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 Dylan Groenewegen, 25 anni (reuters)

Dylan vince e chiede rispetto, Nibali sente Roubaix nell'aria

Tour de France. A Chartres lo sprint dell’olandese Groenewegen con un dito sulle labbra. Il gruppo attende il pavé, primo fra tutti Vincenzo che intanto festeggia il fratello Antonio
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I tempi stanno cambiando, cantava una vita fa Bob Dylan. Oggi, almeno, sì, potrebbe aggiungere un altro Dylan, di cognome Groenewegen. Tradotto, dà un ottimistico “strada verde”. Nato nel centro di Amsterdam, 25 anni, non è esattamente una sorpresa: due anni fa era campione nazionale, l’anno scorso aveva vinto lo sprint più ambito, quello dell’ultimo giorno, sui Campi Elisi. Sprigiona una potenza spaventosa, lascia Gaviria a due macchine e interrompe sul 2-2 il duello tra Gaviria e Sagan.

Groenewegen dà l’unico sussulto al gregge di suiveurs stremato dal caldo e dalla noia. Già, la tappa più lunga del Tour è stata anche la più noiosa in un settimana che ha sfornato cinque arrivi allo sprint, sei se vogliamo contare anche il muro, e una cronosquadre dai distacchi minimi. Poco, troppo poco. Avevo scritto che questo Tour mi piaceva solo per l’andare in senso orario. Molto meno per come era…
I tempi stanno cambiando, cantava una vita fa Bob Dylan. Oggi, almeno, sì, potrebbe aggiungere un altro Dylan, di cognome Groenewegen. Tradotto, dà un ottimistico “strada verde”. Nato nel centro di Amsterdam, 25 anni, non è esattamente una sorpresa: due anni fa era campione nazionale, l’anno scorso aveva vinto lo sprint più ambito, quello dell’ultimo giorno, sui Campi Elisi. Sprigiona una potenza spaventosa, lascia Gaviria a due macchine e interrompe sul 2-2 il duello tra Gaviria e Sagan.

Groenewegen dà l’unico sussulto al gregge di suiveurs stremato dal caldo e dalla noia. Già, la tappa più lunga del Tour è stata anche la più noiosa in un settimana che ha sfornato cinque arrivi allo sprint, sei se vogliamo contare anche il muro, e una cronosquadre dai distacchi minimi. Poco, troppo poco. Avevo scritto che questo Tour mi piaceva solo per l’andare in senso orario. Molto meno per come era disegnato, lasciando fuori percorso tre quarti di Francia. In pratica, due fettuccine, due vermi, facciamo due lombrichi. Uno va da ovest a est nel nord della Francia, l’altro da est a ovest nel sud, più o meno, della Francia. Come è avvenuto nel tabellone del mondiale in Russia, il secondo lombrico vale molto più del primo.

Sul vassoio propone le Signore Alpi e i Signori Pirenei ed è paragonabile alla fascia con Francia, Argentina, Uruguay. A proposito di mondiale, la finale coincide, anche nell’orario, con l’arrivo del Tour a Roubaix. I corridori hanno già protestato. I suiveurs, ora précédeurs, non ancora. La météo prevede 30 gradi nel pomeriggio a Roubaix e tempo variabile. A Vincenzo nostro, che vorrebbe pioggia, non farà piacere, ma gli ha fatto piacere la prima vittoria da professionista del fratello Antonio, detto Pesciolino in rapporto allo Squalo. Sia detto per dovere di cronaca, io Squalo non l’ho mai usato, almeno credo, né intendo usarlo in futuro. Settima tappa del Giro dell’Austria, arrivo in salita a Sonntagberg, letteralmente Montagna della domenica. Fuga a quattro, primo Nibali con 3” su Cieslik. 

Mentre Antonio Nibali arriva a braccia alzate, Groenewegen arriva con un dito sulle labbra, a imporre silenzio. Con chi ce l’ha? «I primi due giorni ho ricevuto critiche molto pesanti, direi ingenerose. Questa è la mia risposta. Prima, non avevo le gambe giuste. Queste sono volate cui partecipi solo se ti senti al 100 %, e non è detto che basti. Roosen mi ha pilotato bene, ho preso la ruota di Kristoff e sono uscito al momento giusto». La facilità della tappa, corsa a ritmo blando con qualche fiammata isolata, ha portato allo sprint anche i velocisti che si staccano al primo accenno di salita: sono riapparsi i francesi (Démare, Laporte), ma anche Impey, Degenkolb, Cavendish decimo e davanti a Cavendish il sempre più apprezzato Andrea Pasqualon. Che Nibali sia 17° è un dettaglio, ma significativo. Non vuole restare imbottigliato nel traffico, nemmeno superati gli ultimi 3 km. Sta bene e aspetta il pavé. Io ora aspetto il pavé, e quindi Vincenzo nostro, perché almeno quel giorno ci sarà qualcosa di epico da raccontare.

Chartres è al centro della Cosmetic Valley (anche i francesi stanno cedendo all’inglese, ed erano l’ultima diga) e la chiamano capitale del profumo. In effetti qui hanno i laboratori Guerlain, Chanel, Paco Rabanne, ma il profumo di ciclismo avventuroso non si è proprio sentito. In 231 km appena due fughe, e sempre di un solo uomo, quindi rischi ridotti a zero. I francesi delle squadre meno ricche sono specializzati in queste evasioni a tempo, coi secondini che aprono la porta e poi ti ripigliano. Non più carne da cannone ma da esposizione prolungata della maglia in tv, così gli sponsor godono, sono Offredo (prima fuga) e Pichon (seconda fuga). Scappano, si avvantaggiano (il gruppo lascia che si avvantaggino), cedono progressivamente terreno, sono raggiunti e a volte distanziati. Grazie, contendentevi il premio della combattività e scansatevi, lasciate la strada a quelli più tosti.

Ecco, per me questo è ciclismo da automi, che alla lunga disamora. Samuel Dumoulin, onesto professionista non presente al Tour, ha proposto di eliminare le maledette oreillettes solo nella prima settimana di corsa, che sarebbe più avvincente e libera. Appoggio la proposta di Dumoulin, ma forse non basterebbe. È qualcosa nella testa dei ds che va cambiato, nel loro voler tenere bloccata la corsa. Poi tutti parlano dello stress di correre in gruppo, ma chi lo cerca lo stress del correre in gruppo? Chi ne ha fatto una sorta di legge non scritta? Va be’, ci si consola guardando la cattedrale, e all’interno la luce blu delle vetrate. Su questa cattedrale scrisse versi bellissimi Charles Péguy, cattolico e socialista non molto amato dai socialisti né dai cattolici. Una frase attuale: «La gente, oggi, è convinta che la morale consista nell’indignarsi contro qualcun altro». Tenente di fanteria, morì a 41 anni sul fronte della Marna.