La rincorsa di Messi a Cristiano Ronaldo, Argentina incatenata al suo re
Emanuela Audisio , di EMANUELA AUDISIOOggi alle 15 il debutto contro l'Islanda. Tre Mondiali deludenti. L'ossessione per la nazionale e per l’eterno rivale. Il ct Sampaoli gli ha cucito addosso la squadra: “Ha il grilletto puntato alla tempia”
MOSCA. Ora o mai più. Al quarto Mondiale, Leo Messi a 31 anni ci riprova. Né per soldi, né per fama. Con 94 milioni di euro è il secondo sportivo più pagato del mondo e con 5 Palloni d’oro, 9 scudetti e 4 Champions non gli mancano i riconoscimenti. Bene anche la vita privata, moglie e tre figli, ville e proprietà ovunque (peccato per l’evasione fiscale).
Ma in Argentina dal capitano vogliono di più, anzi altro, il primo posto nel mondo, e quello in tre Mondiali lui non è mai riuscito a darglielo. Si è detto di tutto: incompatibilità caratteriale (non è un leader), agonistica (assente quando il gioco si fa duro), tecnica (è cresciuto al Barcellona, in Europa, e non nell’Argentina macha). Tre diversi allenatori mondiali: Pekerman, Maradona, Sabella. Con l’ultimo è andato in finale, ma si è trascinato in campo, vomitando un po’ qui e un po’ là.
Pi…
Ma in Argentina dal capitano vogliono di più, anzi altro, il primo posto nel mondo, e quello in tre Mondiali lui non è mai riuscito a darglielo. Si è detto di tutto: incompatibilità caratteriale (non è un leader), agonistica (assente quando il gioco si fa duro), tecnica (è cresciuto al Barcellona, in Europa, e non nell’Argentina macha). Tre diversi allenatori mondiali: Pekerman, Maradona, Sabella. Con l’ultimo è andato in finale, ma si è trascinato in campo, vomitando un po’ qui e un po’ là.
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MOSCA. Ora o mai più. Al quarto Mondiale, Leo Messi a 31 anni ci riprova. Né per soldi, né per fama. Con 94 milioni di euro è il secondo sportivo più pagato del mondo e con 5 Palloni d’oro, 9 scudetti e 4 Champions non gli mancano i riconoscimenti. Bene anche la vita privata, moglie e tre figli, ville e proprietà ovunque (peccato per l’evasione fiscale).
Ma in Argentina dal capitano vogliono di più, anzi altro, il primo posto nel mondo, e quello in tre Mondiali lui non è mai riuscito a darglielo. Si è detto di tutto: incompatibilità caratteriale (non è un leader), agonistica (assente quando il gioco si fa duro), tecnica (è cresciuto al Barcellona, in Europa, e non nell’Argentina macha). Tre diversi allenatori mondiali: Pekerman, Maradona, Sabella. Con l’ultimo è andato in finale, ma si è trascinato in campo, vomitando un po’ qui e un po’ là.
Più una larva che una pulce. Ha anche provato a tirarsi fuori nel 2016 dopo aver fallito un rigore: «Ya está, se terminó la Selección para mí». Traduzione «Non vinco mai, basta». Anche lui deluso da sé stesso: tre finali perse con la maglia della nazionale, una ai Mondiali nel 2014 (contro la Germania) e due in Coppa America nel 2015 e 2016 (entrambe le volte ai rigori contro il Cile).
La sua Argentina che non vince dall’86 non l’aiuta, anzi gli stringe il cappio al collo. Il nuovo ct Sampaoli (ex Siviglia) è stato sincero: «Ha il grilletto puntato alla tempia». Per poi aggiungere: «Non è la mia squadra, è quella di Leo». E fare ieri una diplomatica marcia indietro: «Non è il Mondiale di Messi, vogliamo che lui sfrutti tutto il campo da gioco, è in forma e non penso che sia sotto pressione. Dybala e Messi insieme in campo? Bisogna aspettare il momento giusto».
Il ct per mandare in orbita Messi ha cambiato spesso sistema e giocatori, alla ricerca di un collettivo che possa esaltare il suo numero dieci. Oggi la squadra ha quattro debuttanti al Mondiale, ma nessuno sotto i 25 anni. Messi è stato chiaro: «Se non vinco sarà giusto lasciare la nazionale». Altro che lamento di Portnoy: se va male, non gioco più, fine di ogni illusione.
Ma c’è anche da dire che l’Argentina nelle qualificazioni mondiali non ha trovato altre controfigure: o Messi o niente. Non c’è giocatore più radiografato, gli contano tutto, per dire che in ogni azione della squadra lui c’è, ma alla fine ai mondiali 5 gol in 15 partite e niente Coppa. E in tutto 124 convocazioni e 64 reti. Quest’anno con il Barcellona è andato a segno 45 volte.
All’Argentina fa piacere dire che Leo per non sfiancarsi troppo in vista della Russia ha cambiato modo di giocare nel Barcellona: meno scatti e cambi improvvisi di velocità. Insomma, si sarebbe risparmiato per la patria. A loro piace pensarla così. Però è vero che le condizioni di papà Messi sono buone, a maggio l’ultima visita a Sacile dal suo nutrizionista Giuliano Poser.
Oggi non gli farà paura lo scontro inedito con l’Islanda, paese per la prima volta ai mondiali, 480 mila pecore e 329 mila abitanti, giocatori con il doppio lavoro, un portiere Halldorsson che fa il regista (televisivo) e un ct Heimir Hallgrimsson, fiero di fare il dentista. E nemmeno Diego Armando Maradona, appena arrivato, e già generoso di dichiarazioni: «Sampaoli è incapace, non sa né difendere e né attaccare, Messi è un fenomeno a prescindere se vince o no il Mondiale. Ve lo dice uno che ci capisce».
Il fenomeno con l’Islanda ha la strada in discesa e nessuna previsione di temporale. Non darsi più altre possibilità significa avere accettato l’idea che i sogni hanno una scadenza. Intanto l’altro, il nemico Ronaldo, l’ha buttata dentro tre volte nel suo quarto mondiale (come Pelé, Seeler, Klose). Per cui oggi a Messi gli tocca trapanare la squadra del dentista.
Ma in Argentina dal capitano vogliono di più, anzi altro, il primo posto nel mondo, e quello in tre Mondiali lui non è mai riuscito a darglielo. Si è detto di tutto: incompatibilità caratteriale (non è un leader), agonistica (assente quando il gioco si fa duro), tecnica (è cresciuto al Barcellona, in Europa, e non nell’Argentina macha). Tre diversi allenatori mondiali: Pekerman, Maradona, Sabella. Con l’ultimo è andato in finale, ma si è trascinato in campo, vomitando un po’ qui e un po’ là.
Più una larva che una pulce. Ha anche provato a tirarsi fuori nel 2016 dopo aver fallito un rigore: «Ya está, se terminó la Selección para mí». Traduzione «Non vinco mai, basta». Anche lui deluso da sé stesso: tre finali perse con la maglia della nazionale, una ai Mondiali nel 2014 (contro la Germania) e due in Coppa America nel 2015 e 2016 (entrambe le volte ai rigori contro il Cile).
La sua Argentina che non vince dall’86 non l’aiuta, anzi gli stringe il cappio al collo. Il nuovo ct Sampaoli (ex Siviglia) è stato sincero: «Ha il grilletto puntato alla tempia». Per poi aggiungere: «Non è la mia squadra, è quella di Leo». E fare ieri una diplomatica marcia indietro: «Non è il Mondiale di Messi, vogliamo che lui sfrutti tutto il campo da gioco, è in forma e non penso che sia sotto pressione. Dybala e Messi insieme in campo? Bisogna aspettare il momento giusto».
Il ct per mandare in orbita Messi ha cambiato spesso sistema e giocatori, alla ricerca di un collettivo che possa esaltare il suo numero dieci. Oggi la squadra ha quattro debuttanti al Mondiale, ma nessuno sotto i 25 anni. Messi è stato chiaro: «Se non vinco sarà giusto lasciare la nazionale». Altro che lamento di Portnoy: se va male, non gioco più, fine di ogni illusione.
Ma c’è anche da dire che l’Argentina nelle qualificazioni mondiali non ha trovato altre controfigure: o Messi o niente. Non c’è giocatore più radiografato, gli contano tutto, per dire che in ogni azione della squadra lui c’è, ma alla fine ai mondiali 5 gol in 15 partite e niente Coppa. E in tutto 124 convocazioni e 64 reti. Quest’anno con il Barcellona è andato a segno 45 volte.
All’Argentina fa piacere dire che Leo per non sfiancarsi troppo in vista della Russia ha cambiato modo di giocare nel Barcellona: meno scatti e cambi improvvisi di velocità. Insomma, si sarebbe risparmiato per la patria. A loro piace pensarla così. Però è vero che le condizioni di papà Messi sono buone, a maggio l’ultima visita a Sacile dal suo nutrizionista Giuliano Poser.
Oggi non gli farà paura lo scontro inedito con l’Islanda, paese per la prima volta ai mondiali, 480 mila pecore e 329 mila abitanti, giocatori con il doppio lavoro, un portiere Halldorsson che fa il regista (televisivo) e un ct Heimir Hallgrimsson, fiero di fare il dentista. E nemmeno Diego Armando Maradona, appena arrivato, e già generoso di dichiarazioni: «Sampaoli è incapace, non sa né difendere e né attaccare, Messi è un fenomeno a prescindere se vince o no il Mondiale. Ve lo dice uno che ci capisce».
Il fenomeno con l’Islanda ha la strada in discesa e nessuna previsione di temporale. Non darsi più altre possibilità significa avere accettato l’idea che i sogni hanno una scadenza. Intanto l’altro, il nemico Ronaldo, l’ha buttata dentro tre volte nel suo quarto mondiale (come Pelé, Seeler, Klose). Per cui oggi a Messi gli tocca trapanare la squadra del dentista.