classe 1996, aveva conquistato già il Bonfiglio, risultava essere il leader mondiale jr e, sempre in questa categoria, aveva trascinato l'Italia alla vittoria in Coppa Davis. Poi quel maledetto (viene da dire oggi) luglio, con il trionfo sui prati inglesi e la scoperta di questo mancino. "A posteriori posso dirlo: pressione e aspettative mi hanno fregato, alla fine". La legge dell'attesa, l'ansia di avere finalmente altri Pietrangeli e Panatta (ma anche Barazzutti e Bertolucci andrebbero bene) ha bruciato il talento, l'ennesimo dal 1976. "Ero diventato quello che doveva vincere tutto, che tirava il dritto con lo stesso movimento di Nadal, e non ho saputo gestire bene la cosa".
Eppure la famiglia Quinzi, soprattutto con mamma Carlotta (già nazionale di pallamano), ha cercato di sottrarre il proprio ragazzo alle spire delle aspettative, di curarne la privacy con un catenaccio degno dei tempi del Trapattoni calcistico. Ma non c'è stato nulla da fare. La sindrome di Wimbledon juniores, che già aveva colpito Diego Nargiso, ha colpito nuovamente. "Per carattere, se le cose non vanno, tendo a tirarmi indietro" ha ammesso tempo fa il giovane Quinzi, ancora non guarito dai suoi dolori. La discesa è stata inesorabile: cinque allenatori cambiati, mentre tutti gli altri ragazzi che lui regolava in campo senza problemi (Kyrgios, Kokkinakis, Edmund, Chung, Ymer), crescevano secondo programmi ben pianificati. "L'errore, forse, è stato giocare troppo sulla terra rossa. Avrei dovuto insistere sul cemento". Questo è stato il primo errore, strategico più che tecnico: poi nessun tecnico è riuscito a imporre un cambio di gioco, un miglioramento dei colpi. Il dritto, in particolare.
"Eppure io sono felice per Chung, non c'è nessuna invidia. Al contrario: ci sentiamo spesso, non dico quotidianamente ma quasi. E lo stesso vale anche per Kyle: neanche loro capiscono il perché del mio stallo, e m'hanno detto che aspettano il mio ritorno ai loro livelli". Forse c'è stato un giro di boa, novembre 2017, Milano, le finali Next Gen: Quinzi, grazie alla wild card ottenuta dalla Federtennis, è riuscito a qualificarsi e ha ritrovato i suoi vecchi rivali. "Ho potuto constatare di non essere così inferiore agli altri" Quinzi, con il nuovo coach Gorietti, ha finalmente compreso di dover lavorare sull'intensità di gioco e sulla resistenza atletica. A Milano l'azzurro ha vinto il torneo dell'eleganza, poi s'è chiuso a lavorare sul campo: scomparso dai radar, è tornato con dei colpi di gioco finalmente modificati, tanto da imporsi qualche giorno fa ad Antalya, torneo Future. Certo, non uno Slam, ma Quinzi deve ricostruire tutto, evitando di guardare la sua posizione in classifica (334°). D'altronde il vero consiglio gliel'ha dato proprio Edmund: "Oggi il picco del tennis è fra i 26 e i 28 anni. Non c'è fretta, bisogna fare le cose bene per arrivare a quell'età nel miglior modo possibile". Il britannico si riferiva a se stesso, e se lo dice un amico forse converrà ascoltarlo.
Correva l'anno 2013, e sembrava tutto un altro mondo: il marchigiano, classe 1996, aveva conquistato già il Bonfiglio, risultava essere il leader mondiale jr e, sempre in questa categoria, aveva trascinato l'Italia alla vittoria in Coppa Davis. Poi quel maledetto (viene da dire oggi) luglio, con il trionfo sui prati inglesi e la scoperta di questo mancino. "A posteriori posso dirlo: pressione e aspettative mi hanno fregato, alla fine". La legge dell'attesa, l'ansia di avere finalmente altri Pietrangeli e Panatta (ma anche Barazzutti e Bertolucci andrebbero bene) ha bruciato il talento, l'ennesimo dal 1976. "Ero diventato quello che doveva vincere tutto, che tirava il dritto con lo stesso movimento di Nadal, e non ho saputo gestire bene la cosa".
Eppure la famiglia Quinzi, soprattutto con mamma Carlotta (già nazionale di pallamano), ha cercato di sottrarre il proprio ragazzo alle spire delle aspettative, di curarne la privacy con un catenaccio degno dei tempi del Trapattoni calcistico. Ma non c'è stato nulla da fare. La sindrome di Wimbledon juniores, che già aveva colpito Diego Nargiso, ha colpito nuovamente. "Per carattere, se le cose non vanno, tendo a tirarmi indietro" ha ammesso tempo fa il giovane Quinzi, ancora non guarito dai suoi dolori. La discesa è stata inesorabile: cinque allenatori cambiati, mentre tutti gli altri ragazzi che lui regolava in campo senza problemi (Kyrgios, Kokkinakis, Edmund, Chung, Ymer), crescevano secondo programmi ben pianificati. "L'errore, forse, è stato giocare troppo sulla terra rossa. Avrei dovuto insistere sul cemento". Questo è stato il primo errore, strategico più che tecnico: poi nessun tecnico è riuscito a imporre un cambio di gioco, un miglioramento dei colpi. Il dritto, in particolare.
"Eppure io sono felice per Chung, non c'è nessuna invidia. Al contrario: ci sentiamo spesso, non dico quotidianamente ma quasi. E lo stesso vale anche per Kyle: neanche loro capiscono il perché del mio stallo, e m'hanno detto che aspettano il mio ritorno ai loro livelli". Forse c'è stato un giro di boa, novembre 2017, Milano, le finali Next Gen: Quinzi, grazie alla wild card ottenuta dalla Federtennis, è riuscito a qualificarsi e ha ritrovato i suoi vecchi rivali. "Ho potuto constatare di non essere così inferiore agli altri" Quinzi, con il nuovo coach Gorietti, ha finalmente compreso di dover lavorare sull'intensità di gioco e sulla resistenza atletica. A Milano l'azzurro ha vinto il torneo dell'eleganza, poi s'è chiuso a lavorare sul campo: scomparso dai radar, è tornato con dei colpi di gioco finalmente modificati, tanto da imporsi qualche giorno fa ad Antalya, torneo Future. Certo, non uno Slam, ma Quinzi deve ricostruire tutto, evitando di guardare la sua posizione in classifica (334°). D'altronde il vero consiglio gliel'ha dato proprio Edmund: "Oggi il picco del tennis è fra i 26 e i 28 anni. Non c'è fretta, bisogna fare le cose bene per arrivare a quell'età nel miglior modo possibile". Il britannico si riferiva a se stesso, e se lo dice un amico forse converrà ascoltarlo.