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 Catherine Bertone 

Catherine Bertone: “Mamma, atleta e pediatra posso allenarmi solo in ferie”

“L'aspettativa non retribuita mi è stata negata. Faccio il turno di notte, preparo le bimbe e vado a correre. Così andrò agli Europei”
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Dovrebbe correre e allenarsi per gli Europei. È l’azzurra con il miglior tempo, 2h 28’ 34”, ottenuto nel 2017. In un altro Paese sarebbe l’immagine vincente di una donna normale, ambiziosa nel lavoro e nello sport, ma in Italia è una donna in punizione, una che vuole troppo, tutto. La scelta di Catherine Bertone è semplice: nessuna rinuncia. Mamma, pediatra, maratoneta. Una dottoressa runner, un’atleta, non professionista, né militare. Un marito, due figlie, Emilie e Corinne, 8 e 12 anni, un lavoro al Pronto Soccorso di Aosta. Ma Catherine per allenarsi e gareggiare si mette in ferie, perché la sua azienda non le concede di allontanarsi. 

Catherine spieghi lei.
"Sono pediatra, ad agosto a Berlino ci sono gli Europei di atletica, sono stata selezionata, e ho chiesto all’Usl della Val d’Aosta un’aspettativa non retribuita, la risposta è stata no, non sanno come sostituirmi. Ho domandato …
Dovrebbe correre e allenarsi per gli Europei. È l’azzurra con il miglior tempo, 2h 28’ 34”, ottenuto nel 2017. In un altro Paese sarebbe l’immagine vincente di una donna normale, ambiziosa nel lavoro e nello sport, ma in Italia è una donna in punizione, una che vuole troppo, tutto. La scelta di Catherine Bertone è semplice: nessuna rinuncia. Mamma, pediatra, maratoneta. Una dottoressa runner, un’atleta, non professionista, né militare. Un marito, due figlie, Emilie e Corinne, 8 e 12 anni, un lavoro al Pronto Soccorso di Aosta. Ma Catherine per allenarsi e gareggiare si mette in ferie, perché la sua azienda non le concede di allontanarsi. 

Catherine spieghi lei.
"Sono pediatra, ad agosto a Berlino ci sono gli Europei di atletica, sono stata selezionata, e ho chiesto all’Usl della Val d’Aosta un’aspettativa non retribuita, la risposta è stata no, non sanno come sostituirmi. Ho domandato il part-time, ho ottenuto 32 ore al posto di 38, non un granché. Vorrei partecipare ai raduni, avere forze per allenarmi di più, ma ho consumato tutti i miei giorni. In Italia la mentalità è questa: lo sport è un passatempo, uno sfizio, anche se corri 42 chilometri e mezzo, sembri una che si diverte ad andare al parrucchiere". 

Lei ha 46 anni. 
"Sono un’atleta tardiva, e allora? Sono nata a Bursa, in Turchia, da papà torinese, che lavorava per la sezione estera della Fiat, e mamma francese, bretone di Saint-Malo. L’infanzia l’ho passata con la famiglia a Belo Horizonte, in Brasile, a 8 anni sono tornata in Italia, mi sono laureata in medicina a Torino, specializzata in malattie infettive. Correvo per passione, anche nel tragitto per andare a lavoro, il salto di qualità l’ho fatto nel 2011 dopo la seconda figlia, ora sono tesserata per l’Atletica Sandro Calvesi. All’ospedale sostengono che non mi possono sostituire perché sono a corto di personale, molti medici sono andati in pensione, sai che novità, era ampiamente prevedibile, mica sono diventati vecchi all’improvviso. Ma in Italia non si programma mai niente, si è sempre in emergenza". 

Quindi lei come fa?
"Mi adatto, faccio il turno di notte, dalle 20 alle 8, così poi posso allenarmi, oppure mi sveglio alle 6,30 per preparare le bimbe, poi vado a correre, e subito dopo al lavoro, spesso mangio lì, perchè non ho tempo. Gli effetti collaterali? Ho sempre sonno, crollo appena vedo una poltrona, quando sono riuscita ad andare in ritiro con la Nazionale mi sembrava un sogno, chiaro che la performance migliora se si viene messi in condizione di dare di più. Io però non posso riposarmi, corro sempre da una parte all’altra".
 
Ha ricevuto solidarietà?
"Non vado in giro a chiederla. Dalla mia esperienza all’estero ho imparato ad adattarmi, a vedere i lati postivi, parlo tre lingue, non chiedo vantaggi, ma nemmeno svantaggi. Il Brasile mi ha insegnato a essere felice con poco. Comunque sì, le infermiere mi appoggiano, mi fanno i complimenti, dicono che ho una grande bella testa".

E gli uomini?
"Il commento maschile è: visto che è così brava, che continui così, perché cambiare? Però, ecco, non ho più intenzione di fare da testimonial alla mia azienda. Io mi occupo di diabete infantile e l’anno scorso in un camp mi sono portata un gruppo di ragazzi, affetti dal tipo 1, e alla fine tre di loro si sono iscritti a una società sportiva, un ottimo risultato. Ma ora non vedo perché collaborare con un’azienda che mi penalizza".

Invece di...?
"Essere contenta di avere una dottoressa che con tutto il rispetto non va in crociera, ma si mette a correre su strada e ottiene anche risultati. A Rio mi sono piazzata 25ª, potrei essere un buon esempio. Ci tengo al mio lavoro, non chiedo di essere pagata, ma vorrei almeno la possibilità di gareggiare ad armi pari e non facendo sempre i salti mortali". 

Le sue figlie cosa dicono?
"Sono appassionate di sci di fondo. Chiedono l’autografo a Federico Pellegrino. Perché non a me? ho chiesto. Perché tu sei la mamma".