MOSCA. La guerra dei Roses, ma in versione calcio. Quando ci si specchia nell’altro, per avere un’identità. La rivalità portata all’eccesso. Tu fai, io rifaccio. Tu monti, io smonto. Tutti e due già a casa. Uniti nell’onore e nel disonore. Sliding doors, però le porte non scorrono mai, e la vista è sempre quella. Cristiano e Leo. I padroni, i 10 Palloni d’oro in due, i più ricchi e i più famosi, quelli che dovevano tatuare questo Mondiale. Quelli che per avere tutto di più finiscono per non avere quello che gli manca. Messi alla porta, prego avviarsi, exit. Fuori l’Argentina di Messi che poi sua non è mai stata. Fuori il Portogallo di Ronaldo che invece si è dato più da fare, ma poco nell’ultima partita. E perché? Perché l’altro era uscito dall’orizzonte del Mondiale. E quindi mancava il confronto. Ricordate i Duellanti? Leo è gi&agrav…
MOSCA. La guerra dei Roses, ma in versione calcio. Quando ci si specchia nell’altro, per avere un’identità. La rivalità portata all’eccesso. Tu fai, io rifaccio. Tu monti, io smonto. Tutti e due già a casa. Uniti nell’onore e nel disonore. Sliding doors, però le porte non scorrono mai, e la vista è sempre quella. Cristiano e Leo. I padroni, i 10 Palloni d’oro in due, i più ricchi e i più famosi, quelli che dovevano tatuare questo Mondiale. Quelli che per avere tutto di più finiscono per non avere quello che gli manca. Messi alla porta, prego avviarsi, exit. Fuori l’Argentina di Messi che poi sua non è mai stata. Fuori il Portogallo di Ronaldo che invece si è dato più da fare, ma poco nell’ultima partita. E perché? Perché l’altro era uscito dall’orizzonte del Mondiale. E quindi mancava il confronto. Ricordate i Duellanti? Leo è già a Barcellona con la sua famiglia. Ha viaggiato per conto suo, non con il charter della squadra, come tutti gli argentini che rientravano in Europa. Cristiano alla partenza si è fermato per gli autografi, poi ha viaggiato con la nazionale fino a Lisbona, e da lì vedrà cosa scegliere. Se restare a Madrid o se trasferirsi in una altra squadra (che però dovrà pagare una clausola rescissoria). E perché se ne vuole andare? Perché l’altro guadagna di più. Solo l’altro conta.
Messi parla alla squadra, lui che rifiuta ogni ribalta, nell’intervallo con la Nigeria. Ronaldo fa anche lui la stessa cosa nell’intervallo con l’Uruguay. Messi si fa fotografare con una capra per l’acronimo Goat e l’altro si fa crescere il pizzetto, appunto da capretta. Uno si mette a fare la pubblicità delle lamette e l’altro non si rade più, gira con barba da Mosè, come a dire: vediamo un po’ a chi danno più retta? A forza di marcarsi a uomo, non sul campo, ma nella vita, a forza di avvinghiarsi all’immagine dell’altro, in una replica che dovrebbe significare io non valgo meno di te, i due se ne vanno anche a braccetto sul Viale del Tramonto del mondiale. Leo ha 31 anni, Cristiano 33. Sembra troppo da Higlander rivederli nel 2022.
Da sempre lo sport prospera sulla rivalità, sulla rispettive proiezioni della gloria, c’è chi non riesce a liberarsi dall’altro ed è continuamente informato su gesti, gol, contratti, pensieri e parole. Altri cercherebbero la liberazione, lo scioglimento di quel cordone ombelicale, per poter finalmente affermare: io esisto a prescindere da te. E invece no, loro perseverano, nel contarsi ogni respiro, nel rimpicciolire il mondo al loro angolo. Quest’anno il Pallone d’Oro andrà a chi avanzerà in questo Mondiale, a chi avrà dato più spettacolo. Loro lo volevano per toglierlo all’altro. Dovranno rassegnarsi. Il pianeta calcio va avanti senza di loro, che comunque nella seconda fase di questa competizione non hanno mai segnato. Peccati comuni, debolezze da condividere. Cristiano e Leo. Così diversi, per peso, statura, nazionalità. Così uguali nello stamparsi addosso la faccia dell’altro. Ma entrambi lontano dal futuro. Che a loro forse non è mai interessato. Sì, la fama, i titoli, gli scudetti, le Champions. Tutto bello, tutto conquistato. Ma vuoi mettere rubare la palla all’altro?
Messi parla alla squadra, lui che rifiuta ogni ribalta, nell’intervallo con la Nigeria. Ronaldo fa anche lui la stessa cosa nell’intervallo con l’Uruguay. Messi si fa fotografare con una capra per l’acronimo Goat e l’altro si fa crescere il pizzetto, appunto da capretta. Uno si mette a fare la pubblicità delle lamette e l’altro non si rade più, gira con barba da Mosè, come a dire: vediamo un po’ a chi danno più retta? A forza di marcarsi a uomo, non sul campo, ma nella vita, a forza di avvinghiarsi all’immagine dell’altro, in una replica che dovrebbe significare io non valgo meno di te, i due se ne vanno anche a braccetto sul Viale del Tramonto del mondiale. Leo ha 31 anni, Cristiano 33. Sembra troppo da Higlander rivederli nel 2022.
Da sempre lo sport prospera sulla rivalità, sulla rispettive proiezioni della gloria, c’è chi non riesce a liberarsi dall’altro ed è continuamente informato su gesti, gol, contratti, pensieri e parole. Altri cercherebbero la liberazione, lo scioglimento di quel cordone ombelicale, per poter finalmente affermare: io esisto a prescindere da te. E invece no, loro perseverano, nel contarsi ogni respiro, nel rimpicciolire il mondo al loro angolo. Quest’anno il Pallone d’Oro andrà a chi avanzerà in questo Mondiale, a chi avrà dato più spettacolo. Loro lo volevano per toglierlo all’altro. Dovranno rassegnarsi. Il pianeta calcio va avanti senza di loro, che comunque nella seconda fase di questa competizione non hanno mai segnato. Peccati comuni, debolezze da condividere. Cristiano e Leo. Così diversi, per peso, statura, nazionalità. Così uguali nello stamparsi addosso la faccia dell’altro. Ma entrambi lontano dal futuro. Che a loro forse non è mai interessato. Sì, la fama, i titoli, gli scudetti, le Champions. Tutto bello, tutto conquistato. Ma vuoi mettere rubare la palla all’altro?