LONDRA. Tre ragazzini passano accanto ai campi dell’Aorangi Park e si fermano increduli, al settimo cielo: “Guarda, c’è Nadal che si allena!”. Da lontano si nota il dritto mancino e la palla arrotata, ma le corde fanno un suono diverso e anche la figura è diversa. “Ma non è lui, però gli somiglia…”.
Nadal ha un clone. Il suo nome è Franco Livi. Habla español anche lui, sebbene sia nato a Macerata ma, a tre anni, la sua famiglia si trasferì in Argentina, nel sud della Patagonia. «Il mio papà insegnava tennis, così ho iniziato perché, come dite voi, stavo sempre tra i piedi». Prometteva, il ragazzino, ma c’era un ostacolo insormontabile, i soldi. «Beh, il tennis è uno sport costoso, e nella vita non tutto si può avere».
Oggi può dirlo con leggerezza: la vita gli ha restituito qualcosa. Franco Livi s’ è inventato…
Nadal ha un clone. Il suo nome è Franco Livi. Habla español anche lui, sebbene sia nato a Macerata ma, a tre anni, la sua famiglia si trasferì in Argentina, nel sud della Patagonia. «Il mio papà insegnava tennis, così ho iniziato perché, come dite voi, stavo sempre tra i piedi». Prometteva, il ragazzino, ma c’era un ostacolo insormontabile, i soldi. «Beh, il tennis è uno sport costoso, e nella vita non tutto si può avere».
Oggi può dirlo con leggerezza: la vita gli ha restituito qualcosa. Franco Livi s’ è inventato…
LONDRA. Tre ragazzini passano accanto ai campi dell’Aorangi Park e si fermano increduli, al settimo cielo: “Guarda, c’è Nadal che si allena!”. Da lontano si nota il dritto mancino e la palla arrotata, ma le corde fanno un suono diverso e anche la figura è diversa. “Ma non è lui, però gli somiglia…”.
Nadal ha un clone. Il suo nome è Franco Livi. Habla español anche lui, sebbene sia nato a Macerata ma, a tre anni, la sua famiglia si trasferì in Argentina, nel sud della Patagonia. «Il mio papà insegnava tennis, così ho iniziato perché, come dite voi, stavo sempre tra i piedi». Prometteva, il ragazzino, ma c’era un ostacolo insormontabile, i soldi. «Beh, il tennis è uno sport costoso, e nella vita non tutto si può avere».
Oggi può dirlo con leggerezza: la vita gli ha restituito qualcosa. Franco Livi s’ è inventato il mestiere da doble di Rafa Nadal. Il clone del numero uno. «Mi chiamano, gli altri tennisti, quando devono affrontarlo, per prepararsi ai suoi colpi. Riesco a imitarne alla perfezione i rimbalzi, essendo mancino anche io». Gentile e simpatico, trentenne, Livi è per l’Atp il George Clooney degli sparring partner. Con il tennis aveva chiuso, anni fa. «Ritornammo in Europa, ma non in Italia: a Cadice, poi Madrid. Avevo 13 anni, andavo a scuola e la racchetta l’avevo proprio dimenticata». Eppure doveva essere scritto nel destino che ci fosse qualcosa tra lui e il tennis. «Mio padre aveva iniziato ad allenare al Club Internazionale di Majadahonda, e comincia anche io a essere uomo di campo».
Da un campo di club, a quelli dell’Atp e degli Slam però ce ne corre. «È stato un caso, e risale a cinque anni fa: c’era il torneo di Madrid, e un amico mi ha “raccomandato”, perché c’era qualche tennista che aveva bisogno. Così sono corso alla Caja Magica». Franco Livi si è trovato a far palleggiare gente come Nishikori, Berdych, Bautista Agut: siccome nel tennis nulla sfugge, ecco che il nuovo personaggio viene notato anche da un big come Djokovic, che ne intuisce l’utilità: prepararsi ai colpi di Nadal. «Novak: la sua simpatia è ancor più grande che dall’esterno. È amichevole, divertente». Il caso Madrid non è isolato: due settimane dopo viene chiamato a Pechino, poi deve volare perfino negli Stati Uniti. «Fortunatamente l’Atp mi riserva lo stesso trattamento dei giocatori, sebbene io abbia cominciato solo per stare con i migliori giocatori al mondo, migliorare professionalmente. Una full immersion meravigliosa».
I “clienti” sono aumentati, così come le specifiche richieste tecniche: «Io gioco liftato, ma mi adatto a giocare anche piatto. Eseguo quello che mi viene richiesto, così passo dal topspin al serve and volley».
Mancava solo la ciliegina, ed è arrivata. «Carlos Moya mi ha chiamato, e mi ha chiesto se ero libero per due colpi con Rafa». Che aveva scoperto il trucco degli avversari. L’originale e il clone, uno di fronte all’altro. «Oh, non lo so se l’ha fatto per evitare che altri mi “usassero” contro di lui, comunque è stato bellissimo». Chi li ha visti, quel giorno, ha giurato di aver avuto un deja-vu continuo.
Nadal ha un clone. Il suo nome è Franco Livi. Habla español anche lui, sebbene sia nato a Macerata ma, a tre anni, la sua famiglia si trasferì in Argentina, nel sud della Patagonia. «Il mio papà insegnava tennis, così ho iniziato perché, come dite voi, stavo sempre tra i piedi». Prometteva, il ragazzino, ma c’era un ostacolo insormontabile, i soldi. «Beh, il tennis è uno sport costoso, e nella vita non tutto si può avere».
Oggi può dirlo con leggerezza: la vita gli ha restituito qualcosa. Franco Livi s’ è inventato il mestiere da doble di Rafa Nadal. Il clone del numero uno. «Mi chiamano, gli altri tennisti, quando devono affrontarlo, per prepararsi ai suoi colpi. Riesco a imitarne alla perfezione i rimbalzi, essendo mancino anche io». Gentile e simpatico, trentenne, Livi è per l’Atp il George Clooney degli sparring partner. Con il tennis aveva chiuso, anni fa. «Ritornammo in Europa, ma non in Italia: a Cadice, poi Madrid. Avevo 13 anni, andavo a scuola e la racchetta l’avevo proprio dimenticata». Eppure doveva essere scritto nel destino che ci fosse qualcosa tra lui e il tennis. «Mio padre aveva iniziato ad allenare al Club Internazionale di Majadahonda, e comincia anche io a essere uomo di campo».
Da un campo di club, a quelli dell’Atp e degli Slam però ce ne corre. «È stato un caso, e risale a cinque anni fa: c’era il torneo di Madrid, e un amico mi ha “raccomandato”, perché c’era qualche tennista che aveva bisogno. Così sono corso alla Caja Magica». Franco Livi si è trovato a far palleggiare gente come Nishikori, Berdych, Bautista Agut: siccome nel tennis nulla sfugge, ecco che il nuovo personaggio viene notato anche da un big come Djokovic, che ne intuisce l’utilità: prepararsi ai colpi di Nadal. «Novak: la sua simpatia è ancor più grande che dall’esterno. È amichevole, divertente». Il caso Madrid non è isolato: due settimane dopo viene chiamato a Pechino, poi deve volare perfino negli Stati Uniti. «Fortunatamente l’Atp mi riserva lo stesso trattamento dei giocatori, sebbene io abbia cominciato solo per stare con i migliori giocatori al mondo, migliorare professionalmente. Una full immersion meravigliosa».
I “clienti” sono aumentati, così come le specifiche richieste tecniche: «Io gioco liftato, ma mi adatto a giocare anche piatto. Eseguo quello che mi viene richiesto, così passo dal topspin al serve and volley».
Mancava solo la ciliegina, ed è arrivata. «Carlos Moya mi ha chiamato, e mi ha chiesto se ero libero per due colpi con Rafa». Che aveva scoperto il trucco degli avversari. L’originale e il clone, uno di fronte all’altro. «Oh, non lo so se l’ha fatto per evitare che altri mi “usassero” contro di lui, comunque è stato bellissimo». Chi li ha visti, quel giorno, ha giurato di aver avuto un deja-vu continuo.