✕
 Il team Sky di Chris Froome (ap)

Un Froome a metà, la sua rincorsa frenata dai fischi

Nella cronosquadre la Sky del britannico battuta dalla Bmc e contestata. Nibali, rimasto con 3 uomini, ha perso 1'06''. Van Avermaet in maglia gialla
3 minuti di lettura
CHOLET. Le prime cinque strette come sardine nello spazio di 11”, a questo punto molti possono chiedersi a cosa servono le cronosquadre. Oppure se il gioco (molto faticoso) vale la candela. Da tre anni il percorso del Tour non comprendeva questa specialità, e molti non ne sentivano la mancanza. L’affollamento nei quartieri alti testimonia di un progresso notevole, che ha accorciato le distanze. Sky non è più sicura di vincere. Può perdere di un nulla (4”) come ieri. E può dolersi perché Luke Rowe s’è staccato troppo presto. Così come può dolersi la Quick-Step per i secondi di scompiglio in seguito al cedimento di Gaviria. Fino agli ultimi trecento metri il vallone Gilbert ha sperato di indossare la maglia gialla che oggi è sulle spalle del fiammingo Van Avermaet. La Quick-Step è terza per 7”.

Squadre di otto corridori, indispensabile essere almeno in quattro sul traguardo. Per r…
CHOLET. Le prime cinque strette come sardine nello spazio di 11”, a questo punto molti possono chiedersi a cosa servono le cronosquadre. Oppure se il gioco (molto faticoso) vale la candela. Da tre anni il percorso del Tour non comprendeva questa specialità, e molti non ne sentivano la mancanza. L’affollamento nei quartieri alti testimonia di un progresso notevole, che ha accorciato le distanze. Sky non è più sicura di vincere. Può perdere di un nulla (4”) come ieri. E può dolersi perché Luke Rowe s’è staccato troppo presto. Così come può dolersi la Quick-Step per i secondi di scompiglio in seguito al cedimento di Gaviria. Fino agli ultimi trecento metri il vallone Gilbert ha sperato di indossare la maglia gialla che oggi è sulle spalle del fiammingo Van Avermaet. La Quick-Step è terza per 7”.

Squadre di otto corridori, indispensabile essere almeno in quattro sul traguardo. Per riuscirci, i più forti non devono tirare il collo ai meno forti, che si perderebbero per strada. E i meno forti devono dare qualcosa in più per non rallentare la marcia. Semplice, no? Una specie di égalité, nella divisione degli sforzi, fondata sulla fraternité. Cosa significa un belga che parte in maglia gialla il giorno di Francia-Belgio? Secondo Van Avermaet, «un preciso segnale. Vuol dire che in Russia vinceremo noi, non se la prendano i francesi che nel calcio hanno vinto molto più di noi. La ruota gira». La semifinale mondiale tiene banco, tra i ciclisti. Gilbert e Alaphilippe condividono la camera d’albergo ma non il tifo. Van Avermaet sarà nello stesso albergo della Fdj. «Vedremo la partita in gruppo e sono sicuro che io e Marc Madiot faremo casino».

Lontana dalle sardine, la Bahrain si piazza a metà dell’ordine d’arrivo. Vincenzo nostro e soci sono primi tra quelli che hanno perso più di un minuto, 1’06”per l’esattezza. Commenta lo stratega Paolo Slongo: «Più o meno è quanto avevamo previsto. Haussler e Koren si sono sfilati prima del previsto». Haussler, attenuante, era caduto alla vigilia. La pacatezza di Nibali: «Abbiamo cercato di fare il massimo, di salvare il salvabile, ma non siamo una squadra di specialisti, questo lo sapevamo, siamo rimasti troppo presto in quattro. Non siamo andati fortissimi, ma poteva andare anche peggio. Quindi, bene così. A parte Froome, Porte e Yates gli avversari diretti non mi hanno preso molto, o hanno perso qualcosa».

Hanno perso qualcosa Bardet e Daniel Martin. Tra quelli che hanno guadagnato (ma quando ne parla Nibali non ha tra le mani la classifica) anche Dumoulin (monumentale, ciascuno per sé avrebbe vinto lui), Zakarin e Uran, che, come l’anno scorso, non ha acceso i fari ma è sempre lì. Si ragiona sui secondi, ma a naso non credo che questo Tour si deciderà sul filo dei secondi. Stringi stringi, se c’è qualcuno deluso e un po’ teso è Froome. Pensava di recuperare di più e non è accaduto. Sperava almeno di vincere e non ha vinto. Non bastasse, per tutto il percorso è stato fischiato e accolto con ululati. Non è un clima ideale, e siamo solo al terzo giorno.

Oggi si lascia la Vandea e si entra in Bretagna. Se ci fosse un campionato nazionale per i paesaggi meno affascinanti, che non vuol dire brutti, penso che la Vandea andrebbe in finale con il Pas de Calais, dove arriveremo a fine settimana. Van Avermaet non solo intende conservare la maglia, ma dice chiaro che cercherà di vincere due tappe: quella di Mur-de-Bretagne, adatta anche a Gilbert, Alaphilippe e Valverde, e quella di Roubaix, con una robusta dose di pavé. Nei giorni per velocisti da pianura (oggi, domani, venerdì) riprenderà la sfida tra Sagan e Gaviria.

Ieri 3S ha salutato con largo anticipo il trenino della Bora. Strano. «Per niente strano, ho trovato la mia giornata storta, proprio storta. Chiedo scusa ai miei compagni, se non siamo entrati nei primi cinque è colpa mia». A Roubaix anche Nibali farà il bilancio della prima settimana. Che per ora è buono. Non è caduto, non ha fatto sforzi inutili e non c’è solo Van Avermaet a sognare un sogno fatto di pietre sconnesse. Quei chilometri di pavé piacciono molto anche a Vincenzo nostro, che ripensa al 2014 e sorride.

Al Tour non si viene mai da soli. Mazzo di carte da scopa, cd, libri. Oggi segnalo un libro, altri seguiranno. “Gli italiani al Tour de France”, di Giacomo Pellizzari (ed. Utet) racconta quelli che hanno vinto il Tour e alcuni di quelli che non l’hanno vinto (Magni, Casartelli, Bugno, Chiappucci) ma lo hanno segnato, anche tragicamente. A Bottecchia, Bartali, Coppi e Pantani è dedicato un capitolo in più. Perché si scrive tanto di ciclismo? Perché è uno sport nato per farsi raccontare, e poi ognuno è libero di raccontarlo a modo suo. Pellizzari, per esempio, non porta il lettore dentro la corsa, ma dentro il corridore. Non è una cosa che riesce a tutti. A lui sì.