PYEONGCHANG. La messa dello sport è finita, andiamo in pace. Addio Corea, capace di unificarsi sul ghiaccio, il resto si sbrinerà più avanti. Ma i venti di guerra sono più lontani e nel cielo il tigrotto bianco si scompone e diventa un cuore che si illumina. Lo sport serve a perdersi e a ritrovarsi. Non è una metafora: un paese diviso in due dal '53, senza nessun rapporto tranne un confine, riprende a giocare insieme a hockey, e pazienza se perde, ma in fondo tornare a parlarsi significa anche vincere. L'austriaca Teresa Stadlober, poco vispa, nella 30 km di fondo a tecnica classica, si perde a 7 km dall'arrivo, quando è seconda, "Non ha capito che dovevo girare a sinistra, ho preso il tracciato sbagliato e sono arrivata nona".
Non sbaglia Ivanka Trump, allo stadio con la giacca della squadra americana, seduta un paio di posti davanti al nemico, al generale Kim Yong-chol, che ha fatto sapere al presidente del sud, Moon J…
Non sbaglia Ivanka Trump, allo stadio con la giacca della squadra americana, seduta un paio di posti davanti al nemico, al generale Kim Yong-chol, che ha fatto sapere al presidente del sud, Moon J…
PYEONGCHANG. La messa dello sport è finita, andiamo in pace. Addio Corea, capace di unificarsi sul ghiaccio, il resto si sbrinerà più avanti. Ma i venti di guerra sono più lontani e nel cielo il tigrotto bianco si scompone e diventa un cuore che si illumina. Lo sport serve a perdersi e a ritrovarsi. Non è una metafora: un paese diviso in due dal '53, senza nessun rapporto tranne un confine, riprende a giocare insieme a hockey, e pazienza se perde, ma in fondo tornare a parlarsi significa anche vincere. L'austriaca Teresa Stadlober, poco vispa, nella 30 km di fondo a tecnica classica, si perde a 7 km dall'arrivo, quando è seconda, "Non ha capito che dovevo girare a sinistra, ho preso il tracciato sbagliato e sono arrivata nona".
Non sbaglia Ivanka Trump, allo stadio con la giacca della squadra americana, seduta un paio di posti davanti al nemico, al generale Kim Yong-chol, che ha fatto sapere al presidente del sud, Moon Jae-in che la Corea del Nord è disponibile al colloquio con gli Usa. Insomma, oltre i musi duri, le sanzioni economiche varate dagli Usa, la reazione di Pyongyang che la condanna come "atto di guerra", si può trattare. Basta poi non dire che la politica non c'entra con lo sport. 19 giorni di gare, 2.920 atleti sono serviti anche a questo: ai Giochi della Pace e dei nuovi orizzonti. Che per Thomas Bach, presidente del Cio, "sono anche quelli della tecnologia che ha permesso al mondo di guardare le Olimpiadi su varie piattaforme".
È la notte degli addii: con Carolina Kostner, portabandiera azzurra, ma dove l'eroina è stata Arianna Fontana, oro nello short-track, portata sulle spalle dai compagni, e molto citata dalla tv coreana che con ammirazione continuava ripetere il suo nome. Tra musica elettronica, arrivederci a Pechino 2022, selfie di Bach con Vonn, Fourcade, e con il tongano a torso nudo, campione di niente, Pita Taufatofua (ma non ce l'ha una maglia nel guardaroba?), si chiude con il chiasso della maxi-discoteca. Neve e ghiaccio sono un mondo a parte, refrattario all'universalità, ma il futuro porta a qualche apertura. Leader è la Norvegia, prima con 14 ori, 14 argenti e 11 bronzi, per un totale di 39 medaglie, e grazie alla Signora del Fondo, Marit Bjøergen, che a 37 anni si prende il suo ultimo titolo e lo dedica al figlio Marius.
Ma ora la domanda è: perché il 70 per cento degli atleti norvegesi vincitori di medaglie dal '92 a oggi aveva in tasca l'esenzione per i farmaci antiasma? È l'interrogativo sollevato dal giornalista e documentarista tedesco Hajo Seppelt, già autore dell'inchiesta sul doping di stato russo, in un servizio realizzato con la rete svedese Svt. La delegazione norvegese avrebbe portato in Corea circa 6.000 dosi di farmaci contro l'asma, una quantità dieci volte superiore, da quella dichiarata dalla vicina Finlandia. Possibile che atleti così maestosi abbiano tutti problemi bronchiali? In classifica al secondo posto c'è la Germania, davanti a Canada e Usa (in ribasso). L'Italia chiude al dodicesimo posto, alle spalle del Giappone, davanti alla Russia targata Oar che da Sochi è passata da 33 medaglie a 17 e da 13 a 2 ori. Tra i 28 paesi sul podio (due più di Sochi) c'è il primo oro dell'Ungheria, nello short-track (staffetta 5.000), il ritorno della Nuova Zelanda, assente da da 26 anni, dall'argento di Annelise Coberger nello slalom (1992).
I kiwi ringraziano due millenial: Zoi Sadowski-Synnott e Nico Porteous, 16 anni entrambi, bronzo nello snowboard e nel freestyle. Sfatato il tabù dei 26 anni anche per la Spagna dove Regino Hernandez ha vinto il bronzo nello snowboardcross a un centesimo dall'australiano Jarryd Hughes. In un mondo senza frontiere la coppia tedesca, oro nel pattinaggio di figura, è formata da dall'ucraina Aljona Savchenko, 34 anni e dal francese Bruno Massot, 29, che hanno nuova nazionalità (pagata) per il disturbo. Tra quattro anni si resta in Oriente, a Pechino. Sempre più convinti: fatevi una sciata non la guerra.
Non sbaglia Ivanka Trump, allo stadio con la giacca della squadra americana, seduta un paio di posti davanti al nemico, al generale Kim Yong-chol, che ha fatto sapere al presidente del sud, Moon Jae-in che la Corea del Nord è disponibile al colloquio con gli Usa. Insomma, oltre i musi duri, le sanzioni economiche varate dagli Usa, la reazione di Pyongyang che la condanna come "atto di guerra", si può trattare. Basta poi non dire che la politica non c'entra con lo sport. 19 giorni di gare, 2.920 atleti sono serviti anche a questo: ai Giochi della Pace e dei nuovi orizzonti. Che per Thomas Bach, presidente del Cio, "sono anche quelli della tecnologia che ha permesso al mondo di guardare le Olimpiadi su varie piattaforme".
È la notte degli addii: con Carolina Kostner, portabandiera azzurra, ma dove l'eroina è stata Arianna Fontana, oro nello short-track, portata sulle spalle dai compagni, e molto citata dalla tv coreana che con ammirazione continuava ripetere il suo nome. Tra musica elettronica, arrivederci a Pechino 2022, selfie di Bach con Vonn, Fourcade, e con il tongano a torso nudo, campione di niente, Pita Taufatofua (ma non ce l'ha una maglia nel guardaroba?), si chiude con il chiasso della maxi-discoteca. Neve e ghiaccio sono un mondo a parte, refrattario all'universalità, ma il futuro porta a qualche apertura. Leader è la Norvegia, prima con 14 ori, 14 argenti e 11 bronzi, per un totale di 39 medaglie, e grazie alla Signora del Fondo, Marit Bjøergen, che a 37 anni si prende il suo ultimo titolo e lo dedica al figlio Marius.
Ma ora la domanda è: perché il 70 per cento degli atleti norvegesi vincitori di medaglie dal '92 a oggi aveva in tasca l'esenzione per i farmaci antiasma? È l'interrogativo sollevato dal giornalista e documentarista tedesco Hajo Seppelt, già autore dell'inchiesta sul doping di stato russo, in un servizio realizzato con la rete svedese Svt. La delegazione norvegese avrebbe portato in Corea circa 6.000 dosi di farmaci contro l'asma, una quantità dieci volte superiore, da quella dichiarata dalla vicina Finlandia. Possibile che atleti così maestosi abbiano tutti problemi bronchiali? In classifica al secondo posto c'è la Germania, davanti a Canada e Usa (in ribasso). L'Italia chiude al dodicesimo posto, alle spalle del Giappone, davanti alla Russia targata Oar che da Sochi è passata da 33 medaglie a 17 e da 13 a 2 ori. Tra i 28 paesi sul podio (due più di Sochi) c'è il primo oro dell'Ungheria, nello short-track (staffetta 5.000), il ritorno della Nuova Zelanda, assente da da 26 anni, dall'argento di Annelise Coberger nello slalom (1992).
I kiwi ringraziano due millenial: Zoi Sadowski-Synnott e Nico Porteous, 16 anni entrambi, bronzo nello snowboard e nel freestyle. Sfatato il tabù dei 26 anni anche per la Spagna dove Regino Hernandez ha vinto il bronzo nello snowboardcross a un centesimo dall'australiano Jarryd Hughes. In un mondo senza frontiere la coppia tedesca, oro nel pattinaggio di figura, è formata da dall'ucraina Aljona Savchenko, 34 anni e dal francese Bruno Massot, 29, che hanno nuova nazionalità (pagata) per il disturbo. Tra quattro anni si resta in Oriente, a Pechino. Sempre più convinti: fatevi una sciata non la guerra.