Cissé, il rasta d'Africa per un calcio identitario
Emanuela Audisio , di EMANUELA AUDISIOIl senegalese è l'unico allenatore africano e nero del Mondiale. E anche il più giovane: 42 anni. “Ma il calcio è universale e le discussioni sul colore della pelle non m'interessano”
MOSCA - Oggi sulla panchina del Senegal tocca lui, Aliou Cissé, trecce rasta e occhialetti, unico allenatore africano e nero di questo Mondiale. E anche il più giovane, 42 anni. Ma lui se ne sbatte: «Il calcio è universale e le discussioni sul colore della pelle non m’interessano».
Dopo 16 anni il Senegal (Segnale, anagramma di Mura) è per la seconda volta ai Mondiali. E Cissé nel 2002 c’era: capitano in quella nazionale che diede spettacolo (1-0 alla Francia campione) e che conquistò i quarti, seconda africana a riuscirci dopo il Camerun nel ’90. Ma non sarà solo: «Ci sarà Bruno con noi, che ci guarda all’alto. Non posso dimenticare quello che ha fatto per il nostro calcio. Sento il suo sguardo che ci darà energia. Quella squadra, molto sua, ha fatto un pezzo di storia, ora tocca a noi. Non abbiamo nessun complesso di inferiorità, giocheremo con la nostra identità a…
Dopo 16 anni il Senegal (Segnale, anagramma di Mura) è per la seconda volta ai Mondiali. E Cissé nel 2002 c’era: capitano in quella nazionale che diede spettacolo (1-0 alla Francia campione) e che conquistò i quarti, seconda africana a riuscirci dopo il Camerun nel ’90. Ma non sarà solo: «Ci sarà Bruno con noi, che ci guarda all’alto. Non posso dimenticare quello che ha fatto per il nostro calcio. Sento il suo sguardo che ci darà energia. Quella squadra, molto sua, ha fatto un pezzo di storia, ora tocca a noi. Non abbiamo nessun complesso di inferiorità, giocheremo con la nostra identità a…
MOSCA - Oggi sulla panchina del Senegal tocca lui, Aliou Cissé, trecce rasta e occhialetti, unico allenatore africano e nero di questo Mondiale. E anche il più giovane, 42 anni. Ma lui se ne sbatte: «Il calcio è universale e le discussioni sul colore della pelle non m’interessano».
Dopo 16 anni il Senegal (Segnale, anagramma di Mura) è per la seconda volta ai Mondiali. E Cissé nel 2002 c’era: capitano in quella nazionale che diede spettacolo (1-0 alla Francia campione) e che conquistò i quarti, seconda africana a riuscirci dopo il Camerun nel ’90. Ma non sarà solo: «Ci sarà Bruno con noi, che ci guarda all’alto. Non posso dimenticare quello che ha fatto per il nostro calcio. Sento il suo sguardo che ci darà energia. Quella squadra, molto sua, ha fatto un pezzo di storia, ora tocca a noi. Non abbiamo nessun complesso di inferiorità, giocheremo con la nostra identità africana».
Bruno è Metsu, ex ct, morto per un tumore a 59 anni nel 2013. Aveva gli occhi azzurri, i capelli ricci lunghi, lo chiamavano “lo stregone bianco”, veniva dalla Francia del nord, da Couedekerque, vicino alla frontiera belga, e prima di trovare la strada nel calcio aveva lavorato come portuale. Con i giocatori non si comportava da poliziotto (lui diceva flic), li lasciava giocare a braccio di ferro fino alle tre di notte perché come Karen Blixen quella era la sua Africa, tanto che aveva abbracciato l’Islam con il nome di Abdou Karim, e sposato una ragazza senegalese, Rokhaya N’Diaye.
Si sentiva uno di loro, questo i giocatori lo apprezzavano, e se c’era da portarsi dietro il vecchio marabout, Linguel Ngoy Mbaye, ormai cieco, con le sue foglie di eucalipto, i serpenti e le corna di bue, Metsu non faceva una piega. A lui la magia non dispiaceva. Ora quello che interessa a Cissé è raccogliere e andare avanti. «C’è una nuova generazione di tecnici, ex calciatori, che hanno il diritto di entrare a far parte della cerchia internazionale. Non parlo solo di me ma anche di Florent Ibengé, ct della Repubblica Democratica del Congo, che sta facendo un ottimo lavoro».
È una squadra che ha memoria (aiuta aver avuto un poeta come Leopold Senghor, presidente della Repubblica) visto che anche l’attaccante Sadio Mané alla vigilia della finale di Champions ha inviato 300 maglie del Liverpool nel suo villaggio a Bambali «dove nel 2005 a 13 anni vidi in tv l’incredibile successo della squadra inglese contro il Milan, anche se io tifavo Barcellona».
Non era facile sulla carta per questo Senegal, tra le poche ad avere due quasi millennial nella selezione (Waguè 19 anni, e Ismaila, 20), che però ha battuto la Polonia e ora si giocherà il passaggio agli ottavi con la Colombia, a disposizione due risultati su te.
Chissa se Bruno da lassù, seduto su un baobab, lui che aveva imparato il wolof, dirà sempre: “Thia kaname”, cioè “avanti”.
Dopo 16 anni il Senegal (Segnale, anagramma di Mura) è per la seconda volta ai Mondiali. E Cissé nel 2002 c’era: capitano in quella nazionale che diede spettacolo (1-0 alla Francia campione) e che conquistò i quarti, seconda africana a riuscirci dopo il Camerun nel ’90. Ma non sarà solo: «Ci sarà Bruno con noi, che ci guarda all’alto. Non posso dimenticare quello che ha fatto per il nostro calcio. Sento il suo sguardo che ci darà energia. Quella squadra, molto sua, ha fatto un pezzo di storia, ora tocca a noi. Non abbiamo nessun complesso di inferiorità, giocheremo con la nostra identità africana».
Bruno è Metsu, ex ct, morto per un tumore a 59 anni nel 2013. Aveva gli occhi azzurri, i capelli ricci lunghi, lo chiamavano “lo stregone bianco”, veniva dalla Francia del nord, da Couedekerque, vicino alla frontiera belga, e prima di trovare la strada nel calcio aveva lavorato come portuale. Con i giocatori non si comportava da poliziotto (lui diceva flic), li lasciava giocare a braccio di ferro fino alle tre di notte perché come Karen Blixen quella era la sua Africa, tanto che aveva abbracciato l’Islam con il nome di Abdou Karim, e sposato una ragazza senegalese, Rokhaya N’Diaye.
Si sentiva uno di loro, questo i giocatori lo apprezzavano, e se c’era da portarsi dietro il vecchio marabout, Linguel Ngoy Mbaye, ormai cieco, con le sue foglie di eucalipto, i serpenti e le corna di bue, Metsu non faceva una piega. A lui la magia non dispiaceva. Ora quello che interessa a Cissé è raccogliere e andare avanti. «C’è una nuova generazione di tecnici, ex calciatori, che hanno il diritto di entrare a far parte della cerchia internazionale. Non parlo solo di me ma anche di Florent Ibengé, ct della Repubblica Democratica del Congo, che sta facendo un ottimo lavoro».
È una squadra che ha memoria (aiuta aver avuto un poeta come Leopold Senghor, presidente della Repubblica) visto che anche l’attaccante Sadio Mané alla vigilia della finale di Champions ha inviato 300 maglie del Liverpool nel suo villaggio a Bambali «dove nel 2005 a 13 anni vidi in tv l’incredibile successo della squadra inglese contro il Milan, anche se io tifavo Barcellona».
Non era facile sulla carta per questo Senegal, tra le poche ad avere due quasi millennial nella selezione (Waguè 19 anni, e Ismaila, 20), che però ha battuto la Polonia e ora si giocherà il passaggio agli ottavi con la Colombia, a disposizione due risultati su te.
Chissa se Bruno da lassù, seduto su un baobab, lui che aveva imparato il wolof, dirà sempre: “Thia kaname”, cioè “avanti”.