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Granit Xhaka festeggia il primo gol della Svizzera alla Serbia col gesto dell'aquila simbolo della Grande Albania (ap)

I gol dei kosovari di Svizzera alla Serbia, la tempesta perfetta dei vecchi rancori

In una partita i rancori che la Vecchia Europa riversa nei campi di calcio. A favore di telecamera
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Serbia-Svizzera di venerdì è stata la tempesta perfetta geopolitica, il concentrato di tutti i dolori, rancori e cattivi umori che la Vecchia Europa riversa nei campi di calcio, a favore di telecamera, dunque a beneficio della platea mondiale. Intanto il luogo: Kaliningrad, exclave russa che si ritiene circondata dall’occidente (le Repubbliche baltiche), con gli abitanti inclini a una naturale simpatia verso i correligionari ortodossi serbi. Poi l’arbitro, Felix Brych, tedesco, del Paese cioè per due volte in guerra nel ’900 con Belgrado, e da sempre accusato di aver favorito l’implosione della ex Jugoslavia. Infine la composizione della squadra della proverbialmente neutrale Svizzera, con un allenatore di Sarajevo e zeppa di atleti albanesi originari del Kosovo, provincia serba fino al 2008 quando ebbe una controversa indipendenza peraltro non riconosciuta da cinque nazioni europee tra cui la Spagna, e da due membri del Consiglio di sicure…
Serbia-Svizzera di venerdì è stata la tempesta perfetta geopolitica, il concentrato di tutti i dolori, rancori e cattivi umori che la Vecchia Europa riversa nei campi di calcio, a favore di telecamera, dunque a beneficio della platea mondiale. Intanto il luogo: Kaliningrad, exclave russa che si ritiene circondata dall’occidente (le Repubbliche baltiche), con gli abitanti inclini a una naturale simpatia verso i correligionari ortodossi serbi. Poi l’arbitro, Felix Brych, tedesco, del Paese cioè per due volte in guerra nel ’900 con Belgrado, e da sempre accusato di aver favorito l’implosione della ex Jugoslavia. Infine la composizione della squadra della proverbialmente neutrale Svizzera, con un allenatore di Sarajevo e zeppa di atleti albanesi originari del Kosovo, provincia serba fino al 2008 quando ebbe una controversa indipendenza peraltro non riconosciuta da cinque nazioni europee tra cui la Spagna, e da due membri del Consiglio di sicurezza Onu, Russia e Cina. Una miscela esplosiva cui mancava solo il detonatore, fornito dai capricci del dio del pallone. A segnare i due gol decisivi per la Svizzera, di cui uno all’ultimo minuto, sono stati due kosovari, Xhaka e Shaqiri, i quali hanno festeggiato a modo loro, non col gesto dell’ arco e della freccia di Guglielmo Tell, ma incrociando le braccia e muovendo le mani, il volo dell’aquila, simbolo della Grande Albania, il sogno di unire tutti gli albanesi in uno Stato. Per i serbi, come una dichiarazione di guerra che seguiva le polemiche verbali pre-partita. E il mai dimenticato episodio del 2014 quando per un Serbia-Albania gli ospiti usarono un drone che trasportava sullo stadio il solito vessillo della grande Albania.

Il risultato finale sfavorevole è stato determinato, secondo il ct serbo Mladen Krstajic, da un rigore non concesso dall’arbitro tedesco, che ha scatenato il ricorso della federazione alla Fifa e una similitudine grottesca: «Solo i serbi vengono condannati sulla base di una giustizia selettiva. Prima il maledetto tribunale dell’Aja, ora nel calcio il Var». La solita attitudine vittimista di un popolo che si ritiene vessato dalla storia e non per caso celebra come festa nazionale una gloriosa sconfitta: 28 giugno 1389, quasi un anniversario, e dove?, a Kosovo Polje quando vinsero gli ottomani.

Non poteva mancare nemmeno la reazione dei leader della destra svizzera, contrariati nel vedere giocatori con la maglia elvetica fare riferimento nella gioia a miti esterni. Xhaka e Shaqiri fino all’europeo francese del 2016 avrebbero potuto optare per la neonata squadra del Kosovo, se tanto sentimento nutrivano. Non l’hanno fatto e sono arrivati al Mondiale con un’altra casacca. Il primo ha portato all’attenzione planetaria la vicenda del padre finito nelle galere jugoslave come oppositore. Il secondo il vezzo di uno scarpino con la bandiera del Kosovo disegnata.

Se la politica spesso usa lo sport, stavolta è successo il contrario. Sono stati i protagonisti dello spettacolo più bello del mondo a commettere invasione di campo. Del resto sarebbe ipocrita rivendicare l’indipendenza del calcio dalla politica. Non c’è mai stata. Stavolta c’è un salto di qualità. Gli atleti sono diventati capipopolo, partigiani di una causa. In un Vecchio Continente dove in questi tempi tristi la neutralità svizzera è un lusso. A tutti è richiesto di schierarsi. A noi spettatori resta almeno il giudizio: in questa storia eccessiva come da costume nei Balcani tutti hanno sbagliato.